60 anni fa, il 10 agosto, nacque la Cassa del Mezzogiorno. Da un’idea del meridionalista Pasquale Saraceno, la legge 646 del 1950 fu lo strumento dell’intervento straordinario voluto dal governo di Alcide De Gasperi per modernizzare un Sud rimasto pericolosamente indietro, su cui pesava una fortissima disoccupazione.

La Cassa può essere descritta attraverso tante immagini. L’acqua che arriva finalmente nelle case e lascia per sempre nel passato le donne con i secchi sulla testa, che camminavano per chilometri fino al pozzo. Le fogne, i ponti e le grandi bonifiche, con la sconfitta della malaria. Il lavoro. I contadini che lasciano la terra, e diventano operai. Le strade che piegano l’asprezza dell’entroterra: anche se l’economista Vera Lutz sostenne che poi servirono alla gente soltanto «per abbandonare i paesini del Sud». Ma ci furono anche dighe inutili che hanno fatto ritirare le spiagge: costruite a tutti i costi, per arricchire imprenditori e amministratori corrotti. Ci furono coste avvelenate dall’industria, a Gela, Taranto, Brindisi e Bagnoli, che non ha mai generato l’indotto atteso. E ci fu il grosso «affare» delle partecipazioni statali e delle cosiddette Cattedrali nel deserto. 

I contrasti contraddistinguono la storia della Casmez, nella quale ci sono meriti e, insomma, i veleni del progresso. E quasi tutti i vizi del Paese. La Cassa fu sostenuta anche dalla Banca Mondiale (per lo 0,9%) e dal forte contributo della Bei (che elargì il 49,9% degli investimenti totali). 

Nel 1984 fu il governo di Bettino Craxi a deciderne la soppressione: la Casmez fu però sostanzialmente convertita in una erede, l’Agensud, che durò ancora fino al 1993, quando chiuse i battenti sotto il governo di Giuliano Amato. A questa data l’investimento complessivo per il Sud è calcolato in 279.763 miliardi di lire (vale a dire 140 miliardi di euro). 

Raccontare la Casmez in modo neutro è stato a lungo, praticamente, impossibile. Oggi l’analisi converge sulla bontà, oltre che sulla necessità, dei primi dieci anni di intervento. Ma anche chi la sponsorizzava ammette che, successivamente, dal 1965 in poi, quando cioè la legge 717 la prorogò imbrigliandola nella politica, la Cassa vide e permise l’inizio della «lenta agonia dell’intervento straordinario», nelle parole di un grande storico del meridione, Salvatore Cafiero.