QUELLO CHE VEDRETE…

Bar Sport  Regia di Massimo Martelli. Attori Claudio Bisio, Giuseppe Battiston, Antonio Catania, Angela Finocchiaro, Lunetta Savino. Genere: Commedia. Durata 93 min (Italia 2011).

La trama in due parole: La variegata fauna umana di un Bar in un piccolo paese di provincia…

Il film in tre parole: D’accordo, i racconti di Stefano Benni dai quali il film è tratto sono ben altro (e miglior cosa), ma piuttosto che mandarvi a vedere Massimo Boldi che si fa per l’ennesima volta profanare il deretano da qualche strano oggetto appuntito in “Matrimonio a Parigi”, ennesimo clone di film già visti e stravisti, vi consiglio la visione di Bar Sport. Almeno tre i motivi per giustificare la scelta:

1)L’occasione per rivedere Battiston, quello che per simpatia e bravura resta, a parer mio, uno degli attori italiani più bravi degli ultimi quindici anni;

2)Vedere materializzata sullo schermo la Luisona la pasta (brioche) protagonista di uno dei racconti di Benni, autentico mito letterario nell’immaginario collettivo dei lettori italiani dal’76 ad oggi;

3) La possibilità di farsi due buone risate senza cedere alla volgarità gratuita e trita di cinepanettoni e simili. Si può ridere anche senza vedere necessariamente un tizio che rutta esplicitamente sullo schermo, ve lo assicuro…

VOTO: 2 su 5

QUELLO CHE NON VEDRETE…

Super Regia di James Gunn. Attori Rainn Wilson, Ellen Page, Liv Tyler, Kevin Bacon, Gregg Henry. Genere: Pulp/Drammatico. Durata 96 minuti circa (USA, 2010)

La trama in due parole: La vita di Frank, uomo normale (pure troppo),  viene sconvolta quando la moglie Sarah, lo lascia per Jacques, uno spacciatore spaccone. Per riprenderla non resta che trasformarsi in uno sgangherato (quanto violentissimo) supereroe, all’anagrafe Saetta Purpurea, e trovarsi una fedele (e disadattata) aiutante, Saettina, con la quale portare a termine la missione di recupero…

Il film in tre parole: Il regista James Gunn fabbrica un piccolo capolavoro, a spese della retorica “Spidermaniana” del :«da un grande potere derivano grandi responsabilità». Qui il supereroe è Frank, un uomo mite, vile, un fallito totale che, vistosi scippato dell’unica cosa decente della sua vita, decide di farsi giustizia con i suoi mezzi (una chiave inglese gigante) contro (o per conto) di Dio, contro la società, contro la meschinità della natura umana. In una visione (allucinazione) il dito di Dio lo chiama a compiere la sua missione, e questa scena basta per farci capire che non ci troviamo davanti a nessun portatore di principi etici, a nessun salvatore del genere umano, ma ad un grottesco psicopatico stanco di subire, legittimato a spaccare teste solo perché indossa una tutina rossa. Un film visionario sul confine ormai labile tra il bene e il male nella società post-moderna, dove la violenza è l’anticamere del bene e dove l’abito fa il monaco molto più di quello che si possa immaginare  (vedi nel film il personaggio del “Santo vendicatore” supereroe ultracristiano di “All-Jesus Network”). È un mondo spento (bellissima e azzeccatissima in tal senso la fotografia di Steve Gainer) quello nel quale ci muoviamo, un mondo in cui la percezione della giustizia è solo un brivido erotico che serve a distoglierci dalla routine quotidiana, niente di più. In “Super” i paladini della rettitudine non hanno nessun potere, nessuna responsabilità, ma soprattutto non sono affatto retti.  In un mondo dove l’etica non esiste più e non siamo neanche in grado di rispettare una fila al cinema, il miglior supereroe è quello che s’investe direttamente del mandato divino di punizione del cattivo. Eppure c’è una speranza, ognuno di noi è la speranza (vedi il finale), perché forse saranno proprio gli “uomini talpa” (vi ricordate il personaggio dei Simpson?) a salvare l’umanità, lontano dalla retorica dell’eroe, semplicemente sentendosi Super…

VOTO: 3,5 su 5

Arrietty Regiadi Hiromasa Yonebayashi. Genere: Animazione. Durata 94 min (Giappone 2010).

La trama in due parole: I “prendimprestito” sono creature grandi come il palmo di una mano che abitano sotto le casa degli umani. Arrietty è una di loro e vive con la famiglia sotto una casa nella campagna di Tokyo. L’arrivo di Shō, ragazzo dalla salute fragile, in attesa di un delicato intervento cardiaco, cambierà per sempre la vita di questo microcosmo…

Il film in tre parole: L’ultima produzione degli studi Ghibli del grandissimo Hayao Miyazaki (La città incantata, Il Castello errante di Howl, Ponyo) è una intelligente riflessione sull’importanza delle piccole cose, in una società dove, al contrario,  queste più sono grandi e ostentate più impressionano e contano. Il parallelo tra mondo dei “prendimprestito” e mondo degli umani è un felice meccanismo narrativo che ci permette di riflettere sull’importanza della prospettiva con la quale, ogni giorno, guardiamo il mondo. Per la piccola Arrietty la cucina, le stanze della casa, il giardino, sono il campo in cui si gioca l’esistenza; la curiosità della loro scoperta la fondamentale esperienza della vita e la speranza nel futuro per il suo popolo costretto all’estinzione. Lo stesso vale per Shō per cui la scoperta del piccolo mondo sotto i suoi piedi e il tentativo di salvarlo dalla signora che accudisce la casa,che la bellezza non la sa e non la vuole osservare ma la vuole solo imbrigliare, sono l’occasione per riprendere a sperare nella vita, nel futuro. In fondo gli altri non sono poi tanto diversi da noi. Se spesso Myazaki ci ha detto che saranno i piccoli a salvare i grandi, in questo film la tesi si ribalta, ma solo apparentemente, perché è ciò che è grande a salvare ciò che è piccolo, ma solo ciò che è piccolo può dare un senso a ciò che è grande. L’esperienza quotidiana delle (giuste) dimensioni delle cose e l’importanza della meraviglia, non sono per gli esseri umani regali ma conquiste nella corsa affannosa e in quella difficile rampicata che è la vita; grazie allo Studio Ghibli (che rischiano purtroppo la chiusura) la visione di questo film è, invece, un bel regalo da concedersi con i propri figli…

VOTO: 3,5 su 5

Melancholia Regia di Lars von Trier. Attori: Kirsten Dunst, Charlotte Gainsbourg, Kiefer Sutherland, Genere: Drammatico. Durata 130 min (Danimarca, Svezia, Francia, Germania 2011).

La trama in due parole: Justine e Claire sono sorelle. La prima dà segni di depressione il giorno del suo matrimonio, la seconda è inquieta per le sorti della Terra minacciata dal pianeta Melancholia in pericoloso avvicinamento verso il nostro mondo…

Il film in tre parole: Dicesi “Melanconia o Melancolia” uno stato d’animo, una forma di malessere metafisico, espressa dall’individuo attraverso una tristezza costante. “Melancholia” è la rappresentazione universale per immagini di questo malessere, la rappresentazione del fondo nero dell’esistenza secondo Lars von Trier. Lontano dalla spocchia del Malik di “Tree of life”, l’accostamento tra esperienza personale e vita (in questo caso più che altro morte) dell’universo è raccontato, qui, in maniere asciutta e lineare. Sin dal prologo, che per sua bellezza e capacità evocativa meriterebbe di essere proiettato in un museo, il film è una inesorabile danza (di uomini e pianeti) verso la fine annunciata del tutto, rivelata dalla depressione umana e cosmica: in fondo l’apocalisse è il male minore. Sia i “mondi umani”, sia i mondi planetari è bene non s’incontrino mai, non sono destinati a farlo, la loro vita si nutre della solitudine. Quando un mondo incontra l’altro è la fine;  è questa una legge universale, vale per gl’uomini, quanto per i pianeti. La drammaticità e mediocrità dell’esperienza umana (meritiamo veramente di vivere?) si mostra sullo schermo in una carrellata di personaggi  grotteschi che fanno da cornice alle vite di Justine (Kristen Dunst) e Claire (Charlotte Gainsbourg). Devo tuttavia ammettere che c’è qualcosa in questo ultimo lavoro di von Trier che mi sfugge…La visione dei suoi film è sempre un’esperienza complessa, che alla fine ti lascia con un malessere profondo, e confesso che personalmente amo profondamente il cinema di von Trier! Questo “Melancholia” è però un film formalmente bellissimo, ma un po’ troppo freddo; la rappresentazione della melanconia universale non coinvolge lo spettatore, resta sullo schermo, e chi guarda non riesce ad entrare nella danza di morte che l’universo gli sta ballando davanti.

VOTO: 3 su 5 

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