I primi vagiti di una rivoluzione a volte sono impercettibili, si consumano nell’indifferenza generale come i rumori che salgono dagli scantinati chiusi in cui i pionieri del Nuovo si incontrano furtivamente. Il 5 ottobre del 1962, le radio inglesi si davano un gran daffare a trasmettere «Sheila» di Tommy Roe, «The Loco-Motion» di Little Eva e «Only love can Break your heart» di Gene Pitney. I teenager invadevano i negozi di dischi per portarsi a casa «She’s not you», nuovo singolo di un sempre più impomatato Elvis Presley.

In pochi si accorsero di un 45 giri dato alle stampe dalla britannica Parlophone, esordio di una band della remota provincia inglese. Sul lato a c’era «Love me do», un pop semplice ma elegante sorretto da una scanzonata linea d’armonica; sul lato b «P.S. I love you», orecchiabilissimo brano adolescenziale che un po’ faceva pensare agli Everly Brothers.

L’avventurosa storia dei Beatles, la band che ha rivoluzionato per sempre la storia della musica popolare e non solo, cominciò così in quell’apparentemente anonimo venerdì d’autunno di cinquant’anni fa. Con un singolo snobbato dai media e ignorato dal grande pubblico tanto che arrivò diciassettesimo nelle Uk Charts soltanto grazie all’espediente del manager dei Fab Four Brian Epstein che ne ordinò copie in quantità industriale per Nems, il negozio di dischi che gestiva a Liverpool.

Quei quattro ragazzini capelluti sembravano un fenomeno locale, roba buona per gli operai dei cantieri del Mersey-side e le di loro fidanzatine. Nessuno avrebbe scommesso un penny sul fatto che il successivo singolo «Please please me» si sarebbe arrampicato sino alla seconda piazza della Top Ten e che con «From me to you» avrebbero inaugurato una tripletta di piazzamenti in testa alla classifica, fino a conquistare (con «I want to hold your hand») addirittura l’inconquistabile mercato americano. Evviva l’arte, ché non si stanca mai di sorprenderci.

Un miliardo per quattro
A distanza di cinquant’anni dall’uscita di quello snobbato microsolco, qui è tutta un’altra storia. Paul McCartney è un’istituzione internazionale, Ringo Starr uno spassoso sopravvissuto, John Lennon e George Harrison ci guardano da lassù, l’uno leggenda e l’altro guru. Quanto alla Parlophone, l’etichetta per la quale lavorava il producer George Martin che tenne a battesimo i Fab, sarà moneta di scambio nella sempre più probabile fusione tra le major Universal ed Emi. La Commissione europea, per porre il suo nullaosta al matrimonio, ha infatti ordinato alla prima di cedere alcuni asset strategici della seconda, Parlophone in testa. Universal ci sta ma a patto di tenersi il catalogo dei Beatles. Tutto questo per far comprendere pure il valore economico che l’incommensurabile arte di questi quattro signori è riuscita a generare con più di un miliardo di dischi venduti. Le sole ristampe rimasterizzate del loro catalogo nel 2009 hanno venduto qualcosa come 17 milioni di copie in sette mesi. Vi meravigliate forse del fatto che John, Paul, George e Ringo insieme abbiano accumulato un patrimonio che, secondo le stime di qualche anno fa, si aggirerebbe intorno al miliardo di sterline?

Il ritorno del catalogo in vinile
Quando parli dei Beatles ogni mese c’è un anniversario importante da festeggiare. Lo sanno bene in casa Emi che, dopo aver riproposto in dvd «Yellow Submarine» e al cinema «Magical Mystery Tour», stavolta preparano un colpo ancora più grosso: gli album originali di studio dei Beatles, pubblicati su cd nel 2009 e in digitale solo su iTunes nel 2010, usciranno anche in formato vinile stereo il 12 novembre e con un giorno di ritardo qui in Italia. Pubblicati su vinile da 180 grammi e di qualità per audiofili con riproposizione degli artwork originali, i 14 album tornano al loro primitivo splendore con dettagli quali il poster del «White Album», gli inserti da ritagliare in «Sgt. Pepper’s Lonely Heart Club Band», e speciali buste interne per alcuni di questi titoli. Ciascun album sarà disponibile separatamente o insieme con gli altri in una edizione in box a libro rigido che include uno splendido volume di 252 pagine, ricco di bellissime immagini e limitato a 50mila copie in tutto il mondo. Insomma, preparatevi a spaccare il porcellino salvadanaio.

Miracolo a Liverpool
Che hanno avuto di così speciale questi quattro signori del Mersey-side? Lasciamocelo spiegare da uno che di musica se ne intende: l’influente produttore americano Rick Rubin che in questi anni ha curato il suono di band del calibro di Metallica, Red Hot Chili Peppers e U2. Per lui sondare i risultati discografici dei Beatles è come essere testimoni di un miracolo «soprattutto se lo valutiamo secondo lo standard di oggi, in cui qualsiasi band tra le più popolari del pianeta realizza un album nuovo in media ogni quattro anni». Rubin nel corso di una serie di interviste radiofoniche nel 2009 disse: «Allora, diciamo due album all’incirca ogni otto anni. E si pensi alla crescita o al cambiamento che avviene nell’arco di tempo compreso tra quei due lavori. L’idea che i Beatles riuscirono a realizzare tredici album in soli sette anni e ad attraversare archi temporali di grandi cambiamenti, oggi sarebbe una cosa impensabile da fare. Sinceramente, penso a questo come alla prova che Dio esiste, perché va oltre alle possibilità umane». Come dire: lassù qualcuno li ha amati. (fonte: il Sole 24 ore)

1 COMMENTO

  1. you know I Love you…ovviamente vivevano in un’epoca di grandissimi cambiamenti. da questa canzone a Lucy in the sky with diamonds c’è una differenza abissale, sembra che ci passi un secolo ed invece solo pochi anni. Comunque davvero grandi!

Comments are closed.