Le svolte epocali che l’assetto politico nazionale ha conosciuto negli ultimi trent’anni sono alla base della degenerazione odierna: la moda del trasversalismo, appunto. Destra e sinistra si sono appiattite sulla formula della partecipazione strumentale (a cosa?) superando i confini, allargando i territori, confondendo carne e pesce. Non si capisce cosa stia accadendo; Fini condivide quanto affermato da Bersani che ha già riscosso l’apprezzamento di Casini (solo per fare un esempio). E le differenze? L’esser trasversali (per moda e/o malcostume e/o convenienza), cui prodest? Non è pensabile prospettare il 90% di vedute comuni tra due o più forze politiche (perché in caso contrario c’è qualcosa che non va).

Fino a pochi anni fa si aveva (almeno) la sensazione di sapere con chi si stava parlando. Oggi la moda del trasversalismo confonde acque, uomini e opinioni. Dalla vita di ogni giorno ai luoghi di lavoro. Dalla politica allo sport. E se tutto questo coinvolge pesantemente anche gli operatori dell’informazione la finzione del reale diventa totale. La certezza che esista un filo rosso che tiene insieme presunte roccaforti di potere passa attraverso quella comunanza qualunquista (che è semplicemente trasversalismo) che si evince leggendo le concordanze di vedute tra i trasversali e i propri addetti (in house) alla comunicazione.

E non ultimo nel trasversalismo si esalta la dicotomia tra bene e male. Dove il trasversalismo, nascosto dietro coinvolgimento e partecipazione, è il bene, mentre tutto il resto è il male assoluto. Male da combattere in ogni modo, screditando, insultando e infangando, sempre certi di poter godere dell’appoggio di diverse altre persone, pronte ad ammiccare e a venire in soccorso. Forse chiamare ‘moda’ qualcosa che esiste da secoli può sembrare un controsenso, ma non è così: è moda un comportamento collettivo.