Un momento di "I care: qui nessuno è straniero"
Un momento di "I care: qui nessuno è straniero"
Un momento di “I care: qui nessuno è straniero”

Nasce a Troia nel 2007 e dopo uno stand by durato due anni, lo scorso 29 dicembre ha rivisto la luce. E’ “I care”, la festa della solidarietà e del volontariato sociale, giunta alla sua terza edizione, dedicata, come le precedenti, alla memoria di due ragazzi impegnati, Mario Beccia ed Angelo Ricchetti, che il 28 novembre 2010 persero la vita in un maledetto incidente stradale. Il programma della giornata ha visto un’intensa mattinata durante la quale si è provveduto, in tre diverse piazze (piazza Episcopio, piazza Giovanni XXIII, piazza Pirro), alla raccolta firme organizzata da Amnestey International e alla raccolta d’ indumenti pesanti e coperte per i migranti di Rignano Garganico. Momenti di svago e di riflessione, dunque, che hanno conosciuto il momento centrale alle ore 18, quando presso l’Ufficio turistico di piazza Giovanni XXIII, si è tenuto il dibattito “I care 2012: qui nessuno è straniero”, moderato da Emiliano Moccia di Frontiera Tv, e che ha visto la partecipazione di Adam e Jean Yameogo, autori della video-inchiesta sui migranti in Capitanata vincitrice del premio “Jerry Masslo”; Jean Renè Bilongo (Responsabile nazionale delle politiche sull’immigrazione della FLAI-CGIL); Padre Arcangelo Maira (Missionario scalabriniano); Roberto Iovino (Responsabile dell’ Osservatorio “Placido Rizzotto”); Edoardo Beccia (sindaco di Troia). Il momento è stato utile non solo per riflettere ma anche per intrecciare il racconto di esperienze di pratica quotidiana sul tema dell’integrazione e della lotta per i diritti nelle campagne di Puglia e non solo. Padre Arcangelo Maira, responsabile del Ghetto, il centro abitato dai migranti ai piedi di Rignano Garganico (ma comunque in agro di San Severo) ricorda l’origine del suo impegno: «Si è cominciato a costruire il campo cinque anni fa, con la campagna “Io ci sto”, un semplice volantino distribuito ai migranti con l’elenco dei servizi che a loro offrivamo. I risultati raggiunti in questi anni ci parlano di un ghetto più pulito, meglio organizzato, di una ciclofficina in cui s’impara un mestiere e di una radio, “Radio Pirata”, con cui comunichiamo la nostra attività. L’insegnamento, valido ieri come oggi, è che i migranti bisogna andarli a cercare e non apettarli chissà dove». Il riferimento, neanche tanto velato e che tornerà più volte nel corso del dibattito, è alla (tendenzialmente e con rare eccezioni) fallimentare esperienza degli alberghi diffusi, spesso posti lontani dai centri urbani e carenti di servizi alla persona. E la piaga del caporalato, fenomento tristemente noto nelle campagne sopratutto di Capitanata, viene così raccontato da Roberto Iovino, coautore del primo rapporto su agromafia e caporalato: «Storicamente il caporalato non può essere considerato completamente un fenomeno negativo – spiega Iovino -. Nella sua accezione storica i caporali favorivano incontro tra domanda e offerta del lavoro, costruivano forme di organizzazione dei lavoratori, è da questo ruolo che nascono le prime cooperative. Ma dobbiamo capire che oggi ci troviamo ad un fenomeno completamente diverso, perchè più esteso e con finalità diverse da quelle originarie. Il “caporalato” è stato definito un “reato spia”: dove c’è questa sorta d’intermediazione che diventa sfruttamento solitamente si annidano altri reati: estorsione, riduzione in schiavitù e sfruttamento della prostituzione».