john-kennedy-american-1aE’ il 21 novembre del 1963, l’Air Force One decolla da Houston e porta il presidente John Fitzgerald Kennedy a Fort Worth una piccola città attaccata a Dallas. Passa qui la sua ultima notte, all’Hotel Texas. Gli preparano la suite più bella, piena zeppa di quadri di valore, ma gli uomini della scorta non la giudicano abbastanza sicura e così scendono di un piano alla 850. Per non lasciare senza la dovuta coreografia Jfk e la moglie Jacqueline, alcuni Picasso e Van Gogh vengono spostati in tutta fretta. Il passato qui non esiste più. Le ristrutturazioni successive cambiano il volto dell’albergo, a partire dal nome: ora Hilton Fort Worth. La 850 è sparita, ma nel mezzanino e nella lobby ci sono grandi foto ricordo e il negozio interno vende memorabilia dell’epoca. Di fronte all’ingresso svetta la grande statua di bronzo di Kennedy, pezzo forte del memoriale a lui dedicato.

David lavora alla reception: “Tutti quelli che arrivano sono scossi da un brivido di emozione. Anche i più giovani o gli stranieri che  non sanno cosa è successo in questo posto, appena ne vengono a conoscenza chiedono, si informano, scattano foto”. In questi ultimi giorni la febbre sale: “Il cinquantesimo anniversario ha riacceso l’interesse, c’è una sorta di  processione: in centinaia vengono a vedere dove ha dormito l’ultima volta”. E dove tiene il suo ultimo discorso prima di volare verso Dallas.

L’epicentro nella città texana è Dealey Plaza, dove si incrociano Elm e Houston Street. Qui alle 12 e 30 del 23 novembre passa il corteo presidenziale, nascosto dietro un mucchio di cartoni della finestra al sesto piano della Texas School Book Depository sta appostato Lee Harvey Oswald. Prende la mira e spara per tre volte. Ci può affacciare dallo stesso punto, gli alberi, che da sotto sembrano coprire la visuale, in realtà non sono un ostacolo: persino ad un occhio poco esperto sembra un colpo possibile. Adesso questa palazzina di mattoni rossi è il Sixth Floor Museum che un gruppo di appassionati ha messo in piedi strappandolo alla sicura demolizione: “Non avremmo potuto permetterlo, sarebbe stato come ammettere che Dallas aveva qualcosa da nascondere”, spiega ai giornali locali Lindalyn Adams, una delle fondatrici.

Sotto, dove le strade formano la piazza, è tutto come cinquant’anni fa. Cambia solo il cemento rifatto proprio in questi giorni per cancellare le X bianche che indicavano il luogo esatto della vettura di Jfk. E c’è in più il monumento che ricorda l’attentato, con le lapidi nere e la fontana bianca che fa rimbalzare i getti d’acqua. I turisti fanno la fila per entrare, i venditori ambulanti spacciano “documenti dell’epoca” e i testimoni oculari si moltiplicano con l’avvicinarsi della data storica. Oggi alle 12 e 30 qui ci sarà la cerimonia ufficiale: minuto di silenzio, campane e dal palco verranno letti i discorsi di Jfk. Un profilo basso, senza autorità, senza membri della famiglia Kennedy: “Vogliamo ricordare più la sua vita che il suo omicidio”, spiega Ruth Altshuler del comitato organizzatore.

Mikey viene da Cincinnati, ha quasi ottant’anni ed è qui con i nipoti che gli hanno sentito ripetere mille volte quel giorno: “Ero al lavoro, appena arrivata la notizia ci fecero uscire dalla fabbrica: accendemmo le televisioni e molti si misero a piangere”. Tutti quelli che sono qui si ricordano dov’erano e cosa stavano facendo, la risposta è automatica: “Certo che lo so, ero….” e via raccontando. Se lo ricorda anche Marcus che sta entrando al Texas Theatre, il cinema al 231 di Jefferson Boulevard dove Lee Harvey Oswald viene arrestato. Anche qui tutto è cambiato, le poltrone sono rosse come allora ma queste splendono di design ultramoderno. Nella lobby c’è un bel bar e al piano di sopra una galleria d’arte. Proiettano War is Hell, lo stesso film che andava in scena quel giorno e poi JFK di Oliver Stone, ovvio. I proprietari convivono con la storia, due anni fa provano pure a mettere in vendita delle magliette con la scritta: Oswald Wanted. Vanno a ruba ma le polemiche sconsigliano di ripetere l’iniziativa.

L’altro santuario è il Parkland Memorial Hospital dove, alle 13 in punto, Kennedy viene dichiarato morto dopo i tentativi disperati di salvarlo: una lapide lo ricorda. Le targhe o i cartelloni turistici sono ovunque per ricordare quella mattina che cambiò l’America: ci sono a Beckley street dove Oswald dorme la sera prima dell’attentato e qualche isolato più in là al 214 di Neely Street dove Lee vive invece con la moglie Marina e le due bimbe piccole. E’ qui davanti che lui si fa fare la famosa foto con il moschetto in mano. Ed è lungo queste strade che il viaggio nella memoria funziona meglio, perché in questi quartieri dalle case basse di legno niente o poco è cambiato.

Sembra di vederlo il poliziotto di pattuglia J. D. Tippit che ferma l’assassino di Kennedy perché corrisponde alla descrizione diramata subito dopo la sparatoria. Lo intercetta alla fine di East 10th street ma non fa in tempo a difendersi che viene ucciso a colpi di pistola. Sua moglie Marie oggi lo ricorda così: “Era un brav’uomo, un cristiano, amava me e i suoi bambini. Niente me lo riporterà indietro, che è l’unica cosa che mi interessa: ma penso sia giusto e importante ricordare”. Una targa nera, quadrata, gli rende omaggio. Il marciapiede traballa, screpolato come una ferita oggi come cinquant’anni fa. (tratto da Repubblica.it)