matteo_renziSul finire di una nuova, lunga giornata in Parlamento, Matteo Renzi incassa la fiducia al suo esecutivo anche alla Camera: 378 sì e 220 no (presenti 599, 598 i votanti, un astenuto). Alla Camera Renzi totalizza un voto in meno del precedente inquilino di Palazzo Chigi, Enrico Letta. Ma al voto stasera non hanno partecipato due fedelissimi renziani, Lorenzo Guerini e Luca Lotti: erano in riunione con il presidente del Consiglio.

La fiducia alla Camera segue quella di 24 ore prima, e a notte fonda, al Senato. Il primo passo verso l’investitura parlamentare del nuovo governo, che Renzi aveva salutato stamattina con un tweet: “Ok il Senato, adesso la Camera. Poi si inizia a lavorare sul serio. Domani scuole, lavoratori, imprenditori, sindaci a Treviso. #lavoltabuona”.

L’appuntamento è pochi minuti prima delle 17, quando il presidente del Consiglio appare a Montecitorio per pronunciare la sua replica dopo un dibattito sulla fiducia che aveva ricalcato il copione del giorno precedente: attacchi durissimi al limite dell’insulto dal Movimento 5 Stelle e appoggio spesso freddo dalla sua maggioranza, a cominciare proprio da ampi settori del suo stesso partito. Una diffidenza che raggiunge il suo apice quando a fare il suo ingresso in Aula è Enrico Letta. L’ex premier passa infatti davanti al banco del governo ignorando sia Renzi che i ministri, preferendo puntare verso lo scranno di Pierluigi Bersani con il quale si è lasciato andare ad un lungo, intenso e commosso abbraccio.

Buona parte del suo discorso, Renzi lo divide tra il rilancio delle linee programmatiche già illustrate al Senato e frecciate al M5S. “Quando sento la parola mafia, i pizzini, usata con leggerezza provo un brivido di dolore, perché questo palazzo ha vissuto momenti devastanti e ci sono stati degli statisti capaci di superare quei momenti”, afferma, ricordando la drammatica elezione di Oscar Lulgi Scalfaro a presidente della Repubblica, dopo la strage di Capaci e in risposta alle critiche del M5S. Poi, puntando ancora l’indice contro la mancanza di dissenso e pluralismo all’interno del Movimento, il presidente del Consiglio incalza:  “Quando ho perso alle primarie con Pierluigi Bersani lui non mi ha espulso e il fatto che Bersani sia qui avendo idee diverse dalle mie su molte cose è un segno di stile e rispetto non personale ma politico. Siamo il Pd”. “Nel Pd – rincara – non abbiamo un confronto formale. Quando c’è da discutere, confrontarci e litigare lo facciamo. Comprendiamo la difficoltà di capire una cosa complicata, si chiama democrazia interna, è una cosa positiva, provatela anche voi, non fa male e consente di essere delle persone migliori”.

Passando alla futura azione del suo esecutivo, Renzi, come aveva già fatto ieri a Palazzo Madama, spiega: “C’è sempre qualcuno a cui attribuire responsabilità, a cui dare la colpa. Per questo è fondamentale dire che questo governo non ha alibi. Se riusciremo a fare quanto promesso, avremo fatto il nostro dovere. Se non ci riusciremo, ho apprezzato l’intervento di Fassina, la responsabilità sarà di chi guida il governo. Non è coraggio ma è realismo”.

“All’interno dell’Europa – prosegue il presidente del Consiglio – l’Italia ha un grado di difficoltà maggiore rispetto agli altri paesi, che non nasce nell’ultimo anno o due, non è una responsabilità degli ultimi due governi, è un problema che abbiamo da 15 anni: l’Italia non cresce come il resto dell’Europa”. “Abbiamo un’unica chance – sottolinea – prendere ora, qui e adesso l’occasione della timida ripresa che si sta affacciando, per fare l’unica cosa che possiamo fare: cambiare profondamente il nostro Paese, a partire dalla giustizia civile, dal fisco, nella concretezza di tutti i giorni la vita quotidiana degli imprenditori”. “Pensiamo – insiste – che il semestre europeo sia una gigantesca opportunità, non una formalità. L’Europa non è il nostro nemico”. “L’Europa oggi non dà speranza – dice ancora il premier – perché abbiamo lasciato che il dibattito sull’Europa fosse solo virgole e percentuali. Noi vogliamo un’Europa dove l’Italia non va a prendere la linea per sapere che cosa fare, ma dà un contributo fondamentale, perchè senza l’Italia non c’è l’Europa”.

Rispondendo alle molte critiche piovute in mattinata dai banchi di Montecitorio, Renzi spiega: “Questo cambiamento radicale avrebbe meritato un passaggio elettorale, lo dico a chi lo ha sottolineato anche oggi più volte. Ma lo avrebbe meritato se ci fossero state le condizioni per avere il giorno dpo una maggioranza stabile. Se noi fossimo andati a un passaggio elettorale ci saremmo trovati nelle stesse identiche condizioni esattamente di un anno fa”.

Il segretario democratico ricorda quindi che “non bastano le riforme costituzionali o elettorali: esiste un’esigenza drammatica, che è quella occupazionale”. “La riduzione a doppia cifra del cuneo fiscale – precisa quindi parlando del problema lavoro – era in miliardi non in percentuale”. “Se riduco di 10 miliardi la pressione fiscale non credo possa arrivare un sorrisino” ha affermato Renzi rispondendo a una brusio di derisione che giungeva dall’emiciclo. Altro provvedimento al quale il presidente del Consiglio attribuisce particolare importanza è “lo sblocco totale dei debiti della Pubblica Amministrazione” che “deve costituire uno shock come accaduto in Spagna”. E per farlo si affida alla Cassa Depositi e Prestiti dalla quale, dice a Ballarò, si aspetta 60 miliardi di euro. E, sempre a proposito di economia, da Floris dice che, Bot a parte, “bisogna ragionare sul livello della tassazione delle rendite”. Quanto al cuneo fiscale spiega: “Ci sono scuole pensiero diverso, Padoan si è preso tempo per verificarle. Alcuni professori della Bocconi insistono su 20-23 miliardi, altri hanno idea diversa. Un modo è abbassare Irap, un altro è abbassare Irpef, il terzo sul quale stiamo ragionando è quello degli oneri sociali”. E comunque, riguardo al suo ministro dell’Economia spiega: “Padoan è uno con cui decidiamo insieme, ed è importantissimo, condividiamo idea di fondo che bisogna mettere in circolo soldi”.

Malgrado il gelo con Letta, nel corso del suo intervento Renzi cita due volte il suo predecessore per elogiarne l’operato. La prima, parlando di conti pubblici: “in particolar modo il governo guidato da Enrico Letta ha investito molto su questo punto, lo riconosco in maniera chiara ed evidente”. Più tardi, quando parla di province, il premier dà atto al suo predecessore di avere fatto un “primo passo” con il provvedimento Delrio. (tratto da repubblica.it)

Pierluigi Bersani torna alla camera. Commozione e accoglienza da parte dell’intera aula parlamentare.

Quasi un triangolo: lui, l’ex, l’altro. Lui, Pier Luigi Bersani, riappare alla Camera dopo la malattia. L’altro, Matteo Renzi, lo abbraccia (e poi twitta), mentre lui con lo sguardo cerca l’ex, Enrico Letta, ma invano. Tutt’intorno riecheggia il lungo applauso per celebrare il suo ritorno – quasi una standing ovation – dei deputati democratici, ma anche di quelli appartenenti ad altri gruppi parlamentari (tutti tranne i Cinque Stelle, che rimangono seduti negli scranni senza scomporsi).

Dopo il malore avuto a inizio gennaio e la lunga convalescenza, Bersani torna dunque a prendere posto nel suo seggio per votare la fiducia al governo Renzi. Il neopremier lascia i banchi del governo e lo saluta con affetto. Poi, come nel suo stile, lo ringrazia pubblicamente con un tweet: “Grazie a @pbersani per essere in aula oggi. Un gesto non scontato, per me particolarmente importante. Grazie”.

Durante la replica, il presidente del Consiglio ne loda lo stile: “Il fatto che Pier Luigi Bersani sia qui – dice rivolto ai deputati- avendo idee molto diverse, è un segno di uno stile e di un rispetto non semplicemente personale, ma di un rispetto politico. Siamo il Pd”.

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Ma Bersani non è andato alla Camera per lui: “Sono venuto ad abbracciare Enrico (Letta, ndr). Ma ancora non è arrivato?”, chiede, regalando visibilmente commosso sorrisi e battute, ai colleghi parlamentari di maggioranza e opposizione, dal capogruppo di Fi Renato Brunetta al portavoce del Pd Lorenzo Guerini, che si accalcano per salutarlo e chiedergli come sta. Poi ammorbidisce e, uscendo da Montecitorio dopo la replica, precisa: “Io sono qui per fare il mio doppio dovere: votare la fiducia e abbracciare Enrico Letta”. E, con tono paterno, aggiunge: “Matteo pecca di umiltà ma ha bisogno d’aiuto e, quando saranno chiari alcuni obiettivi, io starò qui a fare il mio dovere per aiutarlo. Il Pd reggerà. Da domani gli italiani vorranno misurare lo spread tra parole e fatti'”.

Enrico Letta però ancora non c’è. L’ex premier, infatti, giunge a Montecitorio solo intorno alle 16.30, senza partecipare al precedente dibattito sulla fiducia al governo. L’ultimo suo messaggio è stato lo scorso 22 febbraio, quando dopo la gelida cerimonia della Campanella a palazzo Chigi aveva scritto su Twitter: “Grazie Napolitano e tutti quelli che mi hanno sostenuto! Ora uno stacco via da Roma per prendere le migliori decisioni”.

Finalmente Enrico fa la sua entrata in Aula, non degna di uno sguardo Renzi, stringe velocemente la mano a Graziano Delrio e va dritto incontro a Pier Luigi. I due si abbracciano a lungo e con calore, gli applausi continuano scroscianti. Un momento emozionante e al tempo stesso drammatico. Poi Letta si va a sedere, ma non nei banchi del Pd: prende posto al tavolo del comitato dei Nove, nella parte bassa dell’emiciclo e dà le spalle al premier. Più tardi voterà lealmente la fiducia e anche lui scriverà un tweet dedicato all’amico: “Dal 5 gennaio speravo di vivere questo momento. Bentornato Pierluigi!”.

Dagli altoparlanti risuona intanto la voce della presidente Laura Boldrini, che dà il bentornato ufficiale all’onorevole Bersani, seguito da un nuovo lungo applauso. (tratto da repubblica.it)