per_amore_del_mio_popoloAlle ore 7.25 di 20 anni fa (l’anniversario cadrà domani mattina, ndr.) veniva assassinato Don Giuseppe Diana, parroco della chiesa di San Nicola di Bari sita in Casal di Principe. Nel giorno del suo onomastico, Don Peppino (come amavano chiamarlo i parrocchiani) è stato freddato nella sacrestia, mentre si accingeva a celebrare la Santa Messa del mattino, poiché contro i voleri e l’operato del clan casalese che in quel tempo comandava la zona. Un uomo, prima che un presbitero, dedito alla giustizia e al buon vivere, contrario a ogni forma di associazionismo finalizzato alla delinquenza. Quella mattina, il 19 marzo 1994, un killer lo affronta con una pistola, esplodendo cinque proiettili, tutti a segno: due alla testa, uno in faccia, uno alla mano e uno al collo. Don Peppe Diana muore all’istante. L’omicidio, di puro stampo camorristico, fece scalpore in tutta Italia. Si è sempre battuto contro la camorra per il bene dei suoi concittadini, credendo in una difesa della comunità per bene di Casal di Principe. Anche Papa Giovanni Paolo II, durante l’Angelus, esaltò le gesta del parroco esprimendo il proprio cordoglio. Di lui, oltre alle mille lotte pagate a caro prezzo (con la vita), ci rimangono alcuni scritti importanti che oggi, alla luce di una festività tanto importante e gioiosa per noi (la festa del papà), dovremmo ricordare e scolpire nella nostra mente, affinché non si ripetano più crimini simili. Uno dei documenti più toccanti è la lettera “Per amore del mio popolo non tacerò”, diffusa a Natale del 1991 in tutte le chiese di Casal di Principe e della zona aversana insieme ai parroci della foranìa di Casal di Principe. Un manifesto dell’impegno contro il sistema criminale:

Per amore del mio popolo non tacerò

Siamo preoccupati

Assistiamo impotenti al dolore di tante famiglie che vedono i loro figli finire miseramente vittime o mandanti delle organizzazioni della camorra.

Come battezzati in Cristo, come pastori della Forania di Casal di Principe ci sentiamo investiti in pieno della nostra responsabilità di essere “segno di contraddizione”.

Coscienti che come chiesa “dobbiamo educare con la parola e la testimonianza di vita alla prima beatitudine del Vangelo che è la povertà, come distacco dalla ricerca del superfluo, da ogni ambiguo compromesso o ingiusto privilegio, come servizio sino al dono di sé, come esperienza generosamente vissuta di solidarietà”.

La Camorra

La Camorra oggi è una forma di terrorismo che incute paura, impone le sue leggi e tenta di diventare componente endemica nella società campana.

I camorristi impongono con la violenza, armi in pugno, regole inaccettabili: estorsioni che hanno visto le nostre zone diventare sempre più aree sussidiate, assistite senza alcuna autonoma capacità di sviluppo; tangenti al venti per cento e oltre sui lavori edili, che scoraggerebbero l’imprenditore più temerario; traffici illeciti per l’acquisto e lo spaccio delle sostanze stupefacenti il cui uso produce a schiere giovani emarginati, e manovalanza a disposizione delle organizzazioni criminali; scontri tra diverse fazioni che si abbattono come veri flagelli devastatori sulle famiglie delle nostre zone; esempi negativi per tutta la fascia adolescenziale della popolazione, veri e propri laboratori di violenza e del crimine organizzato.

Precise responsabilità politiche

È oramai chiaro che il disfacimento delle istituzioni civili ha consentito l’infiltrazione del potere camorristico a tutti i livelli. La Camorra riempie un vuoto di potere dello Stato che nelle amministrazioni periferiche è caratterizzato da corruzione, lungaggini e favoritismi.

La Camorra rappresenta uno Stato deviante parallelo rispetto a quello ufficiale, privo però di burocrazia e d’intermediari che sono la piaga dello Stato legale. L’inefficienza delle politiche occupazionali, della sanità, ecc; non possono che creare sfiducia negli abitanti dei nostri paesi; un preoccupato senso di rischio che si va facendo più forte ogni giorno che passa, l’inadeguata tutela dei legittimi interessi e diritti dei liberi cittadini; le carenze anche della nostra azione pastorale ci devono convincere che l’Azione di tutta la Chiesa deve farsi più tagliente e meno neutrale per permettere alle parrocchie di riscoprire quegli spazi per una “ministerialità” di liberazione, di promozione umana e di servizio.

Forse le nostre comunità avranno bisogno di nuovi modelli di comportamento: certamente di realtà, di testimonianze, di esempi, per essere credibili.

Impegno dei cristiani

Il nostro impegno profetico di denuncia non deve e non può venire meno.

Dio ci chiama ad essere profeti.

– Il Profeta fa da sentinella: vede l’ingiustizia, la denuncia e richiama il progetto originario di Dio (Ezechiele 3,16-18);

– Il Profeta ricorda il passato e se ne serve per cogliere nel presente il nuovo (Isaia 43);

– Il Profeta invita a vivere e lui stesso vive, la Solidarietà nella sofferenza (Genesi 8,18-23);

– Il Profeta indica come prioritaria la via della giustizia (Geremia 22,3 -Isaia 5)

Coscienti che “il nostro aiuto è nel nome del Signore” come credenti in Gesù Cristo il quale “al finir della notte si ritirava sul monte a pregare” riaffermiamo il valore anticipatorio della Preghiera che è la fonte della nostra Speranza.

NON UNA CONCLUSIONE: MA UN INIZIO

Appello

Le nostre “Chiese hanno, oggi, urgente bisogno di indicazioni articolate per impostare coraggiosi piani pastorali, aderenti alla nuova realtà; in particolare dovranno farsi promotrici di serie analisi sul piano culturale, politico ed economico coinvolgendo in ciò gli intellettuali finora troppo assenti da queste piaghe”

Ai preti nostri pastori e confratelli chiediamo di parlare chiaro nelle omelie ed in tutte quelle occasioni in cui si richiede una testimonianza coraggiosa;

Alla Chiesa che non rinunci al suo ruolo “profetico” affinché gli strumenti della denuncia e dell’annuncio si concretizzino nella capacità di produrre nuova coscienza nel segno della giustizia, della solidarietà, dei valori etici e civili (Lam. 3,17-26).

Tra qualche anno, non vorremmo batterci il petto colpevoli e dire con Geremia “Siamo rimasti lontani dalla pace… abbiamo dimenticato il benessere… La continua esperienza del nostro incerto vagare, in alto ed in basso,… dal nostro penoso disorientamento circa quello che bisogna decidere e fare… sono come assenzio e veleno”.

Forania di Casal di Principe (Parrocchie: San Nicola di Bari, S.S. Salvatore, Spirito Santo – Casal di Principe; Santa Croce e M.S.S. Annunziata – San Cipriano d’Aversa; Santa Croce – Casapesenna; M. S.S. Assunta – Villa Literno; M.S.S. Assunta – Villa di Briano; SANTUARIO DI M.SS. DI BRIANO ).

Rimangono indelebili, marchiate a fuoco, le parole che Don Peppino Diana ci ha lasciato. Di lui resta anche il ricordoDon Giuseppe Diana solenne dell’onorificenza riconosciutagli dallo Stato Italiano, come Medaglia al valor civile, con una breve ma significativa dicitura«parroco di un paese campano, in prima linea contro il racket e lo sfruttamento degli extracomunitari, pur consapevole di esporsi a rischi mortali, non esitava a schierarsi nella lotta alla camorra, cadendo vittima di un proditorio agguato mentre si accingeva ad officiare la messa. Nobile esempio dei più alti ideali di giustizia e di solidarietà umana».

I tanti uomini, politici e non, che oggi invocano la libertà, la sicurezza e il diritto a una buona vita, almeno in questa giornata di festa, dovrebbero fermarsi un attimino a pensare quanto sia importante la vita, e quanto si possa fare per gli altri, non rigenerandosi socialmente o ergendosi a custodi di chissà quale soluzione o ricetta segreta, ma ripensando veramente il proprio ruolo e le proprie conoscenze, mettendosi al servizio degli altri. Immaginiamo che oggi tutto questo sia molto più facile rispetto a 20 anni fa, quando si veniva ammazzati in una sagrestia. Tra una zeppola e l’altra oggi ripensiamo alle decide e decide di vittime come Don Peppino Diana, simbolo di un coraggio ormai tramontato, e magari rileggiamo la sua lettera… potrebbero essere i dieci minuti meglio spesi della nostra esistenza.