Dal 12 maggio, all'ex palestra Gil non abita più la rassegnazione
Dal 12 maggio, all'ex palestra Gil non abita più la rassegnazione
Dal 12 maggio, alla palestra ex Gil, non abita più la rassegnazione

Centro sociale. Spazio autogestito. Laboratorio urbano. Parole trite e ritrite, usate e abusate fino a perderne l’essenza, che poi è il significato. Spesso accomunate ad altre di parole, tanto sentite (e manomesse, come direbbe Carofiglio) da sembrare stucchevoli: autonomi, anarchici, punk, squatter. Gli accostamenti diventano micidiali, in una progressione qualunquista che diventa inno al luogo comune. Cosa sono quegli spazi e chi li occupa resta, così, spesso, arcano tutto ancora da svelare e decifrare. In Italia gli ‘spazi sociali’ (forse sono queste le parole meno alienanti) sono diversi: Napoli, Roma, Padova, Torino, Genova. La cartina geografica del Bel paese è costellata di avamposti occupati o autogestiti, una miriade di macchie rosse (chiamarle “zone” sarebbe quantomeno improprio) che, nonostante tutto, continuano a “resistere” o, se volete, a rinascere. Non si sottrae a questa dinamica neanche il nostro territorio, alla faccia di chi crede che la natura “urbana” dei centri sociali mal si concilierebbe con la vocazione contadina della Capitanata. A Foggia c’è una bella storia da raccontare, che viene da lontano e che lontano sembra anche voler andare. Esempi di “spazi sociali” li ha vissuti anche la nostra Cerignola. Contribuendo a scrivere un’epopea fatta di gesta passate e pratiche presenti… tutte accomunate da una insaziabile nostalgia di futuro.

E’ calata la “Scurìa”. “Le città sono di chi le ama”. Recita così il lenzuolo bianco appeso all’ingresso del centro sociale  “Scurìa’ di Foggia (ovvero, in foggiano, l’ oscurità, l’ora del buio che avvolge le cose. Mutandole di senso). Un drappo bianco, di medievale memoria, a segnare il presidio di uno spazio che, invece, esprime esigenze e potenzialità tutte moderne. Siamo nella palestra ex Gil, via Ammiraglio Da Zara 11, a due passi dall’Università. Qui, dal 12 maggio scorso, gli attivisti del collettivo 0881 hanno occupato lo stabile in disuso ancora di proprietà dell’Ateneo, il cui rettore è stato comunque rassicurato in merito alla disponibilità, da parte degli occupanti, a lasciare il locale, qualora fondi e progettualità consentissero un vero recupero dell’immobile. Da allora i 10 giorni di presidio sono volati via: inaugurazione della palestra popolare, biblioteca sociale, concerti, presentazione di libri (“Self – made man” di Andrea Strippoli), corsi di danza e di lingua straniera. Lo spirito è chiaro, tutto proteso a risolvere un ossimoro soltanto apparente: occupare per liberare. Spazi, certo. Ma anche energie, idealità, talenti, nuove forme di organizzazione. Appena un anno fa la presentazione al Comune e al sindaco Mongelli di un piano dettagliato di recupero di immobili abbandonati. A costo zero. La risposta, tanto scontata quanto provvidenziale visti gli esiti futuri dell’istanza fu: spazi non ce ne sono. Una falsità conclamata in un capoluogo di provincia in cui gli immobili inutilizzati sono diversi, ma l’ente pubblico ormai ne ha perso la mappatura, ignorando spesso a chi sono stati dati in gestione. Eccola, la risposta che ci voleva. Quella che ti costringe ad occupare. Per ridare vita ad un posto, sottrarlo all’incuria, restituirlo al suo quartiere. Ecco, il quartiere. Entrare in simbiosi con la comunità di riferimento, sospirarne gli affanni e condividerne le aspirazioni, significa anche saperci stare, nel quartiere. Anche per questo lo 0881 si è dato delle regole interne, linee guida da rispettare all’insegna dello “zero bivacco, zero passività”. Anarchici che si danno delle regole. Anche qui la contraddizione è soltanto apparente per chi pensa che la libertà è la più alta forma di autodisciplina.

Una storia che viene da lontano. La palestra ex Gil è soltanto l’ ultimo tassello di un puzzle che mette assieme frammenti

La "scurìa" avvolge le cose. Mutandole di senso.
La “scurìa” avvolge le cose. Mutandole di senso.

antichi, foto un po’ sbiadite, lotte antiche che, almeno in parte, hanno saputo rinnovarsi.  In origine fu la Diskarika, capostipite dei centri sociali foggiani. Anno 1989. La lunga onda del Leonkavallo di Milano, piuttosto che del Forte Prenestino di Roma, trascinava con sé entusiasmi e vigori giovanili, mentre la Pantera preparava il balzo felino che l’avrebbe portata ad occupare le Università dell’intero stivale. E’ in quel contesto, ad esempio, che nel 1990, a Foggia, fa tappa la Mutoid Waste Company, il gruppo di scultori e performer che, a metà degli anni ’80, diffuse la cultura dei rave party e del riadattamento post industriale di edifici abbandonati. C’è ancora chi, tra i militanti con qualche anno in più sulle spalle, ricorda espressioni facciali e reazioni imbarazzate di una città non ancora pronta a recepire l’arte di chi, qualche anno dopo, sarebbe diventato ensemble artistico di rilievo mondiale. Poi fu la volta della Pishina occupata, proprio a fianco dell’ex Gil. Sgomberata nel 1994 con la promessa di farci chissà che cosa è ancora oggi abbandonata. Negli ultimi anni era stato il Laboratorio politico Jacob a riprendere in mano l’eterna vertenza “spazi sociali”. A cercare alleanze e convergenze sempre più larghe. E a trovarle, tanto da fondere la propria decennale esperienza nel neonato Collettivo 0881. Ed anche prima della palestra ex Gil, l’attenzione era stata posta su altri luoghi simbolo della città: il Teatro Mediterraneo, l’ex carcere di Sant’Eligio ed infine l’ex scuola media De Sanctis. Qui, a due passi dello stadio, gli attivisti sono riusciti a salvare un’intera biblioteca, ormai prossima vittima dell’incuria più totale. Il tempo passa, certo. Cercare ostinatamente un’ideologia nei ragazzi che occupano può essere operazione inutile tanto quanto infruttuosa. Tanta sinistra diffusa, pezzi di associazionismo sociale, tanti studenti, gente del quartiere. Di sicuro antifascisti e antirazzisti. Un magma composito ma non indistinto, irriducibile ma non chiuso. Capace di travolgere, ma anche di lasciarsi travolgere.

Uno dei concerti nella vecchia sede del ResUrb
Uno dei concerti nella vecchia sede del ResUrb

Quando anche a Cerignola c’era ‘mouina’. E’ particolare il rapporto che c’è tra la lingua locale, il dialetto e gli spazi sociali di un territorio. Così come a Foggia, anche Cerignola ha scelto il dialetto per “nominare” l’unico esempio di realtà autogestita in terra d’Ofanto. A dimostrazione di un legame stretto tra un laboratorio urbano ed il contesto di riferimento. La ‘Mouina’, in cerignolano, sta per movimento e vede l’alba nel lontano dicembre del 1992. Una storia breve ma intensa, tribolata ma trainante. Come un riff hard core, come uno spazio antagonista dev’essere per natura. Tre locali cambiati (il primo, quello storico, a fianco del Baraonda, negli ultimi anni sede dell’ormai defunta Fabbrica di Nichi), per una storia portata avanti fino al 1996, quando l’età adulta di alcuni, i trasferimenti fuori regione per motivi di lavoro, assieme a qualche furto e devastazione sempre più frequenti, scrissero la parola fine al capitolo centro sociale in versione cerignolana. In mezzo però, tanta “muina culturale”: proiezioni, dibattiti e concerti à gogo, qualche live rimasto nella storia come quello dei “Nessun dorma” o dei “Frammenti”, musicisti arrivati addirittura d’Oltremanica. Anche qui il contesto fece la differenza: il grunge aveva ormai sfondato, le camice di flanella a quadri pure e le Posse stavano arrivando. Molti anni dopo, sarà il laboratorio urbano Resurb a riprendere, con presupposti e modalità diverse, le redini di un discorso interrotto ma non per questo sepolto. Senza ormai una sede fisica vera e propria gli adolescenti del laboratorio hanno puntato (con crescente successo) tutto sull’Indiegesto, la manifestazione di arte giovanile giunta ormai alla sua sesta edizione. A dimostrazione che pratiche, istanze e lotte sociali possono assumere forme diverse. Ma non possono prescindere dalla battaglia per gli spazi, condizione minima per dare forma e concretezza a idee e progetti. Occupare, autogestire, creare nuovi spazi. Per vivere di socialità, per non morire di solitudine.

 

 

  • salvio

    … belle storie, bei racconti: le città dovrebbero essere di ki le ama

  • Pippo

    Bei tempi il Mouina…eravamo giovani, pieni di entusiasmo e di speranze, ma soprattutto ci volevamo bene come fratelli!