Casa-per-articolo-284x190E’ una storia di “nuovi poveri”, di “dignità sotto sfratto”, quella che vogliamo raccontare oggi. Perché spesso dimentichiamo che dietro l’anonimato della parola “crisi” e di astratti numeri, si nascondono volti e storie vere. C’è chi li chiama “ladri di case”, chi “disperati”. Noi li chiamiamo semplicemente Mario e Lucia. Loro una casa non ce l’hanno. E una  casa, per chi l’ha persa o rischia di perderla, diventa il luogo dove difendere la propria dignità, l’ultima apparenza di normalità. Anche a costo di andare contro la Legge. Ed è proprio questo che la disperazione e gli stenti hanno costretto Mario e Lucia a fare: mettere la loro vita e quella dei due figli al di sopra delle leggi, delle graduatorie per l’assegnazione di un alloggio popolare, di quella macchina, a tratti mostruosa, chiamata “burocrazia”.

E’ la notte tra il 14 e il 15 luglio scorso. Dopo lo sfratto e l’ennesima notte passata in auto,  Mario e Lucia, sposati da 40 anni, si ritrovano davanti all’ex Carcere di Viale Sant’Antonio, in quello che doveva essere un centro d’accoglienza per i lavoratori stranieri, finanziato con fondi regionali. Una struttura dove, ancora oggi, la Croce Rossa gestisce una mensa sociale, ma i cui locali, dopo i lavori di ristrutturazione e riqualificazione, sono rimasti per lo più in disuso. A dire il vero, in questi giorni, anche il servizio mensa è stato sospeso, perché- si legge nella nota del Comitato locale affissa dinanzi alla sede-  “a causa delle esigue risorse alimentari, la Croce Rossa non è in condizioni di accogliere ulteriori assistiti”- e ancora-“a causa degli spiacevoli episodi di aggressività verbale del 12/07/2014 questo servizio sarà sospeso fino a nuove disposizioni”. Le fila dei bisognosi, infatti, si accalcano dietro alle porte del refettorio e non mancano gli episodi di violenza.

E’ proprio qui, con questi disperati, che si incrocia la storia di Mario e Lucia.“Per caso, quella notte, dopo aver vagato a lungo, ci eravamo ritrovati davanti l’ex carcere di Sant’Antonio- spiega Mario– Ho notato che il portone era socchiuso. Ho forzato un po’ e, senza neanche pensarci, sono entrato. Sai -mi dice-quando la pancia è vuota e il sonno e la disperazione ti annebbiano la mente, ti comporti come una bestia alla ricerca di cibo e di una tana. Non è più la ragione a guidarti, ma lo spirito di conservazione. E, credimi, quando non hai un tetto sulla testa o un muro contro cui sbattercela, sei disposto a tutto, anche a diventare un abusivo”.

Già, “abusivi”, perché Mario e Lucia, quella notte, quel locale a pian terreno di Viale Sant’Antonio l’hanno occupato. Senza una casa da aprile, armati di qualche scatolone, i due coniugi  fanno irruzione nell’immobile pubblico e lo occupano. Da circa due settimane è questa la loro casa: un fornello mobile a gas; un tavolo e qualche sedia; due letti e qualche sanitario. Da girorni hanno anche un divano, una tenda e qualche altro oggetto regalato dai parenti. La loro vita è tutta qui, impacchettata in qualche scatola.

Il mattino seguente, allertati dai volontari della Croce Rossa, arriva una pattuglia della Polizia Municipale che li invita a lasciare l’immobile, e il Dirigente del locale Commissariato di Polizia, Loreta Colasuonno, in persona. Ma neanche le parole del Sindaco e dell’Assessore Romano servono a dissuadere i due. La condotta illecita, infatti, non resterà priva di conseguenze poiché, oltre alla denuncia in sede penale, secondo le nuove disposizioni di legge, in materia di occupazioni abusive, gli autori dell’illecito non potranno chiedere la residenza presso gli alloggi oggetto di intrusione indebita e non potranno partecipare alle procedure di assegnazione di alloggi pubblici per i cinque anni successivi alla data di accertamento dell’occupazione.

“Hanno tentato in tutti i modi di convincerci a lasciare la casa-dice Lucia– Il giorno dopo l’occupazione ci hanno staccato la corrente e saldato due porte dalle quali potevamo accedere ad altre stanze. Ci hanno detto che stavamo facendo un reato e che così avremmo perso ogni diritto. Ma cosa avremmo dovuto fare? Tornare in macchina e poi dietro alle porte dell’Ufficio dei Servizi Sociali per sentirci dire che le graduatorie sono bloccate e che i fondi non ci sono?”

“Se ci assicurano un’altra sistemazione- le fa eco Mario– noi facciamo le valigie e ce ne andiamo. In caso contrario, non ci muoviamo di qui. Io, lo scorso settembre, ho subito in un incidente una grave frattura alla gamba che mi impedisce di lavorare, mia moglie è depressa e ha un’ernia e i miei figli non trovano lavoro.-dice- Quando nel 2005 siamo tornati a Cerignola, dopo 25 anni a Roma, credevamo di poter stare meglio. Dopotutto,  in provincia la vita costa meno, qualche lavoretto anche in campagna si trova sempre, mi dicevo, e tra parenti e compaesani ci si aiuta. Mi sono sbagliato. Eccome se l’ho fatto”-osserva con amarezza.

Il Signor Mario, 58 anni, ex autotrasportatore, è attualmente disoccupato a causa della sua situazione giudiziaria, per la quale si prevede un fine pena tra quattro anni, e da qualche mese, a causa di problemi di salute. Anche la Signora Lucia non se la passa bene. Ha un’ernia del disco, per la quale ha richiesto l’indennità di invalidità, e da anni, soffre di una profonda depressione che la costringe all’assunzione quotidiana di antidepressivi. Lucia non ha mai lavorato poiché si è sempre occupata dei quattro figli, oggi tutti maggiorenni,  di cui due residenti a Roma, sposati e con figli, e due ancora a carico, rispettivamente di 32 e 24 anni. Lo scorso anno,  la signora Lucia si è rivolta ai Servizi Sociali in preda alla disperazione , a causa della detenzione del marito e soprattutto per la difficoltà riscontrata con gli ex proprietari di casa, i quali pretendevano, a giusta ragione, il pagamento del canone di locazione, comprese le utenze. Il Servizio Sociale,  è intervenuto erogando in loro favore un contributo economico finalizzato al rimborso delle tre mensilità di cauzione per il reperimento di una nuova situazione abitativa. Sembrava che la situazione fosse rientrata, invece, a distanza di qualche mese, la signora Lucia si è ripresentata alla porta dell’Ufficio Servizi Sociali del Comune, denunciando una situazione ancor più drammatica. Suo marito Mario ha un definitivo di pena previsto per il 2019 e con il suo lavoro di collaboratrice domestica non riesce neanche a soddisfare le esigenze primarie, e ancor meno, ad essere in regola con il canone di locazione  di  330,00 euro, importo troppo oneroso considerate le condizioni dei coniugi. Allo stato, Mario e Lucia, dopo aver ricevuto la comunicazione verbale, da parte dei proprietari, di lasciare l’abitazione, poiché per la seconda volta morosi, hanno trascorso diverse notti in macchina, poi sono stati nuovamente accolti dalla sorella di Mario, la quale occupa un alloggio popolare di 40/50 mq. Il nucleo, quindi, inizialmente di tre componenti, è diventato di sette persone. Ma date le condizioni economiche precarie di entrambe le famiglie, Mario e Lucia, sono stati costretti a tornare per strada, nella loro auto, mentre i figli hanno trovato un’altra sistemazione temporanea presso dei parenti.

Il 13 giugno 2013 Mario e Lucia facevano richiesta di assegnazione temporanea ed urgente di un alloggio comunale, mentre al il 19 maggio scorso richiedevano la locazione di un alloggio di proprietà demaniale, sito in L.go Costantino Imperatore, per adibirlo ad uso abitativo, al prezzo che l’Ente avrebbe ritenuto più congruo, e dichiarandosi, altresì, disponibili ad eseguire, a proprie cure e spese, eventuali lavori necessari per la funzionalità dello stesso immobile. Ad oggi, però ancora nessuna risposta.

Mario e Lucia mi mostrano tutti i documenti. «Ci hanno fregato.-mi dicono-Per via ufficiosa, da alcune conoscenze al Comune, sapevamo di essere quinti nella graduatoria speciale per l’assegnazione di un alloggio. Invece, non si sa come, sono spariti tutti i documenti, mentre chi va a fare casino al Comune viene accontentato”. Da qui la scelta di ricorrere alle maniere forti. “Vi sembra normale che ci siano tanti immobili di proprietà dello Stato che restano inutilizzati, quando ci sono così tante famiglie che ne avrebbero bisogno?-tuonano- E  questo posto ne è un esempio».

A fine 2008, infatti, furono ultimati i lavori di ristrutturazione e riqualificazione funzionale dell’ex carcere di via Sant’Antonio, realizzati per  la sua trasformazione in centro di accoglienza per lavoratori stranieri. L’intervento fu finanziato dalla Regione Puglia (con 100.000 euro) e cofinanziato dall’Amministrazione comunale (con una quota di 10.000 euro) utilizzando i fondi ALMA, per azioni a sostegno dell’emersione del lavoro non regolare nel settore dell’agricoltura. L’attuazione del progetto, coordinato dall’assessorato all’Agricoltura e dal settore Patrimonio dell’Ufficio tecnico comunale, (Amministrazione Valentino), consentì la realizzazione di due camerate da 8 posti letto ciascuno destinate all’accoglienza di 16 uomini, e 3 camerette (da 2, 3 e 4 letti) riservate alle donne. Ad oggi, però, ancora nessun immigrato ha usufruito della struttura.

“Pur consapevole di un’emergenza abitativa complessiva , in un momento storico che forse non ha precedenti, non possiamo non condannare le occupazioni di immobili comunali (e dunque di tutti) in atto in questi giorni.-commenta a lanotiziaweb l’Assessore alle Politiche Sociali, Michele Romano– I coniugi devono lasciare quanto prima l’immobile occupato in Viale Sant’Antonio, destinato a diventare un albergo diffuso, seppur da anni in disuso. Io ed il Sindaco, da parte nostra, ci stiamo impegnando ad offrire una soluzione alternativa, anche se non è facile trovare dei proprietari disposti a cedere i loro immobili a queste famiglie che non possono garantire il pagamento del canone di locazione. E, d’altra parte, anche noi come Amministrazione, non possiamo offrire garanzie data la situazione disastrosa dell’Ente”.

“Stiamo cercando di fronteggiare l’emergenza in tutti i modi.-aggiunge Romano- Nei giorni scorsi ho contattato la Protezione Civile e diverse ditte fornitrici di moduli abitativi. Con una spesa contenuta di circa sette-otto mila euro, potremmo acquistare, od ottenere in affitto, container prefabbricati in cui accogliere le famiglie più bisognose. Certo, questa sarebbe una soluzione temporanea, ma in un vero terremoto sociale come quello che stiamo vivendo, sarebbe un modo per tamponare l’emergenza. Ad oggi, però, non ho ricevuto ancora risposte. La burocrazia uccide anche noi che ne facciamo parte”.

A creare allarmismi, però, Romano non ci sta. “Quello dell’emergenza abitativa è un fenomeno che investe l’Italia intera, da Trieste in giù.-dice- A Cerignola, può essere sentito di più perché c’è un disagio sociale maggiore, ma non stiamo messi peggio di altre realtà, come Roma, Milano o Torino dove i casi di abusivismo sono all’ordine del giorno. Noi dobbiamo sobbarcarci di tutta la responsabilità politica-osserva- ma bisogna parlare di corresponsabilità. Corresponsabilità della Regione che, non si sa per quale ragione, non ha previsto nel Piano Sociale di Zona un capitolo riservato all’emergenza abitativa. Dell’Amministrazione Comunale, sia maggioranza che opposizione, che per anni ha sottovalutato il problema ed oggi, con le casse prosciugate, non ha le risorse per fronteggiarlo. E la responsabilità è anche delle Istituzioni Ecclesiastiche che se ne lavano le mani e, anziché aiutare il prossimo, fanno del Vangelo cartastraccia. Più che fare carità sono interessati al business. E’ anche vero che  tanti sono i falsi poveri-aggiunge Romano-ma noi andiamo avanti, nonostante minacce ed intimidazioni”.

Intanto, polemiche a parte, continua a crescere l’esercito dei nuovi poveri a Cerignola. Ad allargare le fila dei disperati, immigrati, separati e divorziati. Un popolo di invisibili di cui  sembra accorgersene solo in tempo di campagna elettorale. «Quando ci sono le elezioni- ammettono Lucia e Mario- sia a destra che a sinistra, fanno la corsa a farci promesse pur di comprarsi un voto”.  Ma i voti e le promesse non riempiono la pancia e la rabbia sociale si spinge sempre di più oltre il confine della legalità.

 

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5 COMMENTI

  1. Ma alla fina che fastidio danno questi due? Fino a che non gli trovate una sistemazione lasciateli li, piuttosto guardate a coloro a cui vengono assegnati gli alloggi popolari che poi se li rivendono!

    • Purtroppo queste due persone sono italiani.fossero stati extracomunitari si sarebbe mosso il mondo. Poveri noi come siamo messi male.

      • hai perfettamente ragione!! perche’ non si rivolgono alla caritas?

        in Italia solo gli extracomunitaria hanno diritto all’assistenza.
        vedo quello che succede nelle asl piene di rumeni.

  2. Signora giornalista visto le condizioni precarie di Mario e Lucia, e il vostro sopralluogo nella casa, è giusto porre un interrogativo come ha scritto?(ladri di case)…ma dai su si vede a distanza che ne hanno bisogno…esagerata!

  3. Per dovere di cronaca, vorrei dire che ai Signori, il giorno dell’intervento della pattuglia é stato chiesto di lasciare volontariamente l’alloggio per non incorrere in quei cavilli sopra elencati, poi lo scrivente in qualità di Presidente di Associazione, aveva garantito ai signori, non un alloggio in quanto non é nelle nostre possibilità ma una soluzione lavorativa Par-Time per i due figli che con questa crisi, avrebbero potuto portare a casa circa 700 – 800 euro, in un primo momento avevano accettato questa ipotesi, poi spinti dai parenti si sono rimangiati il SI, pregherei la giornalista di scrivere bene l’articolo, evidentemente i signori hanno dimenticato questo passaggio, aggiungo che la mia offerta é stata fatta sia davanti all’Assessore Romano, che davanti al loro legale di fiducia. Grazie per l’ospitalità Carrano Giulio Presidente dell’Associazione Giovanni Paolo II

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