agricoltura_immigrati-2Tornano a riaccendersi i riflettori mediatici sul lavoro sfruttato nelle nostre campagne. Lo ha fatto il settimanale l’Espresso nel n. 34 dello scorso 28 agosto. Ci è tornata la rivista ‘Internazionale’ nel n. 1066 del 29 agosto. Non è la prima volta, forse (e purtroppo) non sarà neanche l’ultima. Negli anni (e ciclicamente) la piaga del caporalato fa capolino nelle testate nazionali, svelando dinamiche, intrecci ed evoluzioni di un fenomeno che ormai abbiamo imparato a conoscere. Non ancora, forse, a “riconoscere”, nel senso di prenderne coscienza e adottare strategie adeguate per contrastarlo. Quando viene sbattuta sulle pagine patinate di riviste ed autorevoli libri, un’intera comunità ha il dovere d’interrogarsi, di andare oltre il sussulto e il fremito d’indignazione, per scrutarsi fino in fondo e cominciare, magari, anche a darsi delle risposte. Lo sguardo esterno come specchio impietoso di una realtà alla quale sembriamo ormai assuefatti. Queste, a grandi linee, le tappe di una indelebile biografia che, troppo spesso, lasciamo scrivere ad altri.

8 anni dopo… ancora schiavi. Era l’agosto del 2006 quando Fabrizio Gatti, dalle colonne de l’Espresso, denunciava lo schiavismo in salsa (di pomodoro) pugliese. Donald Woods fu lo pseudonimo utilizzato dal cronista per fingersi immigrato sudafricano e infiltrarsi nelle maglie degli stagionali stranieri in cerca di occupazione nel nostro agro. “Io schiavo in Puglia” il titolo di un’inchiesta allora sbattuta in prima pagina che raccontò la guerra quotidiana per pochi spiccioli, portando alla ribalta personaggi come “Giuseppina” o “Asis”, caporali bianchi e caporali neri impegnati nel “formare le squadre” e nel gestire tutto il commercio che ruota attorno alla presenza degli stranieri. Otto anni dopo, non siamo più da prima pagina, finiamo a pagina 32 del settimanale. Non per questo , il ritorno di Gatti dalle nostre parti è meno denso di significato e di  valore. La prospettiva, però è diversa. Schiavi stranieri ieri, a cui oggi si aggiungono schiavi autoctoni. Stranieri in casa propria, verrebbe da dire. Cerignolani colpiti dalla crisi che livella e che accorcia le distanze tra ricchi e poveri. «C’è un’intera comunità di muratori a Cerignola che lavorava nei cantieri di tutta Italia – scrive Gatti -. Si ritrovano al tramonto, nella calura di piazza Matteotti, ora in cui i caporali italiani pagano la giornata e ingaggiano i braccianti per l’indomani. Saverio, 60 anni, sta parlando con un uomo sulla cinquantina, un caporale del posto. Li riconosci dalle unghie delle mani pulite, il borsello a tracolla dove tengono il telefonino con i contatti e il taccuino con i nomi dei braccianti ingaggiati, i pantaloni a pinocchietto, i polpacci scoperti, i calzini bianchi corti dentro le scarpe di ginnastica. L’uniforme estiva tipica in Puglia nella gerarchia del lavoro. Quanto pagate a giornata ? “Gli italiani 40 – 45 euro al giorno”, risponde il caporale. A contratto ? “Macchè a contratto, qua si fa tutto in nero”, si lamenta Saverio e il caporale se ne va».

safe_imageI nostri sfruttati, un “danno” per il loro Paese. Prince Bony è uno dei tanti ragazzi ghanesi che abitano la borgata di Tre Titoli. Ne sono talmente tanti che la chiamano “House Ghana”, il ghetto dove, secondo il rapporto 2010 dell’Oim “Stagione amara”, finiscono i migranti che, dopo anni di permanenza in Italia, non sono riusciti ad integrarsi nel tessuto sociale. Prince è stato contattato da due giornalisti, la francese Mathilde Auvillain e l’italiano Stefano Liberti, per un’inchiesta intitolata “Il lato oscuro dei pomodori italiani”, pubblicata da Le Monde Diplomatique – Germania e ripresa dal mensile ‘Internazionale’, diretto da Giovanni De Mauro. L’inchiesta ha svelato la crisi che ormai da decenni sta vivendo l’industria del pomodoro del Ghana, un tempo fiore all’occhiello dell’economia del povero paese africano. Oggi l’industria locale è stata messa in ginocchio proprio dall’importazione di pomodoro inscatolato, prodotto in Cina e in Italia (che esporta in Ghana quasi trentamila tonnellate). I Ghanesi ormai mangiano solo pomodoro inscatolato (Gino, Salsa e Fiorini i nomi delle marche più diffuse), magari raccolto «proprio da connazionali sfruttati e malpagati nei campi del Tavoliere. «Prince Bony non vede il quadro generale. Non sa che i pomodori che raccoglie potrebbero, attraverso un percorso incredibile e vari stadi di trasformazione, finire sotto forma di concentrato sulla tavola dei suoi familiari rimasti in Ghana… E che se non li producono più è anche a causa del suo lavoro in nero, massacrante e sottopagato, in quei campi del Sud Italia dove lui è arrivato per caso e che oggi non riesce più ad abbandonare».

In origine furono i ‘polacchi’. Era l’ottobre 2008, quando Alessandro Leogrande, giornalista e scrittore tarantino, squarciava il velo sull’ancora semisconosciuto fenomeno del ‘caporalato’, con il suo “Uomini e caporali” (ed. Mondadori, ottobre 2008). Un libro che, arrivato proprio a ridosso della prima inchiesta di Gatti, rappresenta ancora oggi, uno straordinario esempio di giornalismo d’inchiesta, in cui il racconto dei fatti si mescola alle informazioni fornite da magistrati, avvocati e sindacalisti che provavano a contrastare la deriva. L’estate del 2005 rappresentò, in tal senso, un autentico punto di svolta, grazie alla fuga di tre ragazzi polacchi dai propri aguzzini e la loro denuncia presso il consolato polacco. Di lì il coinvolgimento della Direzione distrettuale antimafia e un processo in cui, per la prima volta nelle aule di giustizia, fece capolino, su larga scala, il reato di riduzione in schiavitù (il caporalato, all’epoca, non era ancora reato penale). Tra i tanti cittadini polacchi, inghiottiti nelle nostre campagne e mai più tornati a casa, c’era anche Dariusz Olszewshi, detto Darek. Il suo corpo fu ritrovato morto ai “bordi di un campo brullo, quasi alla periferia di Cerignola”. Il cadavere, riesumato soltanto dopo le pressioni dei famigliari, fu sottoposto ad un’autopsia che, pur escludendo la “morte per cause violente”, non fugò tutti i dubbi sulle misteriose circostanze che, ancora oggi, avvolgono la morte del giovane polacco. Questa la descrizione di Leogrande del cimitero cerignolano : «Il disseppellimento avviene il 19 aprile 2007, a due anni esatti dalla morte. In tutto questo tempo, Dariusz è rimasto sepolto nella sesta fila, su in alto, di una lunga parete periferica di loculi del cimitero di Cerignola. Una parete dove le lapidi si susseguono senza soluzione di continuità, in una precisa sequenza geometrica, su linee orizzontali e verticali, come celle di un alveare. Dariusz non è l’unico straniero a essere stato tumulato lì. Non è come nel piccolo cimitero di Orta Nova: ce ne sono tanti altri, quasi tutti braccianti come lui. Le tombe degli stranieri, disposte tutte sulla stessa parete, si riconoscono immediatamente. A differenza delle tombe dei cerignolani e dei loro avi, sono del tutto prive di ornamenti. Non ci sono lastre di marmo (di quel bianco sporco, quasi grigio come le ossa, che solo le lapidi sanno avere) o vasi pieni di fiori o lumini elettrici. I nomi non sono scritti in lettere di bronzo o di ottone. Li hanno scritti con una bacchetta di legno sul cemento fresco, ancora pastoso, e quando questo s’è rassodato, quelle poche lettere scritte in fretta, senza grazia, sono rimaste ad indicare i corpi che occupano i loculi».