E’ tornato. Finalmente. E’ riemerso, rinunciando a cercare di mostrarsi quello che non è né  sarà mai: un politico pacato, pragmatico, concentrato unicamente sulla ricerca delle ricette utili a risolvere gli infiniti problemi di una città sempre più simile ad un malato terminale. Oscurato dal clamore mediatico conquistato da Gerardo Bevilacqua, costretto nel recinto delle buone maniere dall’ingombrante sostegno della Curia – sponsor di una lista a lui collegata e dal per niente affatto pretenzioso nome de “I Cattolici” -, Franco Metta, con i suoi comizi contrassegnati dall’uso di uno stile compassato e dalla predominanza accordata all’illustrazione del suo enciclopedico programma amministrativo, aveva quasi fatto gridare al miracolo: il miracolo del rinsavimento comportamentale di un uomo perennemente in balia dei suoi altalenanti umori. Un capopopolo che, dopo aver vissuto cinque anni all’arrembaggio dell’Amministrazione Comunale guidata da quell’Antonio Giannatempo da lui considerato l’incarnazione del  male, aveva deciso, per cercare di diventare Sindaco di Cerignola, l’obiettivo diventato un’ossessione, di stemperare i toni, di impersonare il ruolo del rassicurante padre di famiglia (dove la famiglia sta appunto per Cerignola), bonario, non più autoritario nella speranza di diventare autorevole anche agli occhi degli “impuri”. Riuscire a carpire la fiducia di un popolo cinico e disincantato quale il nostro, insomma: un traguardo finale che avrebbe potuto essere finalmente tagliato violentando sé stesso, annullando la propria natura.

Metta pronto a dare suggerimenti a Libera nel contrasto alle mafie locali. Metta folgorato, più che sulla via di Damasco, sullo slargo laterale di Piazza Duomo. Metta pronto a tradire financo il Duce pur di conquistare il successo elettorale arruolando nel suo esercito fuoriusciti del Pd forti di pacchetti elettorali ereditari: Metta che, mettendo da parte i contrasti del passato, corre in soccorso del giornalista che si sente vilipeso da un altro candidato sindaco e il cui cognome lo stesso avvocato aveva scientificamente e puntualmente storpiato durante l’infausta campagna elettorale del 2010. Metta che, più in generale, diventa paladino della libertà di stampa, dopo essersi proposto come massimo sostenitore della cultura della legalità. Un “miracolo”, insomma, che aveva fatto storcere il naso ai duri e puri del suo movimento politico, allargatosi a dismisura fino a trasformarsi in un variegato e multiforme contenitore fatto di irriducibili difensori della fede cristiana,  nonché di volenterosi giovanissimi, tanto inesperti quanto sicuri delle indubitabili verità offerte in nome della necessità di un ricambio generazionale. E ancora, di commercianti che, dopo il clamoroso flop della marcia “ad orologeria” per la legalità, al ritiro nella propria bottega o a vita privata hanno preferito il tuffo  nell’agone politico. Poi, ci sono appunto i dissidenti del Partito Democratico, che si sono calati immediatamente nelle vesti di primi guardiani dell’ortodossia settaria, scatenando le malcelate ire degli storici megafoni del fondamentalismo mettiano, peraltro in perenne lotta tra loro. A tutti loro, ai vecchi e ai nuovi, l’ayatollah del civismo ofantino ha dato davvero una ragione di vita, ha regalato nuove speranze. Una comunità umana, prima che politica, guidata da un leader  tanto carismatico da arrivare ad essere quasi venerato da militanti e simpatizzanti diventati quasi dei suoi adepti. Più che un partito, una sorta di Chiesa laica in cui la fede cieca nel Verbo non consente dubbi di sorta tra i proseliti. Ma gli eventi della vita possono scalfire le più granitiche certezze. La paura, il senso di incertezza, la rabbia, il nervosismo sono qualcosa che può toccare tutti, anche coloro che dubbi non ne hanno. O dicono di non averne. Dieci punti di svantaggio da un concorrente “senza arte né parte” come Tommaso Sgarro –  definizione che rappresenta mirabilmente le classiche modalità di interlocuzione del nostro uomo con i suoi “nemici” – sono tanti. In un qualche modo bisogna dare sfogo alla rabbia, appunto: uno dei modi più facili è attaccare la stampa non allineata, rea di non essersi piegata ai dettami dell’ ex missino che, facendo politica da 40 anni, guida la “Coalizione del Cambiamento”.  Chi, bramoso di potere, è pronto a conquistarlo cercando di scendere a patti con il diavolo –in questo caso rappresentato da Gianvito Casarella – ma non ama eccessivamente un concetto quale “libertà di espressione”,  conosce un solo modo per accattivarsi la stampa: blandire, ammansire i cronisti “ribelli”, usando varie armi per indurli a più miti consigli, nell’intima convinzione che “tutti hanno un prezzo”. Ma quando chi, bramoso di potere, non riesce nel proprio intento, mostra il suo volto più truce: partono in quel momento, con puntualità svizzera, le azioni di delegittimazione professionale e morale di chi si rifiuta di entrare nella “corte celeste”.  Intorno a chi dice di no si deve fare terra bruciata: è dunque necessario l’ausilio dei pasdaran per dare maggior forza alla sequela  di insulti al malcapitato di turno, urlati nelle filippiche trasmesse da Radio Trc o pubblicati su Facebook, dove davvero tutti, purtroppo, possono ottenere il loro irrinunciabile momento di gloria. Gli insulti, dicevamo, mediante la trasformazione dei cognomi: se il cognome dei due giornalisti de “Lanotiziaweb.it” è Balzano, i due diventano “Balzani” – un rimarchevole sfoggio di originalità- e se a scrivere cose sgradite è uno che si chiama Michele Cirulli e gestisce “Marchiodoc.it”, Cirulli diventa “bavoso.doc”. Antonio Tufariello, della “Gazzetta del Mezzogiorno”, cinque anni fa era “l’inviato del Bar Reale”.

Una spirale di odio che tocca i giornalisti ma in generale tutti i nemici politici: la parola “avversario” non è infatti contemplata nel vocabolario di Metta. Vincere ad ogni costo, passando se necessario sopra le persone come bulldozer. E’ stato, è, e rimarrà, temiamo, l’imperativo categorico dell’azione politica di Franco Metta, l’uomo che, rivolgendosi nel 2010 alla nostra Patrona, da lui chiamata “Ripaltina”, le ricordava quanto lui fosse “sfregiato”. Scempi come quelli di cinque  anni fa, stavolta ci sono stati risparmiati. Almeno questo… o meglio, almeno di questo  dobbiamo essere grati al nostro Vescovo e ai suoi immarcescibili collaboratori.