Il giallo dell’intercettazione tra il medico Matteo Tutino e il presidente della Regione Sicilia Rosario Crocetta irrompe nelle celebrazioni per i 23 anni della strage di via D’Amelio, avvenuta il 19 luglio 1992. Nel testo pubblicato dall’Espresso, il medico e amico personale di Crocetta Matteo Tutino afferma, senza che il politico reagisca in alcun modo: “Lucia Borsellino? Va fatta fuori come suo padre”. La figlia del magistrato ucciso è stata assessore nella giunta Crocetta fino all’addio del 30 giugno scorso. Non si è presentata alla cerimonia ed è rimasta a Pantelleria, ha spiegato Manfredi, dove sta trascorrendo qualche giorno di vacanza con Fiammetta, la terza figlia di Paolo e Agnese Borsellino (la moglie del magistrato è deceduta nel 2013). Assente anche il governatore autosospeso Crocetta, che però ha replicato a distanza alle critiche di Manfredi: “Non ho mai lasciato sola Lucia Borsellino, la sua sofferenza e il suo calvario sono stati anche miei”.

Manfredi Borsellino, figlio del magistrato ucciso e oggi commissario di polizia, ha sottolineato come la sorella Lucia abbia “portato la croce” per le sue denunce contro il malaffare nella sanità siciliana, e si è rivolto al presidente della Repubblica Sergio Mattarella, presente alla cerimonia, spiegando: “Sono qui solo per lei”. Anche il ministro dell’Interno Angelino Alfano, appena arrivato a Palermo ha evocato la vicenda dell’intercettazione: “Se fosse vera Crocetta si dovrebbe dimettere, ma se non lo fosse, come sostiene il procuratore di Palermo, chi ha fabbricato quella bufala, che fa? Non si dimette?”.

“L’incertezza crea un clima insopportabile”, ha spiegato Alfano arrivando a Palermo per la commemorazione organizzata nell’aula magna del tribunale in ricordo del magistrato antimafia e degli agenti di scorta dilaniati dall’esplosione dell’autobomba, Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina. Il ministro ha chiarito: “Se le intercettazioni fossero vere Crocetta dovrebbe dimettersi. Ma io – ha sottlineato – credo a Lo Voi”. Il procuratore capo di Palermo Franco Lo Voi, appena scoppiato il caso, aveva assicurato che quell’intercettazione non esisteva in alcun atto d’indagine e che neppure risultava agli stessi carabinieri del Noe, all’opera nell’inchiesta che ha portato in carcere Tutino per violazioni in ambito sanitario. Per il ministro dell’Interno, dunque, la “bufala” è quella pubblicata dall’Espresso nel numero uscito il 17 luglio. Il settimanale, dal canto suo, ha confermato tutto e si è detto pronto a esibire le carte.

“Oggi sono qui solo per lei, Presidente Mattarella”, ha affermato nel corso della cerimonia Manfredi Borsellino, altro figlio del giudice ucciso, oggi commissario di polizia in Sicilia. “Lei è tra quelli che hanno voluto bene a mio padre, lei ha avuto il nostro stesso vissuto (il fratello del presidente, Piersanti, fu ucciso da Cosa nostra a Palermo nel 1980, ndr) e può comprendere cosa stiamo vivendo in questo preciso momento storico con le mie sorelle”. Manfredi ha sottolineato come l’attuale capo dello Stato sia stato “un punto di riferimento per mio padre e per la mia famiglia. Ho avuto modo di assistere due volte alle telefonate tra lei e mio padre e notavo il garbo e la delicatezza con cui mio padre si rivolgeva alla sua persona e pensavo tra me che fosse sconfinata la stima e l’apprezzamento che provava verso di lei e come lei aveva vissuto il dramma uguale, se non superiore che abbiamo vissuto noi anni dopo”.

Poi un accenno diretto alle vicende della sorella Lucia, oggetto dell’intercettazione che ha portato Crocetta ad annunciare la propria “autosospensione”: “Lucia è rimasta in carica come assessore fino a giugno per amore della giustizia, per suo padre, per potere spalancare agli inquirenti le porte della sanità dove si annidano mafia e malaffare. Da oltre un anno era consapevole del clima di ostilità e delle offese che le venivano rivolte”. Poi, però, “la lettera di dimissioni dall’assessorato alla Salute ha prodotto un silenzio sordo da parte delle istituzioni. Ma quella lettere già diceva tutto e andrebbe riletta più volte”. Manfredi Borsellino si è rivolto in più passaggi direttamente al presidente: “Dovrei chiederle di essere destinato altrove, lontano da una terra davvero disgraziata, ma non glielo chiedo perché ho il dovere di rimanere qui: lo devo a mio padre e soprattutto a mia sorella Lucia”. Mattarella lo ha ricambiato con un forte abbraccio alla fine dell’intervento.

Il procuratore generale di Palermo Roberto Scarpinato, già membro del pool antimafia di Falcone e Borsellino, ha invece messo l’accento su errori e depistaggi che hanno caratterizzato le inchieste e i processi sulla strage di via D’Amelio: “Per saldare il debito con Paolo Borsellino dobbiamo dare un volto a coloro che collaborarono segretamente alla strage e che restano ancora non identificati nonostante l’impegno profuso”, ha affermato. “Forse la risoluzione di questi interrogativi potrebbe dare risposte a dubbi inquietanti che ancora sono zone d’ombra del passato del Paese”.

Scarpinato ha rievocato i giorni del strage, avvenuta neppure due mesi dopo quella che massacrò Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e la loro scorta. “Il giorno dopo la strage di Capaci, Borsellino è entrato con la bara di Falcone. A un certo punto Paolo si rivolse a noi e indicando i feretri ci disse: ‘Quella è la sorte che ci attende, a voi la scelta se andare o restare’. L’ultimo ricordo è di quel 19 luglio. Il volto nero, il braccio tranciato di Paolo. Mi ritornarono in mente le parole del 24 maggio. Il giorno dopo revocai la domanda di trasferimento da Palermo. Fummo tutti compatti. Nessuno ebbe il minimo tentennamento. Il popolo di Palermo allora si strinse attorno a questo palazzo di giustizia, come mai prima”. La famiglia Borsellino “merita delle risposte e le avrà”, ha assicurato il procuratore Lo Voi, a margine della commemorazione..

Temi da cui il ministro Alfano, nel suo intervento ufficiale in aula magna, si è tenuto accuratamente a distanza, preferendo elencare i successi dello Stato contro la mafia “militare” e i suoi patrimoni: “Non c’è stato un prima e un dopo la strage di via D’Amelio fatto solo di parole, ma anche di leggi”, ha affermato. “C’è stata una straordinaria antimafia delle leggi: cattura dei latitanti, carcere duro, aggressione dei patrimoni criminali e adesso la grande sfida della restituzione alla società dei beni confiscati”.

Un 23esimo anniversario all’insegna delle polemiche. Anche da parte del Movimento 5 Stelle che va all’attacco di Giovanni Fiandaca, il giurista dell’Università di Palermo critico verso il processo sulla trattativa Stato-mafia: “Fiandaca ad aprile ha detto all’Associazione culturale Falcone e Borsellino che, per realizzare quell’evento insieme al successivo del 18 luglio, avrebbe prima voluto supervisionare la scaletta ed ha aggiunto che sarebbero state gradite delle scuse pubbliche nei suoi confronti da parte del procuratore Di Matteo (il pm della trattaiva che aveva criticato il libro di Fiandaca, ndr), dal momento che il convegno si svolgeva in ‘casa sua’, cioè presso la facoltà di Giurisprudenza. Di fronte a questo atteggiamento inaccettabile l’Associazione, alla quale va la nostra vicinanza e solidarietà, ha comprensibilmente rifiutato, scegliendo di svolgere altrove l’incontro – quello di stasera si terrà a Villa Trabia alle ore 20.00″. Il gruppo M5S alla Camera ricorda al professor Fiandaca “che le istituzioni pubbliche sono la casa di tutti e non di singoli soggetti”. (tratto da Il Fatto Quotidiano)

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