Abdullah Kurdi è un uomo che risale la rotta dei disperati. Non gli interessa più arrivare in Grecia e da lì in Canada, a Vancouver, dove lo aspettava la sorella parrucchiera e una nuova vita. Abdullah va dove gli altri scappano. Solo questo vuole: tornare in Siria, a Kobane in guerra, alla città di macerie da cui è fuggito un anno fa. Anche questa volta viaggerà con i figli, Aylan e Galip, 3 e 5 anni. «Cosa c’è di più bello, ha detto ieri, di due figli che ti svegliano la mattina per giocare?». Viaggerà accanto a loro e alla moglie trentacinquenne, Rehan. E non sarà un calvario come l’andata. Niente più controlli, confini, aguzzini, sete, umiliazioni. Sarà un ritorno confortevole, in aereo, con funzionari premurosi e occhi bassi al loro passaggio: Istanbul, Suruc, la frontiera, casa, il cimitero.

«Voglio solo seppellirli e restare con loro». Lo dice nelle interviste, a voce bassa sotto un sole crudele, sotto gli alberi che ingentiliscono l’obitorio di Bodrum. Nel corso principale di quella città, non lontano dai resort dei turisti, dalla piscina dove due mesi fa faceva il bagno mio nipote Federico, nei negozi turchi questa estate sono spuntati salvagenti, giubbetti arancioni, camere d’aria. Come fossero ciabatte e secchielli. È l’economia spicciola intorno ai migranti. Alcuni si attrezzano, altri pregano il mare di essere come un olio.

L’altra notte invece era mosso. Le ondate, il trafficante si butta, l’imbarcazione si ribalta. «Ho cercato di salvarli» ripete ora il padre. «Ho perso tutto». Un pescatore ha trovato il corpo di Aylan come una bottiglia sul bagnasciuga, la testa rivolta al mare, a Kos, al futuro. Aylan nato in tempo di guerra, il bambino oggi più famoso del mondo. Fa venire in mente che quel conflitto è cominciato proprio contro i bambini — marzo 2011 — con l’attacco dei governativi ai piccoli siriani che disegnavano graffiti di protesta nelle strade di Daraa.

Quella di Aylan e Galip, il cognome lo dice, era una famiglia curda. Erano scappati da Kobane con il sogno di arrivare oltre l’oceano. Sull’altra sponda dell’America. A Vancouver la sorella di Abdallah, Teema, vive da 20 anni. La zia parrucchiera ieri ha raccontato la vana odissea per ottenere i visti, il diritto d’asilo. Aveva parlato con un deputato dell’opposizione, che aveva consegnato la pratica al ministro dell’Immigrazione Chris Alexander, il quale aveva promesso di far entrare 10 mila rifugiati siriani (alla fine di luglio erano il 10%). Teema ha mandato soldi per l’alloggio in Turchia, i vestiti dei bambini. Un sordo rimpallo di no e di burocrazia, dalla Turchia all’Onu al governo canadese, li ha portati l’altra notte sulla spiaggia di Bodrum. Alla tv canadese Teema in lacrime spiega che la cognata Rehan aveva paura, non voleva partire. Parla dei nipoti. «Due settimane fa Galip mi ha detto al telefono: “Zia mi compri una bicicletta?”. Ho detto a mio fratello: “Ti manderò del denaro in più. La bici la vogliono tutti i bambini”». 
 Le scarpe, i vestiti, domani la bici. Quel bambino morto sulla spiaggia «aveva belle scarpe ed era vestito bene: si vede che i suoi genitori non scappavano dalla guerra, volevano la bella vita in Europa». Così ha scritto qualcuno su Twitter. Miserie da dimenticare.

Quel padre che ora risale la rotta dei profughi verso l’inferno siriano, che porta la famiglia al cimitero di Kobane, addosso ha il senso di colpa che marchia i sopravvissuti. E il nostro? Sarebbe una consolazione se la guerra iniziata con la persecuzione di piccoli siriani cominciasse a finire con il sacrificio di due fratelli, di Aylan con le belle scarpe e il capo rivolto verso il nostro mare.

Tratto da corriere.it – di M. F. – 4 settembre 2015