Il 25 novembre si celebra la Giornata Internazionale contro la Violenza sulle Donne. Ci siamo mai chiesti perché si è reso necessario istituire una giornata per ricordare che le donne vanno rispettate? La situazione sembra peggiorare quando le donne ricoprono incarichi importati, ruoli politici in campi che, da sempre, privilegiano la figura maschile. Nel nostro paese una donna su tre, nella sua vita, ha subito qualche forma di violenza, da quella verbale a quelle più gravi, fino all’omicidio.

Pochi sanno che nel 2014 è entrata in vigore la Convenzione di Istanbul, una “lettera morta” che ha come obiettivo principale la tutela della donna sia dal punto di vista personale che lavorativo e soprattutto legislativo. I nostri tribunali italiani minano i principi e gli obiettivi della Convenzione e ledono i diritti inviolabili delle donne; si denuncia la lentezza, l’inadeguatezza nella valutazione del rischio. Il trattato europeo è entrato in vigore da un anno e mezzo e, nonostante sia un atto internazionale vincolante, viene spesso ignorato con prassi giudiziarie che ostacolano la scelta delle donne di chiudere una relazione. Gli articoli che vengono violati più spesso sono il 49 e il 50, perché le forze dell’ordine non sempre trasmettono con immediatezza la notizia di reato alle Procure, lasciando le donne prive di tutela proprio nel momento in cui sono maggiormente esposte al rischio di violenze e di ritorsioni dal partner che è stato lasciato e denunciato.

Il non rispetto delle misure cautelari, degli ordini di allontanamento (nel momento in cui sono emessi) da parte del partner lasciato, porta come diretta conseguenza la cronaca di “morti annunciate”: non è un caso che la maggior parte delle donne siano state uccise proprio dopo aver denunciato. Questo non deve essere un alibi, anzi, deve rappresentare un incentivo.

Michelle Bachelet, Vice Segretario Generale e Direttore Esecutivo di UN Women, l’agenzia istituita di recente dall’ONU, ha affermato che, sebbene ci siano stati notevoli progressi nelle politiche nazionali volte a ridurre la violenza sulle donne, molto rimane ancora da fare. La violenza, ha aggiunto il Direttore esecutivo, influendo negativamente sui risultati scolastici delle donne, sulle loro capacità di successo lavorativo e sulla loro vita pubblica, allontana progressivamente le società dal conseguimento dell’obiettivo dell’uguaglianza di genere.

Non possiamo pretendere rispetto se siamo le prime a non darlo a noi stesse, a non tutelarci con tutti i mezzi a disposizione. Subire, stare in silenzio, “sopportare” sono altri lividi sul corpo, inferti non dalle mani di un uomo che dice di amarci (male), ma dalle nostre. Ingiurie, offese, delegittimazioni pubbliche e private sono l’ultima arma per piccoli uomini: promuoviamo la cultura del rispetto. Non abbiamo una serie infinita di vite, ne abbiamo solo una. Non buttiamola via.