Maria, Irina, Stephanie, Amira, Emily, Helen, Francesca. Queste donne non si sono mai conosciute ma hanno in comune un passato, più o meno recente, segnato da episodi di violenza.

Ogni nome è una storia a sé: Maria ha dovuto subire le percosse di un marito violento, Amira ha lottato contro una società che limitava la sua libertà, Stephanie avrà per sempre il volto sfigurato per colpa di un folle che le ha bruciato il viso con dell’acido; Francesca ha rinunciato al suo lavoro per non subire le molestie imbarazzanti e fastidiose del suo capo, Irina rischia ancora oggi sul ciglio di una strada di periferia; Emily non ce l’ha fatta a sopportare la vergogna di uno stupro e si è tolta la vita mentre Helen ha deciso di denunciare gli abusi subiti in famiglia e di affidarsi ad una comunità di accoglienza.

Dietro ognuna di queste storie non c’è una sola donna ma centinaia e migliaia di donne che ogni giorno diventano le tristi protagoniste di maltrattamenti psicologici e fisici.

L’Assemblea generale delle Nazioni Unite ci ricorda ogni anno, da sedici anni, che il 25 novembre si celebra la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro donne. L’intento non è solo quello di scendere in piazza a manifestare o distribuire magliette a tema ma di gridare a voce alta che, nonostante le campagne di sensibilizzazione, la fioritura di centri di ascolto e l’attenzione dei media negli ultimi anni, le donne vittime di soprusi fra mura domestiche e fuori non sono ancora pienamente tutelate dalla legge, che risulta troppo spesso lenta e macchinosa.

La Convenzione di Istanbul (Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne e la violenza domestica del 2011, ndr), ‘primo strumento internazionale giuridicamente vincolante che crea un quadro giuridico completo per proteggere le donne contro qualsiasi forma di violenza’, in Italia è diventata legge il 19 giugno del 2013.

Le ultime tendenze del primo semestre di quest’anno nel nostro Paese fanno ben sperare. I dati del ministero dell’Interno sottolineano come l’applicazione della legge abbia favorito un calo, anche se minimo, dei casi di femminicidio. Ovviamente questo non può e non deve bastare.

La violenza nei confronti del genere femminile, ricordiamolo, non è solo quella fisica: ha diverse facce, diversi modi di colpire. Può essere sufficiente una parola, una frase, un accanimento ed anche la persona in apparenza più forte può cedere.

Ogni due giorni e mezzo una donna viene uccisa da chi dichiara di amarla e paga il prezzo di una scarsa attenzione ai cosiddetti campanelli di allarme.

Ogni giorno un numero indefinito di donne vengono offese, umiliate, ridicolizzate, etichettate e passeranno la loro vita a lenire ferite profonde.

“Quando si violentano, picchiano, storpiano, mutilano, bruciano, seppelliscono, terrorizzano le donne, si distrugge l’energia essenziale della vita su questo pianeta. Si forza quanto è nato per essere aperto, fiducioso, caloroso, creativo e vivo ad essere piegato, sterile e domato”, dice la drammaturga statunitense Eve Ensler, che ha ispirato con le sue opere una serie di movimenti contro la violenza sulle donne.

Le misure repressive messe in atto attraverso la legge non sono l’unico strumento possibile: è necessario investire sull’educazione dei giovani ma anche degli adulti, sull’insegnamento dei valori quali il rispetto, l’amore, l’importanza della figura femminile e di conseguenza abbattere gli altissimi muri dell’omertà.

Tutto questo per non perdere mogli, madri, fidanzate, amiche o semplici conoscenti e non dover riempire ancora le piazze delle città di scarpe rosse, diventate simbolo delle tante vite spezzate dalla violenza.