In un panorama internazionale che, in questi ultimi mesi, è diventato sempre di più difficile lettura, ha fatto indubbiamente parlare molto di sé la Turchia di Recep Tayyip Erdogan, il “leader” quasi deposto da un golpe militare lo scorso 15 luglio e che, dal fallimento dello stesso, ne è uscito praticamente rafforzato. Molto dura è stata, infatti, la reazione del Presidente della Turchia, con la rimozione (e, in taluni casi, punizione) di ufficiali dell’esercito, magistrati ed addirittura insegnanti “rei”, secondo il regime, di aver tramato contro di lui ed aver “appoggiato” il colpo di Stato, finito come tutti sappiamo. E non è purtroppo questa la prima volta in cui l’ex sindaco di Istanbul finisce sotto la lente d’ingrandimento internazionale per il suo rapporto non esattamente pacifico con l’osservanza dei diritti di uno Stato che si definisca democratico: dai tentativi di chiudere testate giornalistiche di opposizione (da Zaman, per cui lo scorso marzo era stato deciso il sequestro giudiziario per presunti legami con il magnate e imam Fethullah Gulen, ex alleato ma oggi nemico del presidente turco, a Cumhuriyet, il cui direttore Can Dundar è stato accusato di spionaggio, minaccia alla sicurezza e sostegno a gruppi terroristici armati per aver dato notizia di un camion dell’intelligence carico di armi pronto ad attraversare il confine con la Siria, ed è stato condannato a 5 anni e 10 mesi di prigione) all’oscuramento dei principali social network, spesso canali di comunicazione in tempo reale e, perciò, visti con avversione. Tanti sono gli interrogativi rimasti inevasi su cosa stia avvenendo effettivamente in Turchia e perché.

Noi abbiamo provato a vederci un po’ più chiaro grazie ad una nostra conterranea che, di recente, ha avuto modo di calcare quei suoli, vivere quelle atmosfere e trovare alcune risposte a certe domande. Si tratta di Rosa, 27enne foggiana, brillante studentessa dell’Università di Foggia, laureatasi con ottimi voti in Lettere Moderne, che ringraziamo per la disponibilità mostrataci e per la sua importante testimonianza.

Rosa, come ti ci sei ritrovata in Turchia?

«È stato alla fine di luglio del 2013. Ero rientrata in Italia da neppure una settimana, dopo un intero anno accademico trascorso in Polonia col progetto Erasmus. Mi catapultai in una Istanbul caldissima, magica, mediterranea e in pieno Ramadan. C’è da dire che in Polonia convivevo con due ragazze turche e in generale posso dire che quella esperienza è stata per me più “turca” che “polacca”, una full immersion totale nel modo di pensare, di vestire, di mangiare, di vivere dei turchi. Mi sono anche innamorata di un ragazzo turco, con cui sono stata per ben tre bellissimi anni; è stata questa la ragione del mio repentino viaggio verso la Turchia, un viaggio che porterò per sempre nel mio cuore e nella mia mente. Non mi sono, però, fatta spaventare dalle differenze: la Turchia è un paese musulmano e ciò si sente, soprattutto nelle città più piccole, che ho avuto poi modo di visitare nei miei viaggi successivi. In generale ho sempre cercato di mantenere uno sguardo “da antropologa”: osservavo il loro modo di vivere la vita, le loro tradizioni, per molti aspetti vicinissime a quelle del Sud Italia; proprio questa vicinanza mi ha fatto sentire sempre come se fossi a casa, ogni volta che andavo in Turchia».

Turchia, nazione sospesa fra due continenti. Quanto c’è di Europa e quanto di Asia, secondo te?

«La Turchia è un paese geograficamente centrale tanto per l’Europa quanto per il Medioriente, pertanto ha subìto inevitabilmente le diverse influenze culturali che la sua posizione comporta. A mio avviso, se per “presenza di Europa” si intende il processo di occidentalizzazione, allora esso è visibile ampiamente solo nelle grandi città; prendiamo Istanbul: i quartieri della zona europea sono pressoché assimilabili ai nostri, come anche parte di quelli della zona asiatica. Diversamente, nelle località più periferiche il rispetto della tradizione e dei valori islamici è decisamente molto più marcato, per cui il gap tra Occidente e Medioriente cresce notevolmente».

Erdogan, checché se ne dica, è salito al potere riscuotendo nelle ultime elezioni, quelle dello scorso novembre, un successo elettorale di non indifferenti proporzioni. Come te lo spieghi?

«Credo che il bisogno di libertà, in Turchia, si stia subordinando sempre di più alla necessità di rendere il paese più sicuro. Non dimentichiamo, infatti, che se per Europa e USA il problema più grande oggi, a livello di sicurezza, è rappresentato dal sedicente IS, per i Turchi è da molti anni quello del terrorismo curdo, sentito da molti come la vera piaga del paese. La posizione turca è in questo senso alquanto singolare: da una parte il paese si ritrova a fare i conti da anni con casi di terrorismo interno, rivendicato  dagli indipendentisti curdi; dall’altro, quegli stessi curdi combattono ogni giorno contro il Califfato islamico, e cioè quell’Isis che alcuni paesi – la Russia in prima fila – ritengono sostenuto economicamente e con le armi proprio dalla Turchia. Credo che la Turchia stia approdando verso derive anti-laiche che farebbero rabbrividire Atatürk (il presidente turco che, negli anni ’20 del ‘900, diede vita ad un processo di riforme volte ad una netta laicizzazione dello Stato, ndr). Vi è in atto un processo di islamizzazione – incoraggiato da Erdoğan – sempre più forte della società, che corrisponde a un nazionalismo che capricciosamente rivendica il suo bisogno di esprimersi agli occhi dell’Occidente; naturalmente noi europei (e dico “noi” perché a mio avviso la Turchia è ancora lontana dall’essere e dal sentirsi europea) guardiamo al fenomeno con preoccupazione, soprattutto per quel che riguarda la tutela dei diritti umani, principio imprescindibile per un paese che voglia definirsi realmente democratico».

Dopo lo sventato golpe, sulle cui dinamiche vi sono ancora tanti punti oscuri, Erdogan ha fatto sospendere ben 35.000 insegnanti (fra scuola pubblica e scuola privata) e ha richiesto le dimissioni di 1.500 rettori universitari. Il tuo pensiero in merito?

«È molto preoccupante. Temo che questo governo stia incoraggiando e condannando gradualmente il paese ad un oscurantismo necessario ad esso per restare al potere. È un gravissimo danno per l’istruzione e, in forma simbolica, verso il diritto alla pluralità delle idee, che da secoli scuola e università diffondono. Questa “caccia alle streghe” nel mondo scolastico e nel mondo accademico attuata da Erdoğan rientra nel suo piano di controllo totale delle istituzioni nazionali e di eliminazione dell’opposizione, che ormai compie alla luce del sole. Mi fa felice che in segno di protesta le università europee si stiano mobilitando, anche sospendendo le relazioni con le università turche. Mi chiedo, però: cosa ne sarà di quella scienza, di quella filosofia, di quella tecnologia che i funzionari della nazione mettono al servizio delle nuove generazioni per far crescere il proprio paese?».

Il regime turco ha fatto parlare di sé anche per le sue forti restrizioni circa l’utilizzo dei social network…

«Erdoğan più di una volta ha oscurato Twitter, Youtube e altri social network per i motivi più disparati, dalla censura di imbarazzanti scene di soprusi della polizia verso pacifici cittadini, scene che hanno indignato il mondo intero, al tentativo, peraltro fallito, di non diffondere i documenti-prova della corruzione dilagante all’interno del suo governo. Oggi l’involuzione è giunta fino all’arresto di tantissimi giornalisti, rei di fare semplicemente il loro lavoro, in nome del diritto all’informazione, che Erdoğan pretende sia da lui interamente controllata e manipolata».

Da anni, ormai, la Turchia ha iniziato il suo lungo e tortuoso iter per entrare nell’Unione Europea. Alla luce degli ultimi accadimenti, sei favorevole o meno a tale ingresso?

«Non sono favorevole. Le ragioni per le quali la Turchia dovrebbe essere già parte integrante dell’Europa sono molteplici, ma accanto ad esse stanno crescendo anche quelle per cui sarebbe meglio lasciare le cose così come stanno attualmente. La Turchia è un partner commerciale privilegiato per l’Europa, ma in primis essa stessa non si sente europea. La mia esperienza personale, con tutti i limiti del caso, naturalmente, è che nessuno dei turchi che ho conosciuto, dal più giovane al più maturo, dal cittadino di Istanbul o Ankara a quello del piccolo paese di provincia, sogna o auspica l’ingresso in Europa per la sua nazione, salvo che per un motivo: un accesso più agevolato verso il Vecchio continente. Attualmente per un cittadino italiano è sufficiente il documento di identità per entrare in Turchia; viceversa, i turchi devono ottenere un visto (non affatto semplice da ottenere) con tutte le lungaggini burocratiche ad esso connesse. L’Europa, insomma, dopo essere stata per decenni un “sogno economico”, come le grandi comunità di lavoratori turchi presenti soprattutto in Germania dimostrano, viene vista quasi come un “sogno turistico”».

Per concludere, cosa auspichi per il futuro del popolo turco?

«Auspico un risveglio, un rinascimento dei valori introdotti meno di cento anni fa da Kemal Atatürk, che furono per il paese una vera e propria rivoluzione dopo la fine dell’impero Ottomano. Soprattutto le nuove generazioni devono lottare per il rispetto della libertà di espressione e delle pluralità, senza farsi ingannare da una frenesia nazionalistica che è solo strumentale al raggiungimento di specifiche finalità politiche, peraltro lontane dai veri bisogni della nazione. È inaccettabile che si stia tornando a discutere sulla reintroduzione della pena di morte nel paese, approfittando del furore e della confusione post-golpe per eliminare l’opposizione. Mi auguro davvero l’avvento di un nuovo illuminismo, che la Turchia ha già conosciuto con la politica kemalista e che ha portato il paese a diventare una potenza mondiale».