Poste

Le Segreterie Provinciali di Cisl Slp, Cgil Slc, Uilposte, Failp Cisal, Confsal Comunicazioni e Ugl Comunicazioni di Foggia comunicano che sono in atto azioni di lotta in ambito nazionale nel settore postale da parte degli addetti del recapito e del personale degli uffici postali, per porre all’attenzione dell’intero Paese il dossier Poste.

Quello che sta accadendo nella più grande azienda di servizi italiana è significativo del disagio, del senso di generale ingiustizia che oggi imperversa in maniera trasversale all’interno della nostra società. Messi in discussione oltre quindici anni di duro processo di risanamento, di riorganizzazioni continue che hanno visto i nostri organici scendere dalle oltre 200.000 unità iniziali alle attuali 139.000 (in provincia di Foggia da 1800 a circa 1150) nel silenzio assordante di tutti. In questi anni i lavoratori postali hanno visto raddoppiarsi e triplicarsi i propri carichi di lavoro, sposato dinamiche di nuova professionalità, messo a disposizione il proprio background culturale, di conoscenze tecniche e nuove competenze, quelle che servono a reggere le sfide sempre più pressanti di un mercato aperto e competitivo, raccolto sfide sino a qualche tempo fa impensabili.

Cosa accade oggi in Poste Italiane: un management che con fare sempre più arrogante conduce un’azione gestionale unilaterale, dispotica, fortemente verticistica che annienta e dispone su tutto, esautorando totalmente il momento decisionale periferico, azzerando quelle famose deleghe al territorio, assolutamente necessarie per una realtà imprenditoriale a così forte radicamento sociale.  Poi le decisioni assunte dal Governo di totale dismissione delle azioni del Gruppo, con il conferimento del 35% delle azioni a Cassa Deposito e Prestiti e la messa sul mercato del restante 30%, necessitano di una ferma risposta dei lavoratori del Gruppo e della cittadinanza tutta. Il Gruppo rappresenta, infatti, una straordinaria esperienza di azienda pubblica che produce utili da molti anni e che ha saputo diversificare le sue attività con i lavoratori che hanno concorso, con la loro professionalità, al successo dell’azienda di servizi più grande del Paese. E lo Stato ne ha beneficiato con la riscossione di dividendi rilevanti nel corso di questi ultimi 10 anni.

Per la natura stessa del Gruppo, per la sua capacità di coniugare la vocazione al mercato e il suo ruolo sociale, la totale dismissione da parte dello Stato delle azioni di sua proprietà comporta, senza dubbio, il rischio concreto di uno snaturamento della missione di Poste. E’ del tutto evidente che un proprietario “privato” abbandonerà velocemente il servizio pubblico, per sua stessa natura non rispondente a logiche di mercato, e punterà ad una sempre più marcata finanziarizzazione del Gruppo. È dunque a rischio l’unitarietà dell’Azienda e del Gruppo, e con essa migliaia di posti di lavoro. Infatti, la divisione PCL, da anni in costante perdita e pertanto oggetto d’interventi di riorganizzazione, potrebbe rappresentare un “peso” di cui l’Azienda privatizzata potrebbe liberarsi, con gravi conseguenze per i lavoratori in essa operanti e per il servizio universale stesso. Del resto è altrettanto evidente il conflitto d’interessi in capo a CDP, governata al 20% dalle Fondazioni bancarie che hanno ovviamente interessi contrapposti a quelli di Poste Italiane.

Peraltro, nulla ci garantisce che, a seguito del conferimento, CDP possa decidere a breve la dismissione del pacchetto azionario rendendo, di fatto, totalmente privata la proprietà dell’Azienda e del Gruppo. Sul fronte interno la preoccupazione nasce proprio dal probabile cambio al vertice del Gruppo. Questo gruppo dirigente, che ha presentato circa 2 anni fa un piano d’impresa che prevedeva tre assi di sviluppo, ha chiaramente mostrato limiti e inefficienze nell’applicazione delle linee di piano. Da un lato l’accordo di riorganizzazione complessiva della divisione PCL, sottoscritto unitariamente il 25 Settembre, dimostra ancora una volta l’incapacità di dare seria attuazione a quanto sottoscritto. L’accordo prevedeva la sperimentazione di modelli, capaci di rendere più efficiente il sistema di consegna. Quello che è sotto gli occhi di tutti è invece un depauperamento progressivo del servizio.

I giorni alterni regolati, decisi da AGCOM, Governo e Poste, segnano grandi difficoltà di applicazione anche a fronte dell’obbligo, ancora in capo all’Azienda, anche se in misura ridotta, di consegna QUOTIDIANA dei giornali. Il modello applicato nelle aree cosiddette non regolate (tra cui la maggior parte dei capoluoghi di provincia) è assolutamente inefficace, e le giacenze registrate in questi mesi ovunque si sia data applicazione del modello lo dimostrano. Le azioni di SVILUPPO, che attenevano all’applicazione di una intensificazione del servizio nelle aree a maggiore densità postale (MODELLO METROPOLITANO) non hanno mai visto la luce. A questo aggiungiamo che la parte della LOGISTICA INTEGRATA, che dovrebbe consentire a Poste di mettere a sistema la capillare rete di consegna e la presenza d’importanti nodi logistici e di trasporto, non è mai stata oggetto di discussione nonostante le reiterate richieste delle Organizzazioni Sindacali. Francamente l’assenza di queste azioni inficia completamente lo schema dell’accordo del 25 Settembre e non prospetta un rilancio complessivo del servizio e della divisione.

Immaginando che il cambio al vertice aziendale, se si arrivasse all’ulteriore vendita delle azioni, sarà un fatto naturale, è nostro obbligo rivendicare l’applicazione delle azioni del piano industriale a questo management, apportarvi i necessari correttivi, e garantire così la tenuta complessiva delle attività. A questo aggiungiamo che anche gli uffici postali stanno scontando grandi difficoltà. I problemi relativi alla carenza di organico sono ormai storicizzati e non è più procrastinabile un intervento deciso e risolutivo, dando in questo modo anche maggiori possibilità ai tanti…troppi part time presenti in quella divisione. A questo va aggiunta la grande pressione commerciale che, a intensità diverse, interessa tutte le lavoratrici e lavoratori della divisione, a partire dagli operatori di sportello, quadri responsabili e, ovviamente tutti gli addetti alle attività propriamente commerciali. Il protocollo sulle “pressioni commerciali” è sostanzialmente disatteso e lo stress da lavoro sempre più marcato. Infine notiamo un’assenza preoccupante di chiarezza sugli assetti societari delle aziende del Gruppo: assistiamo a fusioni, cessioni di ramo, annunciate acquisizioni di aziende che non definiscono un quadro chiaro della composizione futura del Gruppo.

Crediamo, infatti, che sia necessario coinvolgere tutte le forze politiche e sociali affinché si esprimano sull’azione del Governo e sostengano la battaglia sindacale. In assenza di risposte sia sul fronte esterno che su quello interno, arriveremo alla proclamazione di uno sciopero nazionale all’inizio dell’autunno. E’ oramai giunto il momento di dire basta a questo autentico scempio! Poniamo all’attenzione del territorio il dossier Poste, contro un management ossessionato solo dalla necessità di impoverire mezzi, strutture, impianti, oramai abituato a scandire i tempi del cambiamento, quello degli altri, senza mai occuparsi del proprio. Tutto si taglia in Poste, ad eccezione dei loro milionari salari. E’ una vergogna! Riteniamo che la posta in gioco sia chiara a tutti: se questa riorganizzazione del recapito e questi tagli di uffici postali passeranno, con quei ridimensionamenti così drastici, in maniera così dispotica e unilaterale, Poste italiane cambierà volto, fisionomia e faranno dei lavoratori e delle esigenze della clientela quello che vorranno, soprattutto trasformeranno i lavoratori in pura merce da macero.

Cambierà tutto in Poste Italiane: se un servizio, in un qualsiasi posto e luogo del Paese sarà redditivo, continuerà a essere erogato, in caso contrario ogni struttura sarà smantellata. Ricordiamo a questi manager che Poste Italiane è ancora patrimonio del Paese, un’Azienda pubblica che vive del proprio lavoro ma anche di soldi pubblici, e che il fatto di recapitare posta ovunque e consentire al pensionato di riscuotere la sua pensione e depositare i propri risparmi su un libretto anche nelle località più periferiche della Penisola è diritto di cittadinanza, è un obbligo per un’Impresa ancora oggi concessionaria di un servizio universale, un diritto e obbligo che nessuno può arrogarsi il diritto di annientare. Tutto questo a fronte di un bilancio attivo consolidato, anno 2015, di quasi un miliardo di euro, ostentato dall’Amministratore Delegato.

E’ necessario quindi il massimo coinvolgimento della Politica, delle Istituzioni, dei Sindaci, delle Associazioni dei Consumatori, dei Mass-Media, della collettività tutta sulle motivazioni evidenziate e sulle conseguenti ricadute sul territorio, sui cittadini, sui lavoratori e sulla qualità del servizio.

  • Concervello

    Il tempo per i nullafacenti statali è terminato …. se non vi conviene c’è sempre la terra da dissodare … andate a lavorare