In circa 1400, partiti quasi tutti nella notte tra venerdì e sabato scorso (21-22 ottobre), hanno preso parte al Giubileo della Misericordia a Roma della Diocesi di Cerignola-Ascoli Satriano. In una piazza San Pietro soleggiata, alle 10.30, si è tenuta l’udienza del Papa, a cui hanno partecipato numerose diocesi italiane, fra cui anche Cerignola-Ascoli. Nel pomeriggio, alle 17.00, la celebrazione eucaristica per i pellegrini della diocesi in una gremita Basilica di san Giovanni in Laterano. Subito dopo la Messa si è fatto ritorno in sede. Segue l’omelia del Vescovo Luigi Renna a San Giovanni in Laterano e il discorso del Papa all’udienza generale.

Santa Messa a san Giovanni in Laterano

Carissimi fratelli sacerdoti e diaconi, carissimi fedeli tutti,

al termine del nostro pellegrinaggio abbiamo la gioia di vivere la celebrazione eucaristica nella madre di tutte le chiese, la Cattedrale di Roma. Da qui riceviamo un triplice mandato di testimoni della Misericordia, quello della Parola, quello delle splendide parole del Papa, quella del luogo che parla, Roma e, in particolar modo, la Porta Santa che abbiamo varcato questa mattina. Lascio ancora alla vostra meditazione le parole del Santo Padre, mentre mi soffermo sul Vangelo di questa XXX domenica del Tempo Ordinario e sul senso del pellegrinaggio.

Il Vangelo di questa domenica ci parla dell’unico atteggiamento gradito al Padre, quello del pubblicano. È stata una felice coincidenza quella che ci ha portato all’ascolto di questo brano nel giorno del nostro pellegrinaggio. I protagonisti della parabola sono due uomini e la loro interiorità, la loro coscienza, quella che solo Dio legge nel profondo. Il massimo della rettitudine, un fariseo, e il massimo della corruzione, un pubblicano. Ma cosa c’è nel loro cuore? Per chi fa il bene quell’uomo così retto, che prega ritto in piedi? “Pregava tra sé”, dice il Vangelo, cioè viveva un monologo nel quale si autocompiaceva. Erano i suoi pensieri, erano le sue idee il punto di confronto, non Dio. Quando ti misuri con gli altri, con l’idea che hai degli altri rischi di sentirti un gigante. È la religione “fai da te” di un uomo retto: per la quale gli altri non sono fratelli, ma impostori, ladri, sono una feccia. Solo lui brilla. È un uomo onesto, ma è freddo come il ghiaccio, perché alla sua rettitudine manca l’amore, manca la misericordia. Non è questo il cuore nuovo che dobbiamo chiedere a Dio al termine del pellegrinaggio. Signore non ti chiedo la perfezione di chi sente giusto, ma quella che tu stesso hai. E ce la insegna un peccatore che a Dio chiede misericordia. Quest’uomo non prega tra sé, a differenza dell’altro, ma si mette con sincerità, a nudo, davanti a Dio, e davanti a Lui siamo tutti piccoli. Cari fratelli, quanto bene viene da questo atteggiamento, quello di essere uomini e donne che, nella loro esistenza, si sentono sempre bisognosi di misericordia e di grazia. Il loro cuore contrito è sacrificio a Dio, come dice il Salmo 50: “Un cuore contrito è sacrificio a Dio, un cuore affranto e umiliato tu o Dio non disprezzi”. Dio non disprezza il cuore che riconosce di essere peccatore. Cari fratelli e sorelle, non so quanti giubilei vivremo ancora, ma questo ci lascia questo messaggio: a Dio sei gradito quando sei umile, quando ti riconosci peccatore senza giudicare gli altri. È il ricordo dell’anno giubilare qui a Roma. E poi è il mandato che riceviamo per il nostro essere fratelli: un cuore puro davanti a Dio è quello che è concentrato sul proprio peccato, non su quello degli altri. Un cuore puro è quello che non giudica i fratelli. Essere uomini e donne che non giudicano: che novità nel nostro essere Chiesa. Come sarebbe bello se questo lo vivessimo ogni giorno! Il volto della nostra Chiesa non avrebbe le rughe del giudizio, sarebbe disteso e puro, accogliente e misericordioso.

Abbiamo varcato la Porta Santa della Basilica Vaticana e poi di san Giovanni in Laterano questo pomeriggio. Abbiamo varcato la Porta Santa del luogo del martirio di Pietro. Lo stesso luogo in cui è stato celebrato il Concilio Vaticano II, 50 anni fa. Vi ricordo le parole del Papa: “Ho scelto la data dell’8 dicembre perché è carica di significato per la storia recente della Chiesa. Aprirò infatti la Porta Santa nel cinquantesimo anniversario della conclusione del Concilio Ecumenico Vaticano II. La Chiesa sente il bisogno di mantenere vivo quell’evento.” Cari fratelli presbiteri e diaconi, cari fedeli tutti, vi ricordo che quell’evento dobbiamo mantenerlo vivo nella nostra Chiesa diocesana, nello spirito di un costante rinnovamento. Il pellegrinaggio così ci è stato descritto dal Papa, come un rinnovamento interiore che mira soprattutto alla conversione su un aspetto della nostra vita. Ve lo leggo, e poi taccio, perché il Papa non ha bisogno di commenti: 14. Il pellegrinaggio è un segno peculiare nell’Anno Santo, perché è icona del cammino che ogni persona compie nella sua esistenza. La vita è un pellegrinaggio e l’essere umano è viator, un pellegrino che percorre una strada fino alla meta agognata. Anche per raggiungere la Porta Santa a Roma e in ogni altro luogo, ognuno dovrà compiere, secondo le proprie forze, un pellegrinaggio. Esso sarà un segno del fatto che anche la misericordia è una meta da raggiungere e che richiede impegno e sacrificio. Il pellegrinaggio, quindi, sia stimolo alla conversione: attraversando la Porta Santa ci lasceremo abbracciare dalla misericordia di Dio e ci impegneremo ad essere misericordiosi con gli altri come il Padre lo è con noi. Il Signore Gesù indica le tappe del pellegrinaggio attraverso cui è possibile raggiungere questa meta: «Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e sarete perdonati. Date e vi sarà dato: una misura buona, pigiata, colma e traboccante vi sarà versata nel grembo, perché con la misura con la quale misurate, sarà misurato a voi in cambio» (Lc 6,37-38). Dice anzitutto di non giudicare e di non condannare. Se non si vuole incorrere nel giudizio di Dio, nessuno può diventare giudice del proprio fratello. Gli uomini, infatti, con il loro giudizio si fermano alla superficie, mentre il Padre guarda nell’intimo. Quanto male fanno le parole quando sono mosse da sentimenti di gelosia e invidia! Parlare male del fratello in sua assenza equivale a porlo in cattiva luce, a compromettere la sua reputazione e lasciarlo in balia della chiacchiera. Non giudicare e non condannare significa, in positivo, saper cogliere ciò che di buono c’è in ogni persona e non permettere che abbia a soffrire per il nostro giudizio parziale e la nostra presunzione di sapere tutto. Ma questo non è ancora sufficiente per esprimere la misericordia. Gesù chiede anche di perdonare e di donare. Essere strumenti del perdono, perché noi per primi lo abbiamo ottenuto da Dio. Essere generosi nei confronti di tutti, sapendo che anche Dio elargisce la sua benevolenza su di noi con grande magnanimità. Misericordiosi come il Padre, dunque, è il “motto” dell’Anno Santo. Come gli antichi pellegrini che tornavano nuovi e ricordavano per tutta la vita il loro pellegrinaggio, aiuta anche noi Signore a fare tesoro di questo evento della tua grazia. Per tutta la vita.

GIUBILEO STRAORDINARIO DELLA MISERICORDIA

PAPA FRANCESCO

UDIENZA GIUBILARE

Sabato, 22 ottobre 2016

Misericordia e Dialogo

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Il brano del Vangelo di Giovanni che abbiamo ascoltato (cfr 4,6-15) narra l’incontro di Gesù con una donna samaritana. Ciò che colpisce di questo incontro è il dialogo molto serrato tra la donna e Gesù. Questo oggi ci permette di sottolineare un aspetto molto importante della misericordia, che è proprio il dialogo.

Il dialogo permette alle persone di conoscersi e di comprendere le esigenze gli uni degli altri. Anzitutto, esso è un segno di grande rispetto, perché pone le persone in atteggiamento di ascolto e nella condizione di recepire gli aspetti migliori dell’interlocutore. In secondo luogo, il dialogo è espressione di carità, perché, pur non ignorando le differenze, può aiutare a ricercare e condividere il bene comune. Inoltre, il dialogo ci invita a porci dinanzi all’altro vedendolo come un dono di Dio, che ci interpella e ci chiede di essere riconosciuto.

Molte volte noi non incontriamo i fratelli, pur vivendo loro accanto, soprattutto quando facciamo prevalere la nostra posizione su quella dell’altro. Non dialoghiamo quando non ascoltiamo abbastanza oppure tendiamo a interrompere l’altro per dimostrare di avere ragione. Ma quante volte, quante volte stiamo ascoltando una persona, la fermiamo e diciamo: “No! No! Non è così!“ e non lasciamo che la persona finisca di spiegare quello che vuole dire. E questo impedisce il dialogo: questa è aggressione. Il vero dialogo, invece, necessita di momenti di silenzio, in cui cogliere il dono straordinario della presenza di Dio nel fratello.

Cari fratelli e sorelle, dialogare aiuta le persone a umanizzare i rapporti e a superare le incomprensioni. C’è tanto bisogno di dialogo nelle nostre famiglie, e come si risolverebbero più facilmente le questioni se si imparasse ad ascoltarsi vicendevolmente! È così nel rapporto tra marito e moglie, e tra genitori e figli. Quanto aiuto può venire anche dal dialogo tra gli insegnanti e i loro alunni; oppure tra dirigenti e operai, per scoprire le esigenze migliori del lavoro.

Di dialogo vive anche la Chiesa con gli uomini e le donne di ogni tempo, per comprendere le necessità che sono nel cuore di ogni persona e per contribuire alla realizzazione del bene comune. Pensiamo al grande dono del creato e alla responsabilità che tutti abbiamo di salvaguardare la nostra casa comune: il dialogo su un tema così centrale è un’esigenza ineludibile. Pensiamo al dialogo tra le religioni, per scoprire la verità profonda della loro missione in mezzo agli uomini, e per contribuire alla costruzione della pace e di una rete di rispetto e di fraternità (cfr Enc. Laudato si’, 2015).

Per concludere, tutte le forme di dialogo sono espressione della grande esigenza di amore di Dio, che a tutti va incontro e in ognuno pone un seme della sua bontà, perché possa collaborare alla sua opera creatrice. Il dialogo abbatte i muri delle divisioni e delle incomprensioni; crea ponti di comunicazione e non consente che alcuno si isoli, rinchiudendosi nel proprio piccolo mondo. Non dimenticatevi: dialogare è ascoltare quello che mi dice l’altro e dire con mitezza quello che penso io. Se le cose vanno così, la famiglia, il quartiere, il posto di lavoro saranno migliori. Ma se io non lascio che l’altro dica tutto quello che ha nel cuore e incomincio ad urlare – oggi si urla tanto – non andrà a buon fine questo rapporto tra noi; non andrà a buon fine il rapporto fra marito e moglie, tra genitori e figli. Ascoltare, spiegare, con mitezza, non abbaiare all’altro, non urlare, ma avere un cuore aperto.

Gesù ben conosceva quello che c’era nel cuore della samaritana, una grande peccatrice; ciononostante non le ha negato di potersi esprimere, l’ha lasciata parlare fino alla fine, ed è entrato poco alla volta nel mistero della sua vita. Questo insegnamento vale anche per noi. Attraverso il dialogo, possiamo far crescere i segni della misericordia di Dio e renderli strumento di accoglienza e rispetto.