Pubblichiamo di seguito l’omelia del Vescovo della Diocesi di Cerignola-Ascoli Satriano, Mons.Luigi Renna, pronunciata nella messa della notte celebrata nella Cattedrale di Cerignola.

“Non temete, ecco vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi, nella città di Davide, è nato per voi il Salvatore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia” (Lc 2,10).

Questo l’annuncio ai pastori, ai primi destinatari del mistero del Santo Natale: Dio che si è fatto uomo, l’Altissimo – che si è fatto bambino – è un mistero che porta gioia e salvezza. Ma come è possibile questa salvezza? Con la nascita di Gesù cosa avviene tra Dio e l’uomo? Possiamo comprenderlo bene solo se ci riferiamo ad una delle più grandi esperienze che un uomo e una donna possono vivere, quella delle nozze. Dio si è sposato con la nostra umanità e da allora Dio e l’uomo sono divenuti “una sola carne”.  Riflettiamo, cari fedeli su questo grande mistero!

Riflettiamo su chi è Dio. Chi ha mai visto Dio, chi può parlare di Lui? È il creatore e l’origine di tutte le cose. È l’Eterno, che non conosce la morte. È Colui del quale non si può pensare nessuno e nulla di più grande. Di Lui possiamo intuire, pensare con esempi ed analogie, ma è più quello che non possiamo dire di Lui che quello che possiamo affermare. Egli rimane invisibile, o forse così visibile e nascosto nelle piccole realtà, che non riusciamo a vederlo per la sua costante presenza, così come non si vede la luce, ma si vede grazie ad essa. Senza la Sua stessa Rivelazione, di Lui potremmo dire molto poco.

Dio si è fatto uomo o, come abbiamo detto, ha sposato la nostra umanità. E cosa è la nostra umanità? L’umanità è la parte migliore di noi stessi. Quando noi vediamo una persona buona e disponibile, diciamo che è molto umana. Ma l’umanità non è solo questo, perché noi siamo capaci anche di fare del male. Il poeta Salvatore Quasimodo lo dice in una bellissima poesia, Uomo del mio tempo (1947):

Sei ancora quello della pietra e della fionda,

uomo del mio tempo. Eri nella carlinga,

con le ali maligne, le meridiane di morte,

t’ho visto – dentro il carro di fuoco, alle forche,

alle ruote di tortura. T’ho visto: eri tu,

con la tua scienza esatta persuasa allo sterminio,

senza amore, senza Cristo. Hai ucciso ancora,

come sempre, come uccisero i padri, come uccisero

gli animali che ti videro per la prima volta.

E questo sangue odora come nel giorno

Quando il fratello disse all’altro fratello:

«Andiamo ai campi»…

L’umanità è anche questo: possibilità di fare del male al proprio fratello, come Caino. Ma cosa le è successo? Ha dimenticato sé stessa, perché senza Dio l’umanità si dimentica della sua identità. L’umanità è anche la fragilità della malattia, dell’uomo che è come una canna incrinata, la più fragile di tutta la natura – diceva il filosofo Pascal – ma è una canna pensante, che sa quando si sta spezzando, ne è cosciente, e soffre di più. L’uomo muore, è leggero come la polvere, esile come un filo d’erba. Tutto ciò che è umanità, Dio lo ha sposato: questo l’annuncio del Natale.

E cosa significa sposare? Non significa, per la sacra Scrittura, stare insieme per un breve tempo, lasciando al futuro ogni eventualità. Per la Bibbia lo sposarsi ha una progettualità che dice amore stabile e duraturo: “L’uomo lascerà suo padre e sua madre, si unirà a sua moglie e sarà una carne sola” (Gn 2,24). E il Cantico dei Cantici lo afferma con parole sublimi, che noi vorremmo usare per ogni amore umano: “Forte come la morte è l’amore” (Ct 8, 6). Sposarsi è lasciare un grembo per un amore nuovo e totale. Così è stato anche per Gesù: ha lasciato la beatitudine dell’eternità, per divenire come ogni uomo. Dio ha lasciato la sua sicurezza “da Dio”, e si è fatto carne. Lo cantava sant’Alfonso e lo cantiamo noi nel Tu scendi dalle stelle: “Tu lasci il bel gioire del Divin seno, per venire a penar su poco fieno”. Sposare significa divenire una sola cosa, e rimanere uniti sempre…

È così che Cristo ha sposato la nostra umanità. Gli angeli ai pastori dissero “oggi”. Ma quell’“oggi” è valido anche per noi, perché Dio è eterno e il suo amore è indissolubile e fedele, cioè dice ogni giorno ad ogni creatura umana: “Ti amo”. Per questo, l’“oggi” di 2000 anni fa è lo stesso del 25 dicembre del 2016! Cari miei, Cristo lo chiamiamo “Salvatore” perché ha sposato la nostra umanità: “…ella darà alla luce un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati”. Si può salvare solo ciò che si assume, si può dire di amare solo ciò che si fa proprio per sempre. Ecco, il prodigio di questa notte! Contemplando quel Bambino, noi contempliamo lo sposo dell’umanità, avvolto nelle fasce come un esserino fragile, deposto in una mangiatoia perché per lui non ci sono “tappeti rossi”, ma emarginazione e incomprensione. Nonostante tutto questo ha sposato la nostra umanità, e da allora essa è divenuta “l’involucro di Dio” (David M. Turoldo).

Il meglio di noi stessi è unito al Dio dell’amore e della tenerezza: è sposato con la divinità di Cristo. Per questo la nostra umanità si sente sostenuta in tutte le sue aspirazioni di bene: può edificare nella giustizia, può essere intelligenza e volontà che progetta il bene, può essere parola che benedice gli altri. Ma Cristo ha unito a sé anche la mia fragilità, il mio essere uomo della pietra e della fionda, simile a Caino che uccide suo fratello; da questo connubio nasce la fraternità, che perdona settanta volte sette, che ha sempre la possibilità di riconciliarsi con Dio, padre misericordioso. E la mia morte, la mia finitudine? Anche in essa non sono più solo io che vivo, ma Cristo vive in me… Questa mia carne, vedrà Dio e lo contemplerà non da straniero, dice Giobbe (cfr. Gb 19,23.27a). Anche i nostri morti – oggi – sentono che la Vita di Dio è la speranza di risurrezione, perché quel Bambino ha sposato la polvere da cui fu tratto Adamo.

Anche l’uomo fragile – oggi – si sente il più simile a Dio. Non ce ne accorgiamo? Andiamo anche noi al presepe e vedremo un segno: quello delle fasce e della mangiatoia, quello della dimora emarginata, quello della casa squallida del povero e delle baracche degli immigrati. Dio si è sposato con questa umanità, e lì lo troveremo, in una festa di nozze che comprenderemo solo se ci faremo piccoli come Lui. Per questo la notte di Natale gli angeli ci annunciano una grande gioia: è nato per noi il Salvatore del mondo, il salvatore di tutti. E ciascuno possa dire: il mio Dio si è sposato con la mia umanità. E possa dire agli altri: Gesù Cristo è venuto a restituirti l’umanità, a restituircela, perciò camminiamo insieme nella sua luce. E ciascuno possa dire al povero: Dio ti ha fatto “poco meno degli angeli” (Sal 8), ed ha voluto farsi riconoscere in uno simile a te!

Buon Natale dell’umanità, sposa amata da Dio! Per sempre e in ogni angolo del mondo!