«ll testamento biologico: tra dispositivi di legge e discernimento etico» è il titolo dell’interessante seminario promosso dal MEIC (Movimento Ecclesiale di Impegno Culturale) e tenutosi lo scorso sabato, 4 marzo, presso il Salone della Curia Vescovile “Giovanni Paolo II” di Cerignola. Le linee guida della discussione sono state tracciate dalla dottoressa Chiara Lorusso, pediatra, collabora nel reparto di fibrosi cistica, dirigente medico dell’Ospedale “Tatarella” di Cerignola e Monsignor Domenico Marrone, direttore dell’Istituto Superiore di Scienze Religiose della Facoltà Teologica Pugliese di Trani, nonché parroco della Chiesa Madre di San Ferdinando.

L’incontro ha preso il via con l’ampia introduzione della dottoressa Lorusso che, attraverso il suo sguardo da medico cattolico, ha fatto un excursus scientifico – partendo dal giuramento di Ippocrate – sulle tematiche del testamento biologico e dell’accanimento terapeutico, spingendo più verso la direzione di un innalzamento della qualità delle cure da sottoporre piuttosto che verso una cessazione delle stesse. Il focus del dirigente medico si è poi spostato sul caso balzato al centro del dibattito negli ultimi giorni, quello di DJ Fabo, il disc jockey divenuto tetraplegico e non vedente 3 anni fa, dopo un grave incidente stradale alle porte di Milano e che la scorsa settimana ha posto fine alle sue sofferenze mediante la morte assistita in Svizzera. La dottoressa Lorusso lo ha posto in parallelo con un altro caso, quello di Matteo Nassigh, lo studente 19enne con gravi disabilità fisiche di cui è affetto dalla nascita che, mediante un’intervista a L’Avvenire, ha lanciato un messaggio che va in direzione diametralmente opposta a quello di DJ Fabo.

La parola è poi passata a Monsignor Marrone, il quale ha innanzitutto ricordato che casi come quelli di Piergiorgio Welby, Eluana Englaro e DJ Fabo hanno avuto in comune il fatto di aver scatenato, sull’onda della reazione emotiva immediata, un circo mediatico che ha alimentato una sorta di «scontro tra tifoserie», tradizionalisti contro progressisti, «una logorante e sterile guerra tra bioetica laica e bioetica cattolica, che ha dato più spazio agli slogan piuttosto che ad un confronto serio». Don Marrone evidenzia come nella nostra società manchi la cultura dell’alleviamento del dolore, una vera educazione al morire. E mentre in Italia si vive ancora una fase di stallo in merito a ciò, ad esempio, la Chiesa tedesca ha dimostrato maggiore apertura su questi temi, istituendo il cosiddetto “Ministero della consolazione”, vale a dire l’istituzione di percorsi che hanno l’obiettivo di formare sacerdoti alla missione dell’accompagnamento del malato grave verso la fine del proprio percorso di vita terreno, avviandone in piena serenità l’incontro col Signore. In Italia, qualcosa si sta muovendo solo negli ultimi tempi, con l’introduzione di tale Ministero presso la Diocesi di Molfetta che dovrebbe aver luogo il prossimo anno. In merito all’accanimento terapeutico, Monsignor Marrone lo indica come «il prolungare oltremisura la vita biologica con mezzi sempre più sofisticati e pervasivi che provocano la dequalificazione della vita personale, un attentato alla dignità umana» ovvero «un tecnicismo abusivo che spinge verso una concezione rigidamente biologica della vita». La morte è spesso spersonalizzata, a causa della sua spettacolarizzazione sui media. E da un punto di vista terminologico, più di una volta, si è fatta confusione. «Diverse denominazioni sono state usate tanto nei disegni di legge presentati, tanto nella pubblicistica. – afferma Don Marrone – Il termine “Testamento biologico” è il più diffuso, ma il più inadeguato. Per definizione, il testamento produce effetti che hanno luogo dopo la morte, ma ciò di cui si parla dovrebbe entrare in funzione prima che la morte sopraggiunga. E la volontà in questione non appartiene alla dimensione biologica, bensì a quella biografica». Ricordando che il DDL sul fine vita che approderà in Parlamento il prossimo 13 marzo è la sintesi di 16 progetti differenti su di esso, il relatore pone in risalto che l’articolo 34 del Codice di Deontologia Medica non sia così lontano da quanto detto dalla Congregazione della Dottrina della Fede, in merito al rispetto della dignità, della libertà, della volontà dell’ammalato di sottoporsi a determinate tipologie di cura.

Il dibattito sorto con l’uditorio – moderato dal coordinatore del MEIC, Francesco Radi – ha offerto altri interessanti spunti di discussione, sui quali Monsignor Marrone non ha esitato a fare la dovuta chiarezza: «Viviamo ancora una sorta di equivoco. Ci hanno fatto credere che il Signore fosse colui che manda le croci, le sofferenze. Questi sono concetti blasfemi. Nelle pagine del Vangelo, il verbo più ricorrente attribuito all’attività di Gesù è “curare”. La malattia – prosegue il relatore – può diventare motivo di dannazione se non è accompagnata in debito modo, dal punto di vista terapeutico ed affettivo. Non è affatto vero che la nostra sofferenza sia una volontà di Dio. Quando a Giovanni Paolo II volevano applicare un’altra tracheotomia, fu egli stesso a dire “Lasciatemi andare al Padre». Fra gli argomenti sorti in sede di discussione anche gli scenari futuribili circa gli studi scientifici che condurrebbero verso l’immortalità umana, cosa che Don Marrone ha “esorcizzato”: «L’idea di vita artificiale eterna la ritengo una condanna terribile. Spero di morire prima che eventualmente ciò avvenga. Come dicono alcuni filosofi “La morte è ciò che di più serio hanno gli esseri umani”». Infine si è fatto anche riferimento agli ultimi drammatici fatti di cronaca, come quello di Guerrando Magnolfi, l’84enne di Firenze che ha ucciso sua moglie, Gina, 82enne, e sua figlia, Sabrina, 44enne tetraplegica, per poi togliersi la vita: «È una storia devastante avvenuta in un contesto di disperazione, un contesto che non riesce più a nutrire il senso di queste vite. Trovo oscena quella operazione mediatica che da casi come questi, strumentalizzandoli, vuole trarre quella “soluzione magica” applicabile a vicende simili. Il dolore è scandalo! Non c’è alcuna ricetta, come quelle che ci si fa fare dal farmacista di fiducia. Non si è più capaci di “allenarsi al dolore, al sacrificio” e tutto questo abbassa la nostra resilienza, diventando sempre più fragili».

La serata ha messo sul tavolo della discussione diversi temi e, comunque la si pensi, ha dato vita ad un incontro coinvolgente, che ha arricchito un po’ tutti. In chiusura dello stesso, il moderatore Radi ha voluto far suo il testo di «Che sia benedetta», la bella canzone di Fiorella Mannoia classificatasi seconda all’ultimo Festival di Sanremo: «Per quanto assurda e complessa ci sembri, la vita è perfetta. Per quanto sembri incoerente e testarda, se cadi ti aspetta».

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    senza contraddittorio è un monologo