Italia ancora ferma al venticinquesimo posto dell’Indice “Desi”, (Digital Economic and Society Index), la speciale classifica dedicata alla digitalizzazione dei paesi dell’Unione Europea. Dietro di noi soltanto Grecia, Romania e Bulgaria, nonostante i passi avanti compiuti nelle infrastrutture, nelle pubbliche amministrazioni e in alcuni settori dell’e-commerce. Come spiegare il ritardo italiano? E come intervenire per colmare questo gap?

L’indice Desi è basato su 5 parametri: connettività, capitale umano, uso di internet, integrazione dei servizi digitali e servizi pubblici digitali. Se in merito al primo, legato alla rete infrastrutturale, abbiamo fatto importanti passi avanti in termini di estensione della fibra ottica e di abbassamento dei prezzi per la banda larga fissa, è sul fattore capitale umano che il gap con gli altri stati europei rimane invariato.

In Italia, infatti, nonostante si registri un aumento degli utenti di internet, questa crescita non va di pari passo con quella delle competenze digitali, anzi: siamo passati dal ventiquattresimo al venticinquesimo posto per conoscenza degli strumenti digitali. Un dato che denota il ritardo culturale di un paese in cui sono pochi i laureati in materie tecnico-scientifiche e in cui si fa fatica ad avvicinarsi alla comprensione dell’innovazione.

Negativo anche il dato dell’utilizzo di internet, anche se con alcune eccezioni. Se gli italiani si piazzano al 27° posto per le attività effettuate online, molto al di sotto della media europea, e contano ritardi nella fruizione delle notizie, nell’utilizzo dell’home banking e negli acquisti on-line, si registrano miglioramenti nella presenza sui social network e nel settore del gaming. Due parametri che ci pongono al di sopra degli altri paesi UE e che dimostrano come sia sentita l’esigenza di tornare a costruire una comunità, seppur virtuale, e come il settore dei videogiochi sia uno di quelli con le potenzialità di sviluppo maggiori per il futuro, sia a livello tecnologico che lavorativo. Emblematico al riguardo il caso dell’imprenditore del settore e-sports Luca Pagano, creatore di un vero e proprio team “Qlash” per partecipare ai principali tornei internazionali. Un esempio di innovazione e spirito imprenditoriale, quello di Pagano, che ha generato posti di lavoro e ha aperto la strada per una serie di iniziative legate al gaming professionale destinate a portare benefici allo stato dell’economia digitale italiana.

Dati finalmente positivi, invece, per l’integrazione delle tecnologie digitali nel mondo dell’impresa, settore in cui l’Italia sta richiudendo le distanza con gli altri membri dell’Unione. Le aziende che oggi utilizzano la fattura elettronica sono più del 30% a fronte di un dato europeo fermo al 18%. Ancora non del tutto consolidato il settore dell’e-commerce con la maggioranza delle piccole e medie imprese che non si sono ancora dotate di un canale di vendita elettronico per i propri prodotti.

I maggiori passi avanti, però, arrivano dall’implementazione dei servizi pubblici digitali, un successo trainato dell’utilizzo della fatturazione elettronica e dalla decisione di utilizzarla come unico mezzo accettato per lavorare con le pubbliche amministrazioni. Bene anche i dati riguardanti l’erogazione online dei servizi pubblici e gli open data, nonostante il Belpaese sia uno di quelli che utilizza meno i servizi di vero e proprio e-government.

Come recuperare il distacco con i nostri diretti competitor e mettere l’Italia sulla rotta della digitalizzazione? Innanzitutto partendo da due aspetti necessari per comprendere i nostri ritardi. Il primo riguarda la situazione economica generale con i paesi che sono usciti prima dalla crisi finanziaria e che stanno registrando i tassi di crescita maggiori in merito alla diffusione del digitale. Si investe di più e meglio in innovazione e ricerca e i risultati si vedono: una strada che le istituzioni e i vertici industriali nostrani sembrano sottovalutare.

La seconda questione è legata alle infrastrutture con l’Italia che sconta il ritardo dovuto alla mancanza degli apparati legati alla televisione via cavo che negli altri paesi sono stati riconvertiti per la diffusione di connessioni a internet sempre più veloci. Un problema di cui stiamo vivendo oggi le conseguenze e che ci obbliga a rincorrere anche realtà molto più piccole a livello economico e di potenzialità.

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