Pubblichiamo di seguito l’omelia del Vescovo della diocesi di Cerignola-Ascoli Satriano, Monsignor Luigi Renna, in occasione della Messa Crismale di ieri tenutasi nella Cattedrale ofantina, nell’ambito dei riti in occasione della Settimana Santa.

“Lo spirito del Signore è su di me” (Is 61,1)

Lo spirito del Signore è su di noi

“Lo Spirito del Signore è su di me, perché il Signore mi ha consacrato con l’unzione; mi ha inviato…” (Is 61,1).

Cari fratelli presbiteri e diaconi; cari religiosi e religiose, cari fedeli tutti,

questa Parola di Dio illumina oggi la nostra Assemblea, nel giorno in cui tutta la comunità diocesana è radunata attorno al Vescovo, nella Chiesa Cattedrale, per la celebrazione della Messa del Crisma. “Lo Spirito del Signore è su di me!”: furono le parole del profeta Isaia che lo stesso Gesù proclamò nella piccola sinagoga di Nazareth, per aggiungere che quella profezia si stava realizzando in Lui. Egli è il Messia, il consacrato e l’inviato; non consacrato come i re e i sacerdoti di Israele con l’olio, ma con la forza dello Spirito Santo. L’olio dell’unzione, che nella Prima Alleanza era sceso sul capo di Saul, di Davide, di Salomone e di Aronne e i suoi discendenti, in Gesù Cristo acquista un senso nuovo: è l’olio del Messia, il Crisma, l’olio con il quale vengono “unti” uomini e donne che Gli appartengono, perché consacrati dallo Spirito Santo. È l’olio che indica la missione per la liberazione dei poveri, ed è significativo che quello che verrà consacrato in questa celebrazione provenga dagli oliveti di terreni confiscati alla mafia: ogni atto di liberazione umana trova nel Signore Gesù il suo senso più alto e integrale, perché Egli libera tutto l’uomo e tutti gli uomini.

In Cristo Gesù anche noi possiamo dire: “Lo Spirito del Signore è su di me! Il Signore mi ha consacrato con l’unzione”. Siamo consacrati e inviati dal giorno del nostro Battesimo, della Confermazione, dell’Ordinazione presbiterale. Quell’olio che brilla sulla nostra fronte, sulle nostre mani e sul mio capo ci dice l’essenziale della nostra vita: siamo di Cristo! Come vorrei che nei cuori di tutti sgorgasse la gratitudine per questa verità unica e assoluta, che decide per l’eternità della nostra esistenza: l’appartenenza a Cristo! Ognuno di noi può dire: “Lo Spirito del Signore è su di me”. Consacrazione e missione sono nella vita di un cristiano un’unica cosa: è ripieno di Spirito Santo per essere inviato; è inviato perché tutta la sua esistenza è plasmata dallo Spirito. La missione della Chiesa e del cristiano è possibile perché noi tutti siamo un popolo regale, sacerdotale e profetico.

Cari fratelli e sorelle, vorrei che questa sera, illuminati dalla profezia di Isaia che trova nel Vangelo il suo compimento, esultanti per la benedizione degli Oli dei catecumeni e degli infermi, e per la consacrazione del Crisma, sentissimo che la nostra consacrazione e la nostra missione sono la ragione più profonda della nostra esistenza. È una verità semplice e grande. Per questo, voglio con voi rinnovarne la comprensione cercando di rispondere a tre domande: I) Quale è il senso della profonda unità tra missione e consacrazione? II) Come vivere questa unità? III) Come la vive un presbitero?

I- Se noi fossimo inviati da Dio a compiere la missione che il profeta descrive come annuncio della liberazione e della schiavitù per tutti i poveri della terra, ma lo facessimo con le nostre sole forze, senza essere partecipi con l’unzione dello Spirito della forza del Messia, saremmo persone che hanno sì un grande compito, ma questo rimarrebbe quasi estrinseco rispetto alla profondità della nostra vita; la missione raccoglierebbe le nostre energie, ma non la totalità della nostra persona; ci farebbe impiegare il nostro tempo migliore, ma non tutti i nostri giorni. In poche parole, la missione di essere “segno” non sarebbe totalizzante, non entrerebbe in tutte le pieghe del nostro essere. Papa Francesco, con parole vere, nella Evangelii gaudium ci ricorda che: “…se uno divide da una parte il suo dovere e dall’altra la propria vita privata, tutto diventa grigio e andrà continuamente cercando riconoscimenti o difendendo le proprie esigenze” (n. 273). Si creerebbe una divisione interiore, una schizofrenia spirituale. Da una parte ci sarebbe quello che il Papa chiama “il proprio dovere”, vale a dire la missione, l’annuncio, l’attività pastorale; dall’altra la vita privata, in cui la fiducia in Dio e il dialogo con Lui, la Parola, la comunione ecclesiale, la carità non troverebbero spazio adeguato e ci sarebbe una “zona franca”, libera da vincoli profondi. Ma quando il Signore chiama, lo fa “perché stessero con Lui e per inviarli”: così si esprime l’evangelista Marco quando ci presenta la chiamata dei Dodici (cfr. Mc 3,13). Quello “stare con Lui” è entrare in una dimensione di comunione in cui l’essere di Cristo è condizione per annunciare Cristo. Per questo nel Battesimo veniamo consacrati per essere inviati, e lo stesso avviene nell’Ordinazione sacerdotale.

Tutto il nostro cammino di conversione è una continua tensione all’unificazione tra il mio appartenere a Cristo e il mio annunciare Cristo. Dice il Papa nella stessa Esortazione: “La missione al cuore del popolo non è una parte della mia vita, o un ornamento che mi posso togliere, non è un’appendice, o un momento tra i tanti dell’esistenza. È qualcosa che non posso sradicare dal suo essere se non voglio distruggermi. Io sono una missione su questa terra, e per questo mi trovo in questo mondo. Bisogna riconoscere sé stessi come marcati a fuoco da tale missione di illuminare, benedire, vivificare, sollevare, guarire, liberare” (n. 273). Sì, nel Battesimo e nella Confermazione, nell’Ordine sacro, noi siamo come “marcati a fuoco” dalla forza dello Spirito santo, nel segno del Sacro Crisma.

Cara Chiesa di Cerignola-Ascoli Satriano,

non lasciarti rubare la profonda unità tra il tuo essere “consacrata” e il tuo essere “inviata” dallo Spirito! Cara Chiesa, cerca la tua bellezza nell’integrità di avere una coscienza illuminata dal Vangelo, e dei gesti di comunione e di carità che non la tradiscano. “Lo Spirito del Signore è su di te”, caro Popolo di Dio, e non ti abbandona mentre cammini sulle strade polverose della storia, dove potrà capitare di sporcarti i piedi, di logorare le tue vesti, ma mai di essere abbandonata dallo sguardo del tuo Signore. Cara Chiesa, è vicina la Pasqua di risurrezione: rinnova la fede nel Risorto che ti dona il Suo Spirito e la pace, per ricrearti una, integra e, quindi, bella.

II- “Lo Spirito del Signore è su di me!”. Ma come si manifesta nella vita ecclesiale? Qual è il suo tratto unificante? È l’unità di un solo Corpo e di un solo Spirito, che si esprime nella sinodalità, nel “camminare insieme” come Chiesa e Chiesa diocesana. Per comprenderne la portata, ci viene in aiuto un testo molto bello dell’allora vescovo Joseph Ratzinger, pronunciato in una omelia alla Messa Crismale, celebrata a Monaco, nel 1981: “Uno dei pericoli che corriamo e che rendono la Chiesa così scomoda è che ognuno vuole avere la propria fede e la propria teologia privata. E noi misuriamo la fede della Chiesa, misuriamo quello che dice il Papa e quello che dicono i Vescovi in rapporto a questa nostra teologia privata, al Gesù che noi ci siamo immaginati. Ma Cristo è presente solo nel ‘noi’, perché Egli è nel Suo Corpo”. Cari fedeli, cari presbiteri, l’unità della nostra consacrazione nello Spirito, della nostra missione, richiede la conversione al “camminare insieme”. Questo comincia dalle scelte dei presbiteri: non possiamo non condurre le nostre comunità parrocchiali nell’alveo del percorso della vita diocesana! Esiste un’unica missione, che siamo chiamati a condividere, nella comunione col Vescovo, che è “una” con il nostro essere popolo consacrato.

La diocesanità non si chiude nel breve tempo di un convegno o non si ferma a qualche iniziativa ben radicata nella prassi pastorale, ma deve attraversare tutta la vita di una parrocchia, in tutte le scelte, in una continua ricerca di creatività nell’annuncio, di condivisione delle scelte, di attenzione a quello che la Chiesa diocesana vive. È così che le comunità crescono nella fede e nella ecclesialità! Lo Spirito che è su di noi, lo Spirito che ci ha consacrati, è Spirito di unità: ascoltiamone la voce che ci allontana da ogni fuga dal fratello e dal bene grande della comunione! Cerchiamo l’unità dell’agire pastorale: esso unifica la consacrazione battesimale col cammino ecclesiale diocesano.

III- E, infine, mi rivolgo a voi, cari fedeli presbiteri, che fra poco rinnoverete le promesse sacerdotali. È solo se voi per primi vivrete questa profonda unità tra consacrazione e missione, che la nostra Chiesa diocesana camminerà con passo spedito. Questa unità, tra quello che siamo divenuti nel giorno dell’ordinazione e la nostra missione quotidiana, è data dall’espressione “agere in persona Christi”, agire “inseriti nella persona di Cristo”. Noi annunciamo la Parola, noi pronunciamo “Questo è il mio Corpo” nella celebrazione eucaristica; “Io ti assolvo dai tuoi peccati” nella celebrazione della Penitenza: diamo quello che solo il Signore stesso può dare, vale a dire “il dono di riferire le sue parole non solo come parole del passato, ma di parlare con il suo io qui ed ora, di agire ‘in persona Christi’” (J. Ratzinger). Questo ha fatto lo Spirito in noi!

Il segreto per vivere questa unità esistenziale tra consacrazione e missione lo troviamo espresso nella seconda domanda che vi verrà rivolta stasera per rinverdire il vostro “Eccomi”: “Volete unirvi intimamente al Signore Gesù, modello del nostro sacerdozio, rinunziando a voi stessi…?”. Rimanere uniti a Lui, giorno dopo giorno, nell’ascesi delle scelte che ci costano, nella mistica di quelle che ci fanno esultare nel Signore e nella fraternità. Il segreto di una vita presbiterale riuscita è quello di una esistenza in cui ministero e vita sono una cosa sola, come ci ricorda la Presbyterorum ordinis: “Anche i presbiteri, immersi e agitati da un gran numero di impegni derivanti dalla loro missione, possono domandarsi con vera angoscia come fare ad armonizzare la vita interiore con le esigenze dell’azione esterna. Ed effettivamente, per ottenere questa unità di vita non bastano né l’organizzazione puramente esteriore delle attività pastorali, né la sola pratica degli esercizi di pietà, quantunque siano di grande utilità. L’unità di vita può essere raggiunta invece dai presbiteri seguendo nello svolgimento del loro ministero l’esempio di Cristo Signore, il cui cibo era il compimento della volontà di colui che lo aveva inviato a realizzare la sua opera” (n. 14). Come fare, allora? Il Concilio indica una via infallibile: “E per poter anche concretizzare nella pratica l’unità di vita, considerino ogni loro iniziativa alla luce della volontà di Dio vedendo cioè se tale iniziativa va d’accordo con le norme della missione evangelica della Chiesa. Infatti la fedeltà a Cristo non può essere separata dalla fedeltà alla sua Chiesa. Per questo, la carità pastorale esige che i presbiteri, se non vogliono correre invano lavorino sempre in stretta unione con i vescovi e gli altri fratelli nel sacerdozio. Se procederanno con questo criterio, troveranno l’unità della propria vita nella unità stessa della missione della Chiesa, e così saranno uniti al loro Signore, e per mezzo di lui al Padre nello Spirito Santo, per poter essere colmati di consolazione e di gioia” (Ivi).

Cari presbiteri, anche noi oggi diciamo: “Lo Spirito del Signore è su di me, mi ha consacrato con l’unzione, mi ha inviato”. Sentiamo la bellezza di questa consacrazione-missione, sentiamo che occorre fare unità di vita tra la nostra esistenza privata e la nostra missione ecclesiale. Non esistono una “santità” ed una “missione presbiterale” che non siano ecclesiale, diocesana, che non passi nel crogiuolo delle relazioni fraterne. Non lasciamoci rubare l’integrità della nostra vita di uomini di comunione, chiamati a costruire la Chiesa nella carità. Che il vostro sacerdozio risplenda per questa unità di vita, come segno di comunione ecclesiale in mezzo al Popolo di Dio e al mondo intero!

† Luigi Renna

Vescovo