Ecco l’omelia del Vescovo, Monsignor Luigi Renna, pronunciata ieri nella Messa “In coena Domini”, nella giornata del giovedì Santo.

La “Chiesa in uscita”, ci siamo già detti nella prima lettera pastorale, non può essere tale se non è, al contempo, “Chiesa in ascolto”. In questi tre giorni santi, nella nostra Chiesa Cattedrale, vorrei spezzare il “pane della Parola”, evidenziando come le Sacre Scritture ci aprano alla comprensione della nostra vocazione ecclesiale. Oggi è il giorno nel quale la Chiesa commemora l’istituzione dell’Eucaristia e quella del sacerdozio ministeriale, ricordando il comandamento dell’amore fraterno. La Parola di Dio si intreccia con i gesti: questa è una “costante” della Rivelazione, nella quale Dio si manifesta “con gesti e parole intimamente connessi” (DV 2). Dio si rivela così, e ci presenta una grande “legge della vita”: ciò che manifesta una realtà non è solo la parola, ma anche i gesti. Ci sono gesti che parlano da sé, altri che hanno bisogno di spiegazione. Oggi, parola e gesti ci svelano il senso di questi tre grandi doni che edificano la Chiesa: l’Eucaristia, il sacerdozio ministeriale, l’amore fraterno. Comprendiamone il senso.

Il racconto dell’istituzione dell’Eucaristia, che abbiamo ascoltato, non è tratto dai Vangeli, ma dalla Prima Lettera ai Corinzi di san Paolo Apostolo. Il motivo per cui l’Apostolo scrive è quello di rettificare un modo di intendere la celebrazione della “frazione del pane” che si era ridotto ad un banchetto mondano, nel quale emergevano anche le disuguaglianze sociali. San Paolo ci consegna la verità di una celebrazione, ricordandoci che così l’ha ricevuta dal Signore. Il primo verbo a cui ci richiama l’Apostolo è proprio quel “ricevere”, che si intreccia con il “trasmettere”. L’Eucaristia non è un generico pasto sacro, ma un dono stesso di Cristo, che ha una sua forma e un suo andamento, nel quale c’è la verità del Suo Amore che si consegna. Prendere il pane, spezzarlo dopo aver ringraziato, prendere il calice, e poi pronunciare delle parole che spiegano quel gesto. Quel gesto rimarrebbe inspiegabile senza quella identificazione: “Questo è il mio Corpo… Questo calice è la nuova Alleanza nel mio sangue”. C’è il dono della sua vita e la anticipazione di quello che avverrà sulla croce: vita spezzata, vita donata, sangue versato per una nuova Alleanza, pro-esistenza. È un memoriale che accompagna la vita della Chiesa, che continua nei secoli, finché Egli verrà. Sostiamo in preghiera, questa sera, davanti a questo Dono, che è “per noi”, per dirci la Sua donazione. Non vi sembri strana l’espressione: “ascoltare” il Pane, ascoltare cosa Gesù dice di Esso, dandolo ai discepoli. È il Dono nel quale Egli è voluto rimanere in mezzo a noi.

E poi oggi abbiamo ascoltato il senso di altri gesti e parole, quelli della lavanda dei piedi, nella quale intravediamo l’istituzione del sacerdozio ministeriale. I gesti che Gesù compie hanno la precedenza sulle parole: si spoglia, si cinge il grembiule, lava i piedi, li asciuga. Gesti senza parole, e non stupisce che Pietro non li capisca. Gesù, però, non si limita ad un insegnamento sul servizio, ma compie un segno profetico. Questo suo modo di agire ci fa riflettere molto sul valore delle nostre parole, delle parole con cui annunciamo il Vangelo. A volte noi non siamo in condizione di dire: “Capite quello che ho fatto per voi?”. Ci mancano i gesti, abbondano le parole. Questa sera Giovanni ci presenta il Cristo che lava i piedi e li asciuga, gesto che per noi diviene il primo segno della liturgia sacerdotale di Gesù, quello che ne riassume la missione. Ed è il richiamo al comandamento dell’amore, che non è un sentimento, ma un’azione concreta.

Cari fratelli e sorelle, oggi siamo potentemente richiamati dal Signore ad amare in modo concreto. È concreto l’amore all’Eucaristia: “Prendete e mangiatene”. È concreto l’amore del presbitero: è servo. È concreto l’amore vicendevole: è lavarsi i piedi, scegliere il catino come la più preziosa reliquia della Passione. Come dice Madeleine Delbrêl: “Se dovessi scegliere una reliquia della tua Passione prenderei proprio quel catino colmo d’acqua sporca. Girare il mondo con quel recipiente e ad ogni piede cingermi dell’asciugatoio e curvarmi giù in basso, non alzando mai la testa oltre il polpaccio per non distinguere i nemici dagli amici, lavare i piedi del vagabondo, dell’ateo, del drogato, dell’omicida, di chi non mi saluta più, di quel compagno per cui non prego mai, in silenzio, finché tutti abbiano capito nel mio il tuo Amore”. Sia il nostro agire silenzioso, ma parli di questa Carità che oggi celebriamo nell’Eucaristia, nel sacerdozio, nell’amore fraterno.

† Luigi Renna

Vescovo