Per Cerignola, quella di venerdì 5 maggio è stata una giornata volta alla riflessione collettiva circa il tema del lavoro, ma anche della storia. Titolo della riguardante rassegna è «Il 1’maggio a Cerignola. Storia – originalità – prospettiva», promossa dalla Pro Loco e dal Polo Museale Civico e patrocinato dal Comune di Cerignola e dall’Unione dei Comuni dei Cinque Reali Siti.

L’evento è stato contraddistinto da due differenti incontri. Il primo ha avuto luogo in mattinata, presso l’Aula Consiliare di Palazzo di Città, e ha visto come relatori, dinanzi ad una scolaresca dell’Istituto Commerciale “Dante Alighieri”, il professor Giovanni Rinaldistorico, antropologo e studioso della storia e delle tradizioni di Cerignola -, il professor Rocco Carsillo – ex insegnante liceale a Cerignola ed attualmente collaboratore alla cattedra di etica dell’Università di Bari – ed il professor Roberto Ciprianiordinario di Sociologia all’Università di Roma Tre e presidente europeo delle Associazioni Nazionali di Sociologia. Fondamentale per la riuscita dell’evento il contributo del professor Antonio Galli, fra i massimi conoscitori e studiosi della storia di Cerignola. Presente in Aula anche il nostro concittadino Michele Sacco, preziosa memoria storica della nostra comunità poiché testimone oculare dell’operato di Giuseppe Di Vittorio.

L’incontro ha preso il via con la proiezione di «Cerignola sullo schermo», storico documentario curato dal prof. Cipriani e dal regista Toni Occhiello. Dopodiché è partito il dibattito, con la constatazione del fatto che il 1’ maggio, quella che a Cerignola era la festa di Di Vittorio e la festa del popolo, oggi ha perso quei connotati, essendo fortemente mutato il concetto di “popolo”. Particolarmente significativo a riguardo è l’intervento del prof. Rinaldi: «Quello che vedete oggi come passato era il futuro di allora, perché in quegli anni Di Vittorio era il futuro – spiega il docente alla sua giovane platea -. Ho avuto sempre un amore spassionato per queste storie e ho provato ad applicare quello che ho imparato, durante i miei studi a Bologna, alle storie che mi stavano attorno, quelle di questi braccianti che hanno lavorato una vita. Loro hanno vissuto – prosegue il professore – qualcosa che per voi oggi è incomprensibile: se per voi può essere scocciante andare a scuola, per loro era invece un sogno, un desiderio inappagato, un privilegio che gli veniva negato apposta perché avere braccianti ignoranti, che non sapessero che potevano chiedere più di ciò che veniva loro dato, faceva comodo ai padroni e a chi governava».

Successivamente, tocca al professor Carsillo: «L’unicità di Di Vittorio va scoperta. Abbiamo bisogno di rivivere quelle stesse emozioni, quella stessa visione, quella stessa propulsione dell’impegno sociale. Quello che è stato, è stato – continua il docente – ma quello che dev’essere è nelle vostre mani. Se riuscirete ad impadronirvi di quelle emozioni, di quelle ambizioni, di quel sentire, costruirete sulla scia di Di Vittorio qualcosa di più importante». A dar man forte al professor Carsillo, il professor Cipriani: «“Emozioni” e “costruzioni” sono due termini importanti». Da qui parte uno spunto di riflessione del docente di sociologia sul monumento a Di Vittorio rimosso nel 1993: «Qui, in Piazza della Repubblica, fu costruito nel 1975 quello che impropriamente veniva chiamato “murale”, in rifermento alla stilistica dei murales messicani. Quell’opera era composta da quattro pannelli, sul più piccolo dei quali erano raffigurati gli attrezzi da lavoro, mentre sugli altri, rispettivamente, il volto di Di Vittorio e il suo viso, riportato almeno tre volte, in ognuno dei gruppi raffigurati che assistevano ad un suo comizio, la raffigurazione dell’emigrazione e una prostituta, simbolo della corruzione. Questo murale oggi non esiste più, o meglio, ne esistono dei pezzi».

La seconda parte del convegno s’è svolta in serata, presso il Polo Museale Civico. Relatori, anche in questa sede, il professor Carsillo, il professor Cipriani ed il professor Rinaldi, coadiuvati dall’avvocato Stefano Campese esperto in Diritto delle Migrazioni. Apre l’intervento del professor Carsillo, che mette in parallelo le storie di Di Vittorio e Don Antonio Palladino, i quali «hanno caratterizzato la loro vita come dono per gli altri: il primo viene ricordato come “santo laico”, il secondo come “prete santo”. Quando si sente parlare di Di Vittorio – prosegue il docente – brillano gli occhi delle persone che lo han conosciuto, come il nostro amico Michele (Sacco, ndr). Di Vittorio era amato non per ragioni campanilistiche, ma perché era uno di noi».

«Il primo maggio viene celebrato in tempi molto cambiati – esordisce il professor Cipriani -. C’è ancora la problematica del lavoro, ma abbiamo attorno a noi situazioni di lavoratori provenienti da altri Paesi ed altri Continenti». Il docente di sociologia ha visitato Borgo Tre Titoli e riferendosi ai lavoratori, extracomunitari, che vi vivono e che ha conosciuto, asserisce: «Non sono certo mossi da intenzioni che a noi possono arrecar danno, anzi, potrebbero essere un punto di partenza per una società migliore».

È la volta del professor Rinaldi: «Parlare di braccianti negli anni ’60 e ’70 significava parlare di massa, di migliaia e migliaia di persone. Noi parliamo delle nostre radici, della nostra cultura, del nostro ambiente come qualcosa di locale e non ci accorgiamo che queste cose non riguardano solo Cerignola, ma il mondo. Il primo maggio era un evento di massa, – continua lo storico – qualcosa che andava aldilà di chi l’organizzava. Vi era una capacità di creazione e partecipazione che partiva dal basso ed era affascinante. Era un interesse forte di chi voleva provare a comprendere gli altri».

L’ultimo intervento è quello del dottor Campese, il quale mette la sua lente d’ingrandimento sui casi di sfruttamento del lavoro che hanno visto, suo malgrado, protagonista il nostro territorio «vergognosamente raccontato da alcune sentenze. La principale è quella emessa nel 2008 dal giudice per l’udienza preliminare di Bari, dottor Del Vecchio». Il riferimento è ad un sistema criminale partito dalla Polonia e che ha condotto, con l’inganno, più di un centinaio di lavoratori, polacchi e slovacchi, nelle campagne della vicina Orta Nova, in una pizzeria dismessa chiamata “Paradise” (che ha dato il nome all’operazione). L’avvocato ricorda anche lo sciopero di Nardò, dell’estate del 2011, in piena campagna del pomodoro, auto-organizzato da cittadini migranti contro le condizioni di lavoro inumane ai quali erano costretti su quei campi. Fu il fatto che diede il via alla legge sul caporalato. «Le storie con la ‘s’ minuscola costruiscono quella con la ‘S’ maiuscola» – afferma Campese che inoltre invita ad una riflessione sulle parole usate: «Caporalato’ è un termine che ci porta indietro nella storia. Oggi è però il caso di parlare di ‘sfruttamento lavorativo’. Il caporale è soltanto un anello di una lunga catena criminale».

A contraddistinguere l’evento vi è stata anche la premiazione dei relatori con un libro storico fotografico, opera di Gino Belviso.

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  • ma le scuole dove sono

    bella l’iniziativa, ma aberrante è lo scarso coinvolgimento delle scuole, anzi direi la scarsa partecipazione! Totalmente assenti i ragazzi, qualcosa di veramente vergognoso. Ma dove sono gli alunni, e gli insegnanti che fanno? Pensano solo ai programmi? Dove sono intanati alunni e professori? Solo a fare test e verifiche? Nelle foto si vedono molto chiaramente sempre le solite facce, sempre i soliti stranoti spettatori che non hanno altro da fare. Davvero fuori da ogni logica questa sala consigliare semivuota … una ferita vedere “Michele Sacco, preziosa memoria storica della nostra comunità poiché testimone oculare dell’operato di Giuseppe Di Vittorio” così solo. Tra i ragazzi di oggi e Di Vittorio si dovrebbe intrecciare una sensibilità culturale con fattori umani che non possono essere trascurati: e invece solo gente che più che a trasmettere la memoria storica ha pensato piuttosto a lasciare la memoria di sé. Inconsapevoli che non sentiremo la loro mancanza un domani.