Si è tenuta nella serata di sabato 9 settembre, presso Palazzo Coccia, la presentazione del libro «Non a caso», a cura di Daniela Marconevice-presidente di Libera – con prefazione di don Luigi Ciotti ed edito da La Meridiana. L’evento, inserito all’interno del programma ricreativo del 2017 in onore della solennità di Maria SS. di Ripalta, è stato promosso dal presidio cittadino di Libera, intitolato ad Hyso Telharaj, all’indomani del diciottesimo anniversario del suo brutale assassinio. «Non a caso» è una raccolta di diversi contributi di autori vari, tratti dalle storie di alcune vittime delle mafie di Puglia.

Hyso era un ragazzo partito dall’Albania con il sogno di studiare per diventare un bravo geometra. Per poter mettere qualcosa da parte ed iniziare a pagarsi gli studi, inizia a lavorare nella raccolta dei pomodori nelle campagne fra Cerignola e Borgo Incoronata. Hyso era un ragazzo buono, sempre cordiale con tutti e dal temperamento forte. Non sapeva però che la vita del bracciante agricolo, specie quello straniero, era assai dura, potendo finire nelle grinfie di quel mostro chiamato caporalato. Così rifiuta di abbassare la testa davanti ai suoi caporali, non cedendo loro parte dei suoi sudati guadagni. Hyso non si rese conto dell’atto di rottura che minava il sistema messo su dai suoi aguzzini. La sera del 5 settembre 1999 venne avvertito che quegli stessi caporali lo avrebbero raggiunto nel casolare presso cui viveva, vicino Borgo Incoronata, e gli fu consigliato di scappare. Lui però non lo fece. Selvaggiamente ferito, morirà agonizzante tre giorni dopo, l’8 settembre, a soli 22 anni. La sua storia è stata ricostruita anche grazie al contributo di una ragazza albanese, studentessa in Italia, che durante un’estate in cui aveva fatto la volontaria per Libera Terra a Mesagne sui terreni confiscati alla Sacra Corona Unita, scoprì dell’esistenza di un vino chiamato Hyso Telharaj. Ne prese una bottiglia e, tornata in Albania, cercò la sua famiglia, cosa che la portò ad incontrare due sorelle ed un fratello di Hyso. I familiari giunsero così, nel 2016, nella nostra regione e visitarono sia il luogo dove Hyso trascorse i suoi ultimi giorni e venne assassinato, sia la cantina del brindisino dove viene prodotto quel buon vino che porta il suo nome.

Poco prima dell’inizio dell’incontro, a lanotiziaweb.it, il referente del presidio di Libera di Cerignola, avvocato Gaetano Panunzio, ha dichiarato: «È importante rinnovare la memoria di Hyso, una vicenda molto vicina alle nostre terre di una vittima di caporalato, un sistema che toglie libertà e dignità a tutti i lavoratori. Così come è importante raccontare la sua storia e ripartire, utilizzandola come esempio. Spesso siamo troppo attivi nelle nostre vite per fermarci e riflettere. La storia di Hyso e la presentazione del libro “Non a caso” rappresentano un importante momento da questo punto di vista». La storia del giovane albanese ha unito i presidi di Libera di Cerignola, Mesagne e – come rivelatoci dallo stesso dottor Panunzio – anche quello di Conversano, tutti e tre a lui intitolati: «Hyso è riuscito ad unire su un tema che sulle nostre terre è ancora molto caldo. Proprio qualche giorno fa abbiamo sentito della morte di questa cittadina di Bernalda (Matera), le cui cause sono ancora da accertare, mentre lavorava nelle terre del tarantino».

L’evento – moderato dalla giornalista Rita Pia Oratore – è entrato nel vivo con la coinvolgente lettura del capitolo del libro, dal titolo “Hyso che non doveva”, da parte di Mario Pierrotti della compagnia teatrale “Il cerchio di gesso”. A fare gli onori di casa è Gaetano Panunzio che sottolinea come sia «giusto ricordare. Daniela (Marcone, ndr) ci ha regalato uno strumento di riflessione molto importante. Ho letto questo libro tutto d’un fiato e mi ha lasciato spiazzato, perché alla fine mi sono chiesto cosa posso fare io. L’aver collegato una storia ad un nome è fondamentale, poiché tanti nomi vengono solo sentiti senza aver avuto modo di conoscerne in maniera approfondita la storia. Tra queste c’è quella di Hyso Telharaj». Il referente di Libera racconta come la conoscenza, da parte sua, di questa storia sia avvenuta per gradi, quando «un anno fa sono venuti a trovarci i suoi familiari. È stato un momento molto emozionante: mi colpivano i loro occhi. Era come se per loro il tempo si fosse fermato a quell’8 settembre 1999, ma allo stesso tempo volevano ricordare e ricominciare. Sentire da loro che ormai erano legati a questa terra perché qui c’era il sangue di loro fratello mi ha reso orgoglioso di appartenervi».

La parola passa a Daniela Marcone, come detto, vice-presidente di Libera e curatrice del libro, ma soprattutto figlia di Francesco Marcone, responsabile dell’Ufficio del Registro di Foggia, ucciso il 31 marzo 1995, mentre rincasava, 9 giorni dopo aver presentato alla Procura della Repubblica un esposto che denunciava un giro di malaffare dedito al disbrigo rapido di pratiche d’ufficio, dietro pagamento. «La nostra terra si sta preparando a fare esercizio della memoria –asserisce-. Oggi l’abbiamo dedicata ad Hyso Telharaj. Ieri (l’8 settembre, ndr) è stato il suo anniversario. Forse bisognerebbe ricordare queste persone il giorno del loro compleanno o in un’altra giornata bella della loro vita. E forse il nostro modo di fare memoria non è ancora pronto a ricordare la vita, quindi ricordiamo la morte. Ritengo però che per ora vada bene così, perché fino a qualche tempo fa non si aveva memoria neanche di questo. Non eravamo capaci di ricordare che in questo territorio sono state uccise delle persone». Dietro questo libro c’è stato un lavoro lungo e con diversi ostacoli, come la dottoressa Marcone tiene ad evidenziare: «La difficoltà principale è stata quella di individuare chi volesse con me partecipare a questa sfida, raccontare queste persone nei momenti in cui hanno vissuto e non quando la loro vita è terminata. Non c’è stata una folla di autori che c’ha detto di sì: se alcuni se la sono sentita, altri non hanno voluto essere di questo progetto, anche autori che hanno un bel nome. Ritengo che la storia delle vittime delle mafie appartenga a tutti e la capacità di raccontare una vita, chi scrive, ce l’abbia». Daniela Marcone ricorda inoltre come, dopo la morte di suo padre, Foggia abbia vissuto guerre di mafia cruente che nessuno raccontava. Se ne parlava, così come se ne parla tutt’oggi, solo quando a morire sono degli innocenti.

Successivamente, è il turno di Francesco Minervini, l’autore del capitolo “Hyso che non doveva”: «Una delle più belle esperienze della mia vita è stata conoscere le famiglie delle vittime di mafia, con il contributo di Libera –esordisce lo scrittore originario di Molfetta-. La cosa che mi colpisce è il bisogno di chi sopravvive, di chi deve affrontare un percorso di ricostruzione da un trauma così violento, dolorifico e fuorviante della propria identità, di chiedere che si faccia memoria, che si scriva, che si racconti. L’unico modo per sopperire al dolore di queste famiglie è quello di condividerlo. Non possiamo passare su questa terra senza lasciare quel segno che le parole possono permetterci di lasciare: la parola oggi è fondamentale!». Minervini racconta anche di come abbia avuto modo di avere a che fare, leggendo deposizioni, atti ma entrando anche una volta in carcere, con chi sta dall’altra parte della barricata, gli assassini: «Mi colpiva che si trattasse di gente che uccideva ma che non sapesse esprimersi. Sono individui il cui potere deriva dal fatto di avere una pistola in mano. Senza quella pistola il boss diventa mediocre, direi banale».

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L’ultimo intervento, in ordine di tempo, è quello di Elvira Zaccagnino, direttrice della casa editrice “La Meridiana”, che rivendica di «aver fatto una scelta di campo, dato un significato a quello che volevamo pubblicare, intrapreso una scelta formativa che vuol dire per noi riportare al centro della formazione un valore fondamentale: quello della relazione, della capacità di entrare in empatia con l’altro. Il nostro percorso editoriale – prosegue la dottoressa Zaccagnino – ci ha portato a pubblicare storie della nostra terra che parlassero di una mafia di cui ancora nessuno parlava e scriveva. Di queste storie, di questa mafia non interessava a nessuno. C’era una sorta di muro di gomma. E noi, di queste storie, vogliamo farcene carico. Come dice un proverbio africano “Fin quando verrà ricordato il nome di qualcuno, la sua storia esisterà”».

Il titolo del libro sta a sottolineare come le vittime narrate al suo interno non siano morte affatto per caso. Ognuna di loro si era posta consapevolmente in direzione contraria rispetto a chi poi, con cinismo e violenza altrettanto consapevoli, le ha uccise. Il loro sacrificio non deve essere vano e una delle vie imprescindibili affinché ciò avvenga è che se ne coltivi sempre la memoria. E il terreno sul quale coltivarla non possiamo che essere noi.

  • Leonardo Colangelo

    E delle vittime (numerosissime) dello STATOMAFIA nessuno ne parla!