La Storia che studiamo sui libri di scuola talvolta non corrisponde esattamente alla realtà dei fatti, perché, si sa, questa viene filtrata e manipolata – più o meno pesantemente – dai “vincitori” con scopi politici ed ideologici. Accade così che anche il Risorgimento, un passaggio decisivo del nostro passato, presenti numerose inesattezze e punti oscuri, nei quali si celano segreti che – a volte per convenienza, a volte addirittura per imbarazzo -sono stati tenuti nascosti nel corso degli anni. Lo scrittore e regista Umberto Rey, nel suo libro “Il testamento di Don Liborio”, un romanzo storico in cui l’autore, tra fiction e ricostruzione storiografica, prova a far luce su quelle dinamiche che stanno dietro l’Unità d’Italia che vengono trascurate nei manuali.

Un’indagine che porta ad esiti che possono risultare persino sbalorditivi ma che – come ci ha spiegato l’autore nel corso della presentazione del libro tenutasi presso il Polo Museale Civico venerdì 29 settembre ed organizzata dalla Pro Loco– «non viene assolutamente svolta con il fine di delegittimare quella grande cosa che è stata fatta, ovvero l’Italia unita, ma per raccontare una volta per tutte i fatti così come sono realmente accaduti». La ricerca dell’autore ruota attorno la figura di Don Liborio Romano (ex carbonaro, Ministro degli Interni del Regno delle due Sicilie nel 1860), un personaggio ambiguo, artefice dell’ingresso trionfale di Garibaldi a Napoli e dell’annessione al Piemonte che, per perseguire questi scopi, non esitò a servirsi della Camorra: «L’Italia nasce con un ‘patto Stato-Mafia’ – spiega Rey nel corso dell’intervista rilasciata a lanotiziaweb.it –, poiché proprio Don Liborio, in questa fase di transizione, decide di arruolare Salvatore De Crescenzo e suoi affiliati (che all’epoca facevano i guardaspalle dei nobili, ndr), inquadrandoli nella polizia cittadina e di fatto legittimando la loro autorità con divise, armi, amnistia per tutti ed uno stipendio statale».

La domanda sorge quindi spontanea: chi è Don Liborio Romano? Un padre della patria o un colluso con la criminalità? Secondo Rey, Liborio fu piuttosto un personaggio coerente: «Se è vero che era un personaggio con collegamenti forti che gli garantirono un conseguente forte potere politico sul territorio, d’altra parte si è comportato in modo coerente, perché sin dai tempi della carboneria era stato un anti borbonico e, nonostante un incarico così importante, non ha cambiato casacca ma ha continuato la sua opera». Ma questo non è il solo segreto che Don Liborio nasconde nel suo testamento: «I documenti che, nel corso della mia ricerca, ho rinvenuto a Londra dimostrano che quella del 1861 non fu l’Unità d’Italia ma la conquista del Sud da parte dei Savoia».

Un vero e proprio “intrigo internazionale” che coinvolse le più grandi potenze mondiali, servizi segreti e persino la famiglia Rothschild; un sistema che non esitò a servirsi, per la realizzazione di questo disegno, come fossero burattini, anche dei grandi uomini che vengono riconosciuti come padri della patria: «La storia di Garibaldi che si imbarca con mille persone con delle scialuppette alla volta della Sicilia costringendo alla resa i Borboni e che, all’improvviso si ritrova a Napoli dove entra trionfante e senza opposizione, salvo poi essere relegato sull’isola di Caprera non è assolutamente esatta ed è pesantemente falsata – sostiene l’autore -. È stata una grandissima messa in scena, un’operazione studiata a tavolino dalle potenze mondiali che hanno controllato passo per passo l’evolversi della situazione». Il romanzo, che ha già una trasposizione teatrale, diventerà presto un lungometraggio a distribuzione nazionale ed internazionale: «Questo tema purtroppo non viene affrontato in termini istituzionali – afferma Rey – e quindi la trasposizione teatrale o cinematografica serve a renderci più consapevoli di una storia che ci riguarda».

Considerare quanto scritto in questo libro come una semplice tesi complottistica o revisionistica sarebbe superficiale: sapere, ad esempio, che la nostra nazione è nata con un patto con quella che era, seppur a livello embrionale, la criminalità organizzata, ci potrebbe far riflettere sulle origini di questa piaga che affligge soprattutto il Sud e sul perché di una mentalità assai diffusa che fa sempre e comunque riferimento al cosiddetto “barone”.