L’arma migliore di cui la Capitanata può servirsi per contrastare il caporalato sta proprio nella nostra terra; la stessa sulla quale, da anni, si consuma questo terribile crimine. È questo il messaggio della “rivoluzione del pomodoro” che la cooperativa “Pietra di Scarto” sta portando avanti in contrasto con un sistema profondamente radicato nel nostro territorio ma non per questo ineradicabile. Cuore pulsante di questa rivoluzione è il “Laboratorio di legalità Francesco Marcone”, un bene confiscato alla mafia – consistente di 3 ettari – in cui, dal 2010, la cooperativa produce l’oliva “Bella di Cerignola” e, dal 2014, il pomodoro; il tutto seguendo i criteri del commercio equo e solidale.

«È un’idea di filiera del pomodoro che vuole raccontare una realtà diversa da quella che ha a che fare con il caporalato – spiega ai microfoni de lanotiziaweb.it Pietro Fragasso, responsabile della cooperativa –. Dal 2010 siamo produttori della linea “Solidale Italiano Altromercato”, un progetto che vuole portare in Italia i criteri del commercio equo, quali il rispetto dei diritti dei lavoratori, prezzo equo per i produttori e una filiera trasparente». L’altra carta vincente giocata in questo processo è quella sottrarre braccia alla trappola del caporalato: «Dal 2014 abbiamo cominciato a produrre pomodoro e lo facciamo inserendo nella filiera produttiva ragazzi che vengono fuori da una realtà di disagio o da contesti come il ghetto di Tre Titoli, dove si è consolidata una realtà lavorativa diversa. Quello che facciamo è regolarizzare i lavoratori garantendo una filiera che rimane entro i diritti umani».

Da allora passi in avanti ne sono stati fatti e sono arrivati anche i riconoscimenti: lo scorso anno, con il progetto “Ciascuno cresce solo se sognato”, la cooperativa, sostenuta da tante realtà territoriali – come la “Fondazione dei Monti Uniti di Foggia”, da“Altromercato”, “Alpaa” di Foggia, F.l.a.i. C.g.i.l., S.g.s. “Agricola” ed il Comune di Cerignola – si è aggiudicata un bando di “Fondazione con il Sud” che permetterà di «sviluppare un’intera filiera di produzione intercettando da un lato i produttori e dall’altro i lavoratori sfruttati rendendo così il laboratorio che verrà realizzato un trait d’union di tutto il sistema».

A supporto di questa iniziativa c’è una azione di crowdfunding promossa da “Banca Etica” e sulla piattaforma “Produzioni dal basso” mirata a sponsorizzare e sostenere il progetto con Banca Etica che contribuirà per il 25% in caso di raggiungimento del 75% della cifra proposta nella raccolta fondi: «La raccolta fondi è iniziata l’8 novembre e terminerà il 24 dicembre – ci spiega Pietro –. Fino ad ora abbiamo raccolto circa 5000 euro su un totale di 27000 e l’obiettivo di raggiungere i 20000 per ottenere il finanziamento di Banca Etica. Ma, aldilà del punto di vista quantitativo, il grande risultato è stato arrivare a circa un’ottantina di sostenitori».

A conclusione della nostra chiacchierata abbiamo chiesto a Pietro perché in Capitanata l’industria dell’“oro rosso” sia in pugno al sistema criminale: «Il caporalato non è che una forma di ‘welfare mafioso’ che viene incontro non tanto all’esigenza di guadagnare di più ma risparmiare sulle spese di manodopera; in questo senso è importante che la legge punisca non solo i caporali ma anche i produttori che si servono di questo sistema. La prevenzione consiste nel garantire sostenibilità e manodopera regolare ai produttori». Per rendersi bene conto della portata del fenomeno basta confrontare i prezzi di mercato e quelli della filiera sostenibile di “Altromercato”: «Il contratto dell’agroindustria del pomodoro oscillava tra gli 8 ed i 9 centesimi, mentre noi abbiamo preso il prodotto a 31 centesimi: un vero abisso».

E allora, l’ultimo step per interrompere questo circolo vizioso spetta ai consumatori: «È necessario che si applichi un criterio di consumo critico negli acquisti. Se una passata di pomodoro costa 50 centesimi io consumatore avrò un vantaggio di prezzo ma, la parte che manca la sta pagando qualcun altro».

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