Il dialetto rappresenta quell’arricchimento nei confronti della lingua che può rivelarsi utile a tutti. Non bisogna parlarne con sentimenti di sbiadita nostalgia, tutt’altro: è essenziale tenerlo in vita alimentandone la cultura attraverso lo studio della sua peculiare parlata, anche nell’era odierna segnata dal linguaggio dei social network. Di questo e di molto altro s’è discusso nella serata di mercoledì 17 gennaio nella Sala Convegni del Polo Museale Civico di Cerignola. In occasione della «Giornata Nazionale del dialetto e delle lingue locali» e in concomitanza con la sesta edizione dell’iniziativa «Salva la tua lingua locale», la Pro Loco ed il locale Club per l’Unesco hanno dato vita ad un percorso, intrapreso fianco a fianco, con l’obiettivo di tutelare e riscoprire il dialetto, considerato un patrimonio culturale di valore inestimabile.

A spiegare più nel dettaglio su quali linee si orienti questa interessante iniziativa è il presidente della Pro Loco, Antonio Galli, a lanotiziaweb.it: «La Pro Loco di Cerignola, su invito dell’UNPLI (Unione Nazionale Pro Loco d’Italia, ndr), in collaborazione con il Club UNESCO ha voluto parteciparvi. La Pro Loco è sempre stata molto attenta alle problematiche del dialetto, tant’è che sin dagli anni ’70 alcuni dei suoi soci hanno scritto, hanno pubblicato, hanno partecipato a convegni in piazza». Il dottor Galli tiene a ricordare come prima dell’intervento della Pro Loco, gli autori in vernacolo locale scrivessero su varie riviste, ma mai nessuno aveva prodotto una vera e propria pubblicazione, eccezion fatta per Filippo Maria Pugliese agli inizi del ‘900. «Il dialetto è un tesoro che non va trascurato, ma ben custodito – prosegue Galli – . Ogni italiano è bilingue e soprattutto noi meridionali, a differenza dei fiorentini e di tutti i settentrionali, abbiamo dei dialetti che sono più distanti dalla lingua nazionale. Abbiamo un vocalismo per cui, quando parliamo, veniamo rappresentati subito perché chi ci ascolta fa ‘Ecco, quello è un meridionale!’».

A presiedere la serata, a cui ha risposto un pubblico nutrito e partecipe, altre importanti personalità della cultura territoriale. Si parte con il presidente del Club per l’UNESCO di Cerignola, Domenico Carbone, che evidenzia quanto «la lingua si adegui ai tempi e la risposta del dialetto, che è una sorta di bene rifugio, è una risposta a quella globalizzazione spersonalizzante che ci fa un po’ paura. Il dialetto è come la candela quando va via luce: ci si comprende di più, siamo più confidenziali. Si litiga in italiano – conclude Carbone – e ci si vuole bene in dialetto». È successivamente il turno di un luminare della materia, il professor Michele Galante, che tiene una lectio magistralis dal titolo «L’importanza del dialetto oggi». Il docente parte facendo una fotografia nazionale: «L’Italia è uno dei Paesi ad avere il maggior numero di dialetti. Ogni Comune ha un dialetto, ma spesso nello stesso Comune ci sono più dialetti». Ed ecco il focus del professor Galante spostarsi sul nostro territorio: «Il Comune di Zapponeta era una frazione di Manfredonia, prima che divenisse autonomo nel 1976 e tra le parlate di Manfredonia e Zapponeta c’è differenza. Lo stesso è valso per Monte Sant’Angelo e Mattinata, Carapelle e Orta Nova. Questa è una caratteristica eminentemente italiana». Michele Galante tiene a ricordare come, dopo l’Unità d’Italia, il dialetto sia stato avvertito dalle Istituzioni come minaccia all’omogeneità culturale della Nazione, arrivando addirittura a parlare di “dialettofobia”. Il forte tasso di analfabetismo – 70% in media nella popolazione nazionale, addirittura 85% al Sud – rendeva il tutto ancor più complicato. Un vero e proprio punto di svolta lo si ebbe soltanto negli anni ’60, grazie al linguista, nonché ex Ministro della Pubblica Istruzione, Tullio De Mauro: «Nel 1963 uscì il suo libro dal titolo “Storia linguistica dell’Italia unita”: cambiò il paradigma, il dialetto non era più una sottospecie ma venne considerato una lingua a pieno titolo, con la sua grammatica, la sua sintassi e la sua dignità. Tullio De Mauro sottolineò che il dialetto era un’altra lingua che si poteva affiancare all’italiano». In conclusione, Galante rimarca come la riscoperta del dialetto «ha portato ad un’opera di conoscenza che ha fatto fiorire dizionari dialettali, scoperta di modi di esprimersi attraverso indovinelli, racconti, novelle, giochi, etc. Le comunità locali si sono riappropriate in maniera consapevole del loro patrimonio».

Un altro proficuo contributo alla serata è stato quello del professor Riccardo Sgaramella, eminente cultore del dialetto della nostra città il cui studio pluriennale lo ha portato perfino a tradurre l’intera Divina Commedia nel nostro vernacolo. Sgaramella ha dimostrato attraverso alcuni esempi come sia tutt’altro che vero che greco e latino sono “lingue morte”, come si suole dire. Espressioni come “putaighe”, la bottega dell’artigiano, dal greco apotheca, o “addemuré”, ritardare, dal latino ad+demorari, ne sono una più che evidente dimostrazione. Prende successivamente la parola Antonio Galli, che rende omaggio ad alcuni dei poeti dialettali di casa nostra recitandone delle opere: da Giacomo Onorato, che nel 1977 pubblicò un volume dal titolo “I figure”, a Vincenzo Di Gregorio, uno degli ultimi rimatori capaci di trasmettere la sapienza popolare proprio in rima, come avveniva nell’Antica Grecia con l’Iliade e l’Odissea, di cui lo stesso presidente della Pro Loco ha curato in passato la pubblicazione di volumi (“Una vita in salita”, 1999, e “La voce del cuore”, 2009), passando per Vittorio Bufano, l’interpretazione di Gerardo Cristiano (“Cristianidd”), Filippo Maria Pugliese e lo stesso Riccardo Sgaramella.

L’evento al Polo Museale Civico è stato allietato anche da coinvolgenti momenti musicali. Si è partiti con la coppia di cantastorie foggiani composta da Michele e Giustina dell’Anno, che hanno attraversato lo Stivale con le più celebri canzoni della tradizione dialettale per poi suscitare ilarità nel pubblico con divertenti siparietti nel nostro vernacolo, per concludere con Giuseppe Patruno, cantautore cerignolano, autore di brani tratti dalle poesie della nostra cultura e con, alle spalle, un bagaglio musicale di spessore che con la sua band semi-acustica, “Gli albagia”, lo ha condotto nel filone della musica-teatro.

Il dialetto, come detto, è un patrimonio culturale che va sapientemente custodito. Esso è una sorgente alla quale attingere con continuità, affinché non vadano smarriti quei riferimenti che ci riconducono al passato e che, rendendoci consci di chi siamo, servono a guidarci nel presente e nel futuro.

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