Il 27 gennaio 1945 le truppe sovietiche, comandate dal maresciallo Ivan Konev, abbatterono i cancelli del campo di concentramento di Auschwitz, svelando al mondo l’orrore del genocidio nazista, l’ultimo passo di quella che il regime di Adolf Hitler chiamò “soluzione finale” e che portò, fra il 1939 e il 1945, all’uccisione di 6 milioni di Ebrei, vittime dell’Olocausto del XX secolo (la Shoah), in nome di una perversa ideologia razzista ed antisemita. Gli Stati membri dell’ONU, con una risoluzione del 1 novembre 2005 (la 60/7, ndr), hanno stabilito che fosse il 27 gennaio la giornata in ricordo della Shoah, il “giorno della memoria” per non dimenticare le vittime del nazismo, dell’Olocausto e da tenere in onore di chi ha protetto dei perseguitati mettendo a repentaglio la propria stessa esistenza.

Nella serata di sabato 27 gennaio, a Cerignola si è dato vita ad un momento di riflessione collettiva sul tema. «Giorno della memoria – Insieme per ricordare» è il titolo dell’incontro promosso dal locale Club per l’UNESCO, presieduto da Domenico Carbone, in partnership con la scuola primaria “G. Marconi”, la scuola secondaria “Pavoncelli”, l’IISS “Righi” e il Liceo Scientifico “Einstein”, ospitato dal Polo Museale Civico e condotto da Verdiana Venerucci. Ad aprire l’evento è il coro dei bambini dell’Istituto Marconi, che ha indossato panni raffiguranti quei pigiami a righe con la Stella di David appuntata, uno dei simboli di ghettizzazione che ha anche ispirato il romanzo “Il bambino con il pigiama a righe” di John Boyne (2006). Successivamente è il turno del “Franglish Chorus”, il coro multilingue della scuola Pavoncelli diretto dal m° Maria Grazia Pia Bonavita, che ha cantato brani tratti dal film, premio Oscar, “La vita è bella”. Il prezioso sostegno musicale dell’incontro è quello delle note del pianoforte fatte magistralmente risuonare dal dottor Michele Telera. In una serata ricca di spunti di riflessione e contenuti, c’è spazio anche per l’arte, grazie alla professoressa Katia Riccidocente di storia dell’arte – che presenta le opere della pittrice Charlotte Salomon, artista ebrea tedesca, vittima anch’essa della follia nazista, uccisa dalle SS ad Auschwitz all’età di 26 anni incinta di pochi mesi. Charlotte era figlia di genitori entrambi ebrei: Albert Salomon, chirurgo e docente universitario, e Franziska Grunwald, infermiera. Perde sua madre, suicida, all’età di 9 anni, ma le verrà detto che è morta a causa dell’influenza. Sono sei le donne suicide nella sua famiglia. Ma nonostante un’esistenza così palesemente dura, Charlotte Salomon «è riuscita a trasformare le sue sventure e il dolore del mondo in segni e forme colorati, in parole stupende» – sottolinea la professoressa Ricci. Charlotte focalizza nell’arte una strada verso la salvezza portandola a dipingere instancabilmente. In circa due anni dà vita ad un’opera complessa, nella quale pittura, musica e teatro si abbracciano, intitolata “Vita? O teatro?”.  Si tratta di più di 1300 tavole prodotte che, dopo un’attenta scrematura, porteranno alla stesura finale di 800 gouache (un particolare tipo di colore a tempera). In esse sono rappresentati i lutti, i rapporti familiari, la tetra salita al potere del regime nazista, la campagna di odio verso gli Ebrei, l’esilio forzato della sua famiglia in Francia, la popolazione terrorizzata ed annichilita dalla violenza squadrista: centinaia di tavole che narrano le esperienze che hanno segnato affettivamente e culturalmente l’artista. Charlotte Salomon viene catturata dai nazisti poiché sposata con Alexander Nagler, un austriaco ebreo che però, sui suoi documenti d’identità, risultava essere “non ebreo”: il regime vietava matrimoni misti. È così condotta ad Auschwitz dove, dopo non aver superato una prima selezione, sarà mandata a morte in un forno crematorio. Le sue opere sono state recuperate a Nizza, dopo la guerra, da suo padre e la sua seconda moglie. Attualmente sono custodite presso il Joods Historisch Museum di Amsterdam e la scorsa estate esposte a Milano per una mostra a Palazzo Reale.

La serata è proseguita con altri importanti momenti. Gli studenti dell’IISS Righi e del Liceo Einstein leggono assieme estratti di Anna Frank, Primo Levi ed Elisa Springer. Viene anche ricordata la poetessa, nonché partigiana, Joyce Lussu, con l’esecuzione della sua toccante “C’è un paio di scarpette rosse”, così come l’interpretazione di “Beautiful that way” di Nicola Piovani è stato un altro dei frangenti che hanno contribuito a rendere quello del Polo Museale Civico un incontro di indubbio livello culturale.

Quello della memoria è un esercizio imprescindibile per far sì che nella coscienza della collettività si instauri quella fermezza nel repellere ogni tipo di discriminazione, con la speranza che atrocità come la Shoah restino solo parte di un infame passato. E in questa direzione non vi possono essere parole migliori di quelle proferite appena pochi giorni fa dalla neo-senatrice a vita Liliana Segre, sopravvissuta ai campi di sterminio: «Coltivare la memoria è ancora oggi un vaccino prezioso contro l’indifferenza e ci aiuta, in un mondo così pieno di ingiustizie e di sofferenze, a ricordare che ciascuno di noi ha una coscienza e la può usare».

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