I candidati incompatibili con le regole interne e i ministri del «governo ombra”: balla tra queste due liste, dagli effetti completamente diversi, il M5S che si avvia all’ultima settimana di campagna elettorale. Alla vigilia dell’annuncio del primo nome del potenziale esecutivo 5 Stelle – verrà fatto domani, in tv, da Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista – scoppia l’ennesima grana sui candidati esterni. E’ Antonio Tasso, in corsa all’uninominale di Cerignola-Manfredonia a finire nel mirino per una condanna in primo grado subita nel 2008 per contraffazione di diritto d’autore. Condanna che, in quanto reato di lieve entità, non risultava nel casellario giudiziario di Tasso. Il candidato M5S in Puglia, di fatto, taroccava i cd e finì condannato a sei mesi di carcere e 2000 euro di multa. La pena poi fu sospesa e il processo finì in prescrizione ma il nuovo caso porterà salvo colpi di scena, alla cacciata di un altro candidato esterno per violazione del Codice etico interno. «Tasso ha accettato la prescrizione prima che esistesse il Movimento stesso ma non ci ha informati dell’episodio. Per questo ho proposto al collegio dei probiviri la sua espulsione», annuncia in serata Di Maio.

In mattinata, invece, Tasso si difendeva così via Facebook: “Ho inviato tutti i certificati giudiziari al M5S e sono puliti». Una difesa nella quale Tasso rispondeva agli attacchi sui suoi trascorsi giudiziari giunti nei giorni scorsi dal candidato Dem nello stesso collegio, Michele Bordo, senza tuttavia far riferimento alla condanna in primo grado del 2008. “Ho avuto una denuncia una ventina di anni fa, tra il 1999 e il 2000 ma mi sono difeso e non c’è stata alcuna condanna», si limitava a spiegare.
Il caso Tasso arriva – con una rivelazione de Il Foglio.it – ad una manciata d’ore da quello di Salvatore Caiata, il candidato M5S finito indagato a Siena per riciclaggio, e poco prima del comizio di Di Maio a Bari. E, a caldo, la reazione del capo politico è tutta contro il sistema mediatico, reo – a suo parere – di scagliarsi in maniera programmatica con il M5S per favorire gli altri partiti. «Non c’è nessun trattamento equo, ormai siamo il bersaglio ma è chiaro che gli italiani devono dare una lezione col voto a questo sistema di disinformazione», spiega Di Maio definendo un «boomerang» la strategia dei media.
«Caro Berlusconi, noi i bonifici li facciamo alle imprese, tu li hai fatti a Cosa nostra», attacca quindi Di Maio da Bari replicando all’ex Cavaliere che, poco prima, lanciava la sua stoccata: «Il M5S? Ci ha messo poco a imparare a rubare».

Certo, la bufera sui candidati qualche cicatrice la lascerà. Caiata continua la sua campagna incurante dell’espulsione, assicura che le accuse a suo carico sono infondate e preannuncia che, «appena si farà luce» chiederà la riammissione nel M5S. «Se eletto sosterrò il Movimento», sottolinea il patron del Potenza Calcio, possibile destinatario di un bacino cospicuo di voti. A Siena, invece, la base è in rivolta. «E’ evidente che la candidatura di Caiata fosse inopportuna. Massoni, indagati, cacciatori di poltrone non possono far parte delle liste. Chi ha sbagliato, in Basilicata, in Toscana o a Roma, vada via», è la protesta dei 5 Stelle senesi che aprono così un varco ad un malumore interno finora rimasto sopito. Un malumore dal quale, per ora, Beppe Grillo si tiene lontano. Anche l’ipotesi di una sua partecipazione, domani, ai comizi di Roberta Lombardi e Alessandro Di Battista nel Lazio, è tramontata. Grillo sembra che resterà defilato fino al 2 marzo quando sarà alla chiusura elettorale a Piazza del Popolo. E l’inserimento del suo nome tra i protagonisti della kermesse sembra, oggi, quasi una «richiesta» partita dai giovani «big» al fondatore per dare alla campagna anche un’impronta del Movimento delle origini.

da La Gazzetta del Mezzogiorno.it