«Giuseppe Di Vittorio – Il valore dell’istruzione come diritto» è il titolo del convegno che ha avuto luogo nel tardo pomeriggio di venerdì 9 marzo, a Cerignola, in quell’Aula di Palazzo di Città intitolata proprio al padre del sindacalismo italiano. Giuseppe Di Vittorio non fu soltanto quella figura storica che cambiò irreversibilmente il modo di concepire i diritti dei lavoratori ma, è quanto emergerà dall’incontro, impartì un forte impulso sulla strada del riscatto degli stessi dal punto di vista formativo e culturale.

Ad animare il convegno, condotto da Giovanni Martiradonna, promosso dal Club per l’UNESCO di Cerignola e l’Associazione “Casa Di Vittorio”, con il patrocinio dell’Amministrazione comunale, hanno contribuito le scuole della città, dal coro del V circolo didattico agli interventi degli studenti del Liceo Scientifico “Albert Einstein” e dell’I.T.E.T. “Dante Alighieri”. Dopo i saluti istituzionali dell’Assessore alla Cultura, Raffaella Petruzzelli, e del presidente del Club per l’UNESCO, Domenico Carbone, si entra nel vivo grazie alla professoressa Silvia Berti, docente di storia contemporanea all’Università “La Sapienza” di Roma e soprattutto nipote di Giuseppe Di Vittorio e figlia di Baldina. Sin dalla tenera età, Di Vittorio avvertiva la necessità di intraprendere la strada dell’ottenimento di diritti attraverso l’istruzione, quando dopo logoranti giornate di lavoro nei campi, “da sole a sole”, passava la notte a leggere quei libri che tanto lo affascinavano e che acquistava, spesso rinunciando ad un pezzo di pane in più, sfogliandoli sotto il tenue lume di una candela, come scrisse Gianni Rodari nel 1954.

Era una sete di conoscenza che Di Vittorio, negli anni, non perse mai, come la professoressa Berti mette in evidenza: «Quando emigrò in Francia con la sua famiglia, dopo le leggi del 1926, ebbe la sua vera formazione politica. Lì era già molto conosciuto. L’idea che l’istruzione fosse il più potente fattore di emancipazione umana, sono certa, l’ha presa anche in Francia, dalla tradizione illuministica. Di Vittorio non ebbe la possibilità di seguire un regolare percorso di studi – prosegue la docente -. I problemi più urgenti in quel mondo erano la miseria e l’assoluta discrezionalità con cui i caporali concedevano ai disoccupati la possibilità di fare qualche giornata di lavoro malpagato. Ma in lui nacque la convinzione che i lavoratori più poveri, per liberarsi dalla miseria e affermare il diritto ad un lavoro regolare e dignitosamente retribuito, dovessero impossessarsi della cultura contenuta nei libri, che da ragazzo la notte leggeva per provare ad impararne le parole. Tutta la crescita personale e politica di Di Vittorio passa da questo titanico sforzo di sottrarsi all’ignoranza: un progetto di autoemancipazione che, dalla sfera individuale, passò subito alla dimensione sociale e politica collettiva».

Silvia Berti ricorda il Di Vittorio prolifico e caparbio produttore di scritti, articoli pubblicati sulle più diffuse riviste socialiste dell’epoca con concetti molto vicini a quelli dell’illuminismo di Immanuel Kant, pur non conoscendolo. La professoressa passa sui diversi discorsi pubblici tenuti da suo nonno, in modo particolare un estratto dal secondo congresso nazionale della cultura popolare di Bologna (1953) in cui il sindacalista risponde a quei giornali che, pochi giorni prima, attaccarono con malcelata cattiveria la sua partecipazione a quell’incontro, tacciandolo di non esserne all’altezza: «“Io non sono e non ho mai preteso di essere un uomo rappresentativo della cultura popolare e non popolare. Però sono rappresentativo di qualcosa: di quegli strati profondi delle masse popolari più umili e più povere del nostro Paese, quelle masse a cui le strutture sociali ingiuste e disumane della nostra società negano non solo la possibilità della cultura, ma anche dell’istruzione elementare”». Un altro importante contributo all’incontro è quello fornito da Simona Gaudiero, dell’Associazione “Casa Di Vittorio”, laureatasi di recente proprio con una tesi sul nostro concittadino illustre. Gaudiero testimonia come abbia avuto modo di entrare in contatto diretto con diversi degli scritti del sindacalista, in modo particolare con “La voce degli italiani”, il giornale fondato nel periodo di esilio francese: «Siamo negli anni fra il 1937 e il 1939, quando in Italia c’è il fascismo. Di Vittorio va in Francia e diventa il direttore di questo giornale, riferimento per gli esuli italiani. Vi parla di Cerignola, del conte Pavoncelli, dei suoi contadini. Nasce una campagna volta al rispetto dei diritti umani, prima ancora di quelli del lavoratore, dopo la morte del suo amico Ambrogio, il quale aveva chiesto solo una croce d’olio sul pane. Il giornale – chiosa Gaudiero – chiude perché nazismo e fascismo arrivano in Francia e il nemico maggiore di un regime è la diffusione della cultura».

L’ultimo intervento in ordine di tempo è quello del professor Gioacchino Albanese, noto storico e scrittore, che punta il suo obiettivo sul forte carisma esercitato dalla figura di Giuseppe Di Vittorio, anche dopo la morte a cui seguì un funerale con una partecipazione popolare straordinaria: «Era talmente forte l’entusiasmo per questo personaggio, anche in un momento così drammatico, che la folla lo aveva accompagnato da Lecco a Roma e lungo Corso Italia a migliaia, popolo che il presente Pier Paolo Pasolini chiamò “la folla degli eguali”, riscontrando che si trattava di povera gente recatasi lì apposta per dare l’ultimo saluto». Un documentario di Carlo Lizzani testimonia come il sindacalista cerignolano venisse ricordato dal suo popolo con un linguaggio iperbolico, ricco di metafore. Ciò stava a testimoniare la straordinarietà del rapporto instaurato con quella che divenne ben presto la sua base, base che in lui focalizzava qualcosa di molto vicino al mito. Di Vittorio era soprattutto uomo di piazza, luogo che amava e dal quale riusciva ad «entrare in sintonia immediata con chi lo ascoltava. Parlava a tutti e a ciascuno singolarmente». La forza nelle parole era la naturale conseguenza della forza nelle azioni, come quella dell’apertura del circolo giovanile socialista a Cerignola (1907), il primo fondato da braccianti, anziché da “signori”. Di Vittorio acculturava la gente dal palco, è quanto tiene a ribadire il professor Albanese, tanto da cambiare quasi geneticamente il popolo bracciantile che era suo seguito: «C’è un identikit del contadino prima di Di Vittorio e ce n’è uno dopo Di Vittorio». Lo storico conclude tratteggiando un Di Vittorio, capace di far richiamo all’orgoglio per ciò che si rappresenta, intravedendo una sua universalizazzione sul solco di Gandhi, Rosa Parks e Martin Luther King.

Il ritratto venuto fuori da questo incontro è quello di un Giuseppe Di Vittorio portavoce, fra le tante battaglie, del diritto ad elevarsi culturalmente, intellettualmente e soprattutto civilmente.

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