Confisca di bene e disponibilità finanziarie per un valore di circa 6 milioni di euro nei confronti di un pluripregiudicato foggiano, Gerio Ciaffa, già coinvolto (e condannato invia definitiva) nell’ambito dell’operazione «Black Land», relativa a un traffico di 300mila tonnellate di rifiuti provenienti dalla Campania e sversati nel Foggiano, nord Barese, Basilicata e Beneventano. Il provvedimento è stato emesso dal Tribunale di Foggia-Seconda Sezione Penale Ufficio Misure di Prevenzione, su proposta della Procura della Repubblica di Bari, a seguito di complesse investigazioni patrimoniali svolte dalla Dia. Nell’ambito dell’inchiesta penale sul traffico di rifiuti nei territori di Orta Nova e Ordona erano già stati sottoposti a sequestro preventivo per equivalente beni del valore di oltre 20 milioni di euro.

IL DETTAGLIO DELLA CONFISCA La confisca ha riguardato, nello specifico:

  • la “Edil C. s.r.l.”, con sede in Ordona (FG), c.da Cavallerizza snc, esercente l’attività di trattamento e smaltimento rifiuti;
  • la “P.L. trasporti s.r.l.”, con sede in Ordona (FG), c.da Cacciaguerra snc, esercente l’attività di trasporto merci su strada;
  • la “Ciaffa Bioagri società semplice agricola”, con sede in Ordona (FG), proprietaria di enormi appezzamenti di terreno coltivati principalmente ad ortaggi e cereali;
  • 79 appezzamenti di terreno ubicati in Ordona (FG), Orta Nova (FG) e Cerignola (FG), per un totale di circa 179 ettari, di proprietà della “Ciaffa Bioagri società semplice agricola”;
  • 3 fabbricati rurali della “Ciaffa Bioagri società semplice agricola”, ubicati nell’agro di Ordona (FG);
  • 2 immobili in Castelluccio dei Sauri (FG);
  • 61 mezzi, la maggior parte dei quali escavatori, pale meccaniche, mezzi agricoli e camion;
  • disponibilità finanziarie, consistenti in conti correnti, libretti di deposito e polizze assicurative.

LA SENTENZA DELLA CASSAZIONE La confisca è la conseguenza della sentenza della terza sezione pena della Corte di cassazione del novembre scorso che ha reso definitive le condanne per 5 dei 14 imputati nella maxi inchiesta. I giudici romani hanno così cristallizzato le condanne a 3 anni, 9 mesi e 10 giorni di Gerio Ciaffa, 45 anni, foggiano residente a Ordona, amministratore di fatto di «Edil c» e PI» trasporti; e quelle a due anni di reclusione di Giuseppe Gammarota, 37 anni, foggiano residente a Carapelle, dipendente della coop «Spazio verde plus»; Francesco Pelullo, 42 anni, Cerignola, proprietario di un terreno; Donato Petronzi , 41 anni, San Paolo di Civitate, titolare dell’omonima ditta di trasporti; e Giuseppe Zenga, 31 anni, di Carapelle, camionista.

La suprema corte ha reso definitiva anche l’assoluzione di Michele Brandonisio, 34 anni, di Cerignola, amministratore della «Ecoball Bat»: il gup in primo grado gli inflisse 2 anni e 6 mesi, i giudici della corte d’appello di Bari ribaltarono il verdetto e lo assolsero per non aver commesso il fatto: contro quell’assoluzione la Procura generale aveva presentato ricorso in Cassazione, dichiarato inammissibile come quello dei difensori dei 5 condannati.

Il processo ai 18 imputati – tra cui 4 aziende – si divise nell’autunno 2014. Per 3 imputati (un foggiano e due campani) e le 4 aziende è in corso dall’ottobre 2014 il processo ordinario davanti al giudice monocratico di Foggia in cui si stanno ascoltando i testi a discarico. Mentre gli altri 11 imputati optarono per il giudizio abbreviato davanti al gup di Bari. In primo grado, sentenza del il 17 dicembre 2014, il gup assolse un imputato e condannò gli altri 10 a quasi 23 anni di reclusione. Contro quel verdetto ci fu l’appello dei 10 condannati. Il 18 maggio del 2016 la prima sezione della corte d’appello di Bari assolse 2 imputati e condannò gli altri 8 a complessivi 17 anni, 9 mesi e 10 giorni di reclusione: 5 degli 8 condannati (per gli altri 3 le condanne a due anni da tempo sono diventate definitive) presentarono ricorso in Cassazione che stato dichiarato inammissibile. Al momento, dunque, sono 8 le condanne definitive, 3 assoluzioni, mentre per altri 3 imputati e 4 aziende pende ancora il processo di primo grado.

tratto da
La Gazzetta del Mezzogiorno