Si è dichiarato innocente e ha respinto le accuse di essere un componente del commando in trasferta in Calabria Mario Mancino, il quarantaduenne di Cerignola fermato il 20 aprile su decreto di fermo della Dda di Catanzaro nell’inchiesta «Keleos» sull’assalto al caveau dell’istituto di vigilanza «Sicurtransport» del centro calabrese del 4 dicembre 2016 che fruttò 8 milioni e mezzo. Il gip del Tribunale di Foggia Marialuisa Bencivenga che ha interrogato l’indagato non ha creduto alla versione difensiva, rimarcato la gravità di indizi, convalidato il fermo e trasmesso gli atti per competenza alla magistratura di Catanzaro. Il difensore, l’avvocato Pietro Barbaro, chiedeva che il fermo non venisse convalidato e Mancino fosse scarcerato per mancanza di gravi indizi.

Nove 9 i decreti di fermo firmati nei confronti di cerignolani (Mancino e un concittadino non ancora rintracciato), calabresi, baresi e lombardi accusati di concorso in rapina, porto e detenzione illegale di armi da guerra, ricettazione dei mezzi usati per l’assalto, con l’aggravante della mafiosità per aver agevolato alcune cosche della ‘ndrangheta: complessivamente sono 12 gli indagati dell’inchiesta, di cui 4 cerignolani.

Mancino nell’interrogatorio nel carcere di Foggia ha escluso d’essere stato a Catanzaro; negato la partecipazione all’assalto; detto di conoscere alcuni coindagati perché concittadini; negato di conoscere la pentita calabrese che invece lo avrebbe individuato come uno dei cerignolani recatisi in trasferta a Catanza. A Mancino si contesta d’aver fatto parte del gruppo cerignolano che partecipò a sopralluoghi e assalto. Che avvenne con modalità uguali a quelle dell’analogo colpo del 25 giugno 2014 a Foggia nel caveau dell’istituto di vigilanza «Np service» al Villaggio artigiani, quando solo l’intervento di una «volante» con conseguente conflitto a fuoco con alcuni banditi evitò che la gang riuscisse a rapinare 14 milioni.

Anche a Catanzaro come successe a Foggia la banda ha piazzato auto rubate e bruciate sulle vie d’accesso al caveau per ostacolare l’intervento delle forze dell’ordine; anche a Catanzaro come avvenne nel capoluogo dau- no il commando composto da almeno 12 persone, ha trasportato su un camion una ruspa per abbattere il muro dell’istituto di vigilanza e rubare i soldi.

Sia prima dell’assalto (ci fu una segnalazione anonima che preannunciava un assalto di cerignolani ad un caveau in Calabria nell’estate 2016) sia dopo il colpo le attenzioni degli investigatori si concentrarono su un gruppo di foggiani, tra cui Mancino sottoposto a intercettazioni. «L’indagato era a disagio per il possesso di denaro non giustificato da introiti leciti» scrive la Dda nel decreto di fermo con riferimento alla presunta quota del bottino intascata da Mancino. Quest’ultimo rispondendo alle domande del gip ha replicato che soldi di cui si parla nella captazione erano leciti. Il 25 luglio 2017 fu perquisita un’abitazione ritenuta nella disponibilità di Mancino, i poliziotti sequestrarono uno scanner e una pistola, poi essere risultata provento di una rapina a una guardia giurata di una rapina del 2009: sul punto (c’è un procedimento aperto davanti alla Procura di Foggia) Mancino si è avvalso della facoltà di non rispondere.

Contro Mancino c’è anche, come accennato, il riconoscimento in foto effettuato da una pentita calabrese, moglie di Giovanni Passalacqua, 52 anni di Catanzaro, fermato in occasione del blitz e ritenuto colui che ideò il colpo e individuò nell’organizzazione cerignolana gli esecutori materiali. La pentita nei mesi successivi alla rapina si presentò a poliziotti e pm calabresi per chiedere aiuto in quanto temeva per la propria vita e parlò della rapina, del coinvolgimento di cerignolani, dicendo d’aver aiutato il compagno a ospitare e dar da mangiare ai rapinatori durante il soggiorno nel Catanzarese: Mancino ha escluso di conoscere la donna.

tratto da La Gazzetta del Mezzogiorno