E’ possibile creare una filiera di lavorazione del pomodoro alternativa al caporalato, dove si possano coniugare qualità e legalità. E’ questo lo spirito che anima il progetto “Pomovero”, curato dal collettivo delle botteghe del commercio equo e solidale “Kilometro Vero” e da una rete di cooperative e imprese sociali che gestiscono i beni confiscati alla mafia e creatrici del marchio “Bontà comune”.

A portare questa iniziativa nel nostro territorio è la cooperativa sociale “Pietra di scarto” – membro della rete di cooperative impegnate nella gestione dei beni confiscati – tramite la bottega del commercio equo e solidale “Stesso Sole”, presso la quale sarà possibile, a partire dal 1° maggio sino a fine mese, supportare il progetto prenotando il prodotto, la cui lavorazione potrà essere seguita passo per passo sino alla consegna nel mese di settembre.

Un meccanismo quello della prenotazione che consente di calcolare in anticipo i costi e la mano d’opera, in modo tale da organizzare la filiera in maniera legale e trasparente, un sistema diametralmente opposto al caporalato: «E’ con l’organizzazione del lavoro che si contrasta il fenomeno – spiega Angelo Santoro della cooperativa sociale “Semi di Vita”, ideatore del progetto –, può sembrare un’operazione facile, ma costituisce un grande sforzo per chi opera nel sociale e vuole conciliare la qualità del prodotto con la legalità, restituendo con il lavoro dignità a chi, provenendo da situazioni limite (carceri, ghetti n.d.r.) viene inserito nel processo produttivo». Una produzione biologica e legale comporta delle spese che fanno lievitare il costo del prodotto che, se confrontato con gli altri sul mercato, rende l’idea del prezzo umano che il caporalato fa pesare sulla filiera.

Ma la missione di “Pomovero” è proprio quella di dimostrare come sia possibile realizzare un prodotto sostenibile, accessibile e di qualità rimanendo sempre nei limiti del legale: «Dobbiamo essere bravi in tutto tranne che nello sfruttare – prosegue Santoro -. Questo prezzo ci permette di guadagnare il giusto e sostenere la filiera. Se riusciremo ad incrementare la produzione potremo abbassare ulteriormente i prezzi. Il nostro obiettivo è far sì che il biologico non sia un prodotto di nicchia ma accessibile per chiunque”. Per centrare lo scopo però che questa “rivolta” possa assestare colpi importanti al sistema serve anche che il consumatore decida di investire sulla filiera trasparente, perché è col suo denaro che si alimenta il circolo vizioso e criminale del caporalato: «Non bisogna comprare il prodotto per l’aspetto sociale – conclude Santoro – ma perché si è convinti che da una filiera sana possa venir fuori un prodotto di qualità».