È stata una serata nella quale si è intrapreso un “viaggio”, attraverso le tappe di emozionanti ricordi, quella a cui si è dato vita venerdì 4 maggio nella Sala Conferenze del Polo Museale Civico di Cerignola. Protagonista dell’evento è lo scrittore foggiano Giuseppe Messina, autore di «Papaveri Rossi – Il soffio caldo del favonio», libro edito da Kimerik.

È un racconto nel racconto, la storia vissuta in prima persona dall’autore durante un’infanzia in un tempo scandito dalla sofferenza e dagli orrori della seconda guerra mondiale. Furono anni che misero in ginocchio un’intera nazione ma, al contempo, quelli in cui i rapporti umani erano vissuti secondo altre dinamiche, più genuine, la cui dolcezza era costituita dall’importanza data alle piccole cose. A spiegare meglio i passaggi che hanno portato alla stesura dell’opera è lo stesso Giuseppe Messina, gentilmente concessosi alle testate locali presenti: «L’idea del libro è nata all’improvviso. Mettendomi in pensione mi sono dato alle vecchie abitudini. Il libro narra la storia di Foggia dalla guerra fino al 1962, da quando ho iniziato le scuole elementari fino ai primi anni di università. Emergono grandi personaggi della storia di Foggia, ma anche della Capitanata, fra i quali ricordo Giuseppe Di Vittorio. Parlo di questa terra bistrattata, abbandonata, definita ignorante, ma non era vero. Era già una terra colta, con case editrici, teatri: a Foggia il Giordano, a Cerignola il Mercadante».

L’autore fornisce un raffronto fra la Capitanata di allora e quella odierna: «Le città sono diventate brutte a causa della speculazione edilizia. Grazie al cielo ci sono state delle rivalutazioni. Tuttavia ci sono città che hanno ancora da recuperare, fra cui la mia Foggia, alla quale sono attaccatissimo. Abbiamo dei tesori inestimabili: nel libro ricordo la lettera di Ungaretti, passato da Foggia nel 1934, in cui scrisse con ammirazione ed entusiasmo delle nostre fosse del grano dicendo che sarebbero dovute diventare monumento nazionale. Voi a Cerignola le avete salvate, noi a Foggia le abbiamo messe sotto terra o quasi». Messina conclude parlando anche del colore che “tinge” il suo libro, il rosso, quello dei papaveri nel titolo ma anche del sangue dei morti durante la guerra: «Non è stato un parallelismo voluto. L’idea data dalla vista dei papaveri si è poi ricongiunta al discorso della guerra, ai bombardamenti che hanno distrutto Foggia. Ma il rosso indica anche la passione che abbiamo messo tutti per recuperare e ricostruire. Questo vuole essere un messaggio per i giovani, è un libro che in fondo ho scritto per loro, perché recuperino quella memoria storica senza la quale si diventa anonimi. Nel libro la bibliografia arriva fino a pagina 40, poi ho smesso. L’ho fatto perché bisogna incuriosirsi. Il lettore deve andarsi a cercare le notizie, che non sono poche. Un libro deve fare questo. La curiosità, insieme all’amore, è ciò che muove il mondo».

Il pubblico del Polo Museale Civico è stato condotto in un itinerario a più voci e più strumenti. Oltre al contributo dell’autore, l’incontro è stato scandito dagli interventi del professor Antonio Galli, presidente della Pro Loco, e della dottoressa Maria Vasciaveo e dagli arricchimenti artistici del dottor Claudio Mione, che ha letto alcuni dei più significativi brani dell’opera, e dai pezzi della tradizione meridionale cantati alla chitarra dall’architetto Roberto Carreca. Diverse le pagine, del libro e della vita di Giuseppe Messina, che sono state toccate: dall’infanzia a Ravenna a seguito del trasferimento per lavoro di suo papà Enrico, alla partenza in guerra e prigionia dello stesso per mano degli inglesi, prima in Etiopia e dopo nel campo di concentramento di Taranto. Il ritorno in una Foggia devastata dalle bombe, il ricordo della dolcezza della madre Olga, amorevole ed instancabile narrastorie con lo scopo di alleggerire per il suo piccolo la durezza degli spostamenti fatti su mezzi di fortuna, la felicità del primo bagno in mare lungo il tragitto per raggiungere, assieme alla famiglia, suo padre prigioniero a Taranto: un giro ripercorso con la mente e con il cuore che, a distanza di più di 70 anni, commuove visibilmente l’autore dinanzi al proprio uditorio.

Quella vissuta al Polo Museale della nostra città è stata una serata che non può non aver lasciato un piccolo segno in chi ne ha preso parte, grazie alla generosità mostrata da Giuseppe Messina, che ha “donato” un pezzo della sua vita, fornendo insegnamenti e suscitando emozioni.

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