Un itinerario fra le voci, i suoni, le emozioni e i sogni nel Mediterraneo cantato da uno dei più grandi cantautori italiani, Fabrizio De André, è stato quello a cui si è dato vita nella serata di sabato 27 ottobre presso la libreria “L’albero dei fichi”, a Cerignola. Ha avuto luogo nel sodalizio di via Pavoncelli il monologo di stampo teatrale «Il Mediterraneo di De André», scritto ed interpretato da Andrea Martina e tratto dal suo libro «D’a me riva – Il linguaggio mediterraneo di De André», edito da Youcanprint. L’opera pone sotto la lente d’ingrandimento “Creuza de ma”, il disco che De André cantò interamente in dialetto genovese spiazzando, in quel 1984, critici ed appassionati. Si trattò di un lavoro che vide la luce grazie all’incontro con Mauro Pagani, il cantautore, arrangiatore e polistrumentista suo conterraneo che, dopo aver lasciato la PFM (Premiata Forneria Marconi), si era da tempo dedicato allo studio delle sonorità degli strumenti tradizionali del grande bacino del Mediterraneo.

Andrea Martina ha portato questo suo lavoro in giro per l’Italia, percorrendo oltre 15.000 km, dalla sua Cellino San Marco (Brindisi) fino alle grandi città del Nord: Bologna, Milano, Torino e giungere fino a Via del Campo a Genova. Quella di Cerignola rappresenta la sua 74^ data in meno di un anno. È lo stesso autore, alcuni istanti prima dell’inizio dell’esibizione, a spiegare a lanotiziaweb.it come tutto questo lavoro abbia avuto origine: «Tutto parte da una tesi di laurea triennale in Linguistica Italiana, sotto la spinta del mio professore, in cui si parla dell’incontro fra i dialetti e i grandi cantautori italiani, non solo De André ma anche Pino Daniele e Domenico Modugno. Ho fatto questo esperimento ed è andato molto, molto bene, anche oltre le mie aspettative, essendo un esperimento di qualche mese per testare la curiosità di un pubblico che di De André conosceva già parecchio. Infatti, sono andato a pescare il suo disco un po’ meno noto, ‘Creuza de ma’, quello in dialetto genovese. Ho portato questo progetto, praticamente, in tutta Italia ed è bello vedere come i dialetti italiani siano comunque un linguaggio universale e questo credo lo permetta proprio la musica».

Creuza de ma” fu, per certi versi, un atto di coraggio da parte del cantautore genovese: «Quando l’ha pubblicato, De André era già Fabrizio De André, uno dei cantautori italiani più importanti – afferma Andrea Martina -. In quel periodo, anni ’70 e ’80, raramente i grandi cantautori si concedevano questi lussi. Molti si adagiavano sul successo già ottenuto e continuavano a seguire quella strada. De André, invece, ha rivoluzionato tutto andando non solo a cantare in dialetto, che era già una cosa strana, ma addirittura ad inserire strumenti musicali come il mandolino, il bouzouki, l’udu e tanti altri recuperati dalle tradizioni locali e che erano praticamente dimenticati. Infatti, attraverso questo lavoro, sappiamo come Paul Simon, David Byrne, Peter Gabriel sono andati in quella direzione attraverso la World Music. ‘Creuza de ma’ non è stato un disco importante solo per la musica italiana, ma anche per gli artisti internazionali. Sono loro a parlare, a distanza di anni, di questo disco come di una rivelazione. In un periodo in cui la musica era molto elettronica, tecnologica, si è andati a riscoprire gli strumenti di una volta».

Fabrizio De André ha scritto tra le pagine più belle della storia della musica d’autore italiana e trovare un suo erede è tutt’altro che facile: «Si tratta di un paragone così pesante che rischierebbe di porre artisti molto, molto bravi, penso a Vinicio Capossela, in un parallelo ingombrante che svia rispetto alla loro opera. A me piace pensare che De André stia alla musica come Dante Alighieri e Omero stanno alla letteratura. De André dev’essere visto come un punto di partenza imprescindibile. La sua opera è stata fondamentale e ci sono stati tanti che hanno raccolto il testimone e che lo stanno portando avanti, ognuno a suo modo, riuscendo a rispettare quella che è stata la sua parola».

La serata entra nel vivo, introdotta e moderata da Pietro Fragasso, della Cooperativa Sociale “Pietra di scarto”, diventando un itinerario immaginario attraverso il Mediterraneo che, come Andrea Martina sottolinea, vedrà “Faber” fare da capitano. Si tratta di un viaggio intrapreso orientandosi su tre coordinate della produzione artistica deandriana: la Francia dei chansonniers, da cui apprende il mestiere del cantautore, gli Stati Uniti, attraverso la raccolta di poesie de “L’antologia di Spoon River” di Edgar Lee Master che gli ispirerà un disco, e il Mediterraneo, che sta a rappresentare uno stato d’animo. Fra le tappe più significative c’è la Sardegna, terra nella quale il cantautore genovese cercava una sorta di esilio, allorquando temeva che i suoi testi non fossero più all’altezza di narrare la realtà contemporanea, e che invece fu luogo d’incontro con il gruppo rock progressivo della PFM, con cui nacque una più che proficua collaborazione, ma anche del sequestro da parte dell’Anonima Sequestri dall’agosto al dicembre del 1979, con la compagna Dori Ghezzi, evento che lo scosse e le cui tracce sono tangibili nell’album L’indiano (1981). Si giunge a parlare di “Creuza de ma”, di come la casa discografica Ricordi appoggiò sì il progetto, ma con numerose perplessità, contando di vendere solo a Genova e dintorni. Ottenne, invece, un grande successo e diversi riconoscimenti, fra cui la prestigiosa ‘Targa Luigi Tenco’. Attraverso quell’album, De André offre al suo pubblico il futuro, servendoglielo come qualcosa che la società ha smarrito per strada e per cui è il caso di fermarsi per andarlo a recuperare. Si tratta di un ‘Concept album’, nel quale un tema viene attraversato e sviluppato lungo tutte le sue canzoni.

La coinvolgente serata giunge al termine con l’impegno da parte di Andrea Martina, “L’albero dei fichi” e Pietro Fragasso, a riproporre questo spettacolo a Cerignola, la prossima estate, all’aperto.

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