“Inshallah Europa”. “Se Allah lo vuole, ci vediamo in Europa”. È la frase che un profugo rivolge ai reporter incontrati nel lungo cammino che dal Medioriente attraverso i paesi dell’ex Jugoslavia porta all’Europa, la cosiddetta nuova rotta balcanica. Questo arrivederci è anche il titolo al documentario realizzato proprio da quei reporter, Massimo Veneziani (TG3) e Federico Annibale (il Manifesto e Altreconomia), che hanno presentato il loro reportage giovedì sera presso il laboratorio sociale ResUrb nell’ambito del progetto “Ciascuno cresce solo se sognato”, promosso dalla Cooperativa sociale “Pietra di scarto”.

La proiezione di questo documentario a Cerignola non è stata affatto casuale, poiché, come spiega Massimo Veneziani, «qui si chiude un cerchio, in quanto moltissimi di coloro che attraversano la nuova rotta balcanica concludono il loro viaggio qui in Capitanata dove entrano nel giro del caporalato».

I due reporter, conosciutosi alla frontiera serbo-ungherese nel 2014 mentre raccontavano i respingimenti dei profughi alle porte dell’Europa, hanno deciso di documentare una realtà poco conosciuta, per quanto paradossalmente vicina, del fenomeno migratorio: la nuova rotta balcanica, percorsa dai profughi dopo che i paesi dell’est Europa (Ungheria di Orbàn in primis) hanno innalzato muri ai confini troncando di fatto la vecchia rotta.

Questa esperienza ha permesso loro di osservare in prima persona la realtà ai limiti del disumano che affrontano i profughi di cui, secondo i reporter, l’Europa è responsabile: «Quello che ci ha colpito ed indignato di più come giornalisti è che c’è un atteggiamento dell’Europa assolutamente complice per i trattamenti disumani che vengono riservati ai migranti, in particolar modo dalla polizia della Croazia, paese che siede nelle istituzioni europee come noi – dice ai nostri microfoni Massimo Veneziani -. Il continente davanti al fenomeno chiude gli occhi nella migliore delle ipotesi, nella peggiore si riduce a complice delle violenze». «Quello che viene documentato è l’assurdità del viaggio – aggiunge Federico Annibale –. I Balcani sono una sorta di castello dove per i migranti, costretti a camminare per mesi tra continue violazioni dei diritti umani, le mura si spostano continuamente a seconda di dove viene steso il filo spinato e delle aggressioni della polizia».

Sofferenza e violenze che hanno reso un’esperienza forte la registrazione di questo reportage, dal quale però emerge il lato umano della storia: «Il problema dell’identità del migrante è che il suo status eclissa la persona – eplicita il giornalista del Manifesto -. Quello che noi cerchiamo di fare è far raccontare non solo il dramma ma anche i momenti felici, perché l’essere umano fa emergere la sua naturalezza e la sua bellezza anche in situazioni del genere». Il grande paradosso è che una corrente migratoria così grande e così vicina all’Italia sia pressoché sconosciuta: «I media tradizionali si sono dimenticati di questa parte di mondo – denuncia Veneziani -, pochissimi hanno raccontato questo dramma alle porte di casa che viene, non si sa quanto in buonafede, ignorato».

Un silenzio che abbinato ad una comunicazione poco efficace ha portato alla creazione di un immaginario distorto: «Il problema maggiore è come si parla del migrante – conclude Annibale -. Negli ultimi anni sono stati prodotti migliaia di reportage sul fenomeno, eppure la destra anti immigrazione è al potere quasi dappertutto. Perciò mi viene da pensare che qualcosa è stato sbagliato nella narrazione fatta dei media che non riescono a proporre una comunicazione efficace che possa competere con quella unidirezionale e lobotomizzante dei social».