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Chi si cimenta negli identikit dell’abitante di Cerignola – magari anche da non residente – non ha minimamente idea di cosa sia questa città (nel bene); né tanto meno potrà disegnare un quadro preciso delle criticità e negatività che la connotano. Cerignola è, come molte comunità, ma forse ancor di più – e per ragioni storiche precise – territorio della complessità, a metà tra un paese di provincia e una grande città, tra una periferia e un grande centro urbano, tra la semplicità delle campagne e il lusso sfrenato e raffinato della movida milanese. Facile che una città dalle mille contraddizioni attiri gli interessi delle cronache nazionali e questo non perché Cerignola sia più criminale di altre città, ma semplicemente perché Cerignola riesce in qualche maniera a distinguersi.

Ecco che accade, quindi, che nell’ultimo mese giungano “soddisfazioni”, quelle vere. Titolone a quattro colonne sul Corriere della Sera – “Cerignola Università del crimine” -; ancora, in una sola giornata – il 9 gennaio 2019 – si insedia la Commissione d’indagine per verificare possibili infiltrazioni mafiose nell’amministrazione della città e un lungo e dettagliato servizio al Tg2 della sera su Rapine a portavalori e blindati. Una leadership guadagnata sul campo, che – stavolta davvero – restituisce una fotografia a tinte oscure di Cerignola.

Non può e non deve diventare una lotta tra disfattisti e buonisti, tra criticoni e lassisti, tra menefreghisti e amanti della marmellata. Cerignola non è solo questo, ma è, tristemente, anche questo. E se la parte sana della città non riesce a emergere come dovrebbe, probabilmente la responsabilità è anche delle istituzioni locali. Cerignola rischia, certamente in modo assai più ridimensionato, di diventare #CerignolaCapitale se, e solo se, i risultati delle indagini dei prossimi tre mesi – o forse sei – diano esiti positivi. Il tutto a poco più di un anno dalle prossime elezioni comunali.