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Un nuovo evento del calendario delle «Storie da Tè», la rassegna letteraria ospitata a Cerignola da “Bramo-Cioccolateria Perrucci” in collaborazione con la bookblogger Sara Giorgione e la libreria “L’albero dei fichi”, ha avuto luogo nel tardo pomeriggio di domenica 10 marzo. Ospite del locale di via Don Minzoni è stato Adriano Angelini Sut, che ha presentato «L’ultimo singolo di Lucio Battisti» (Gaffi Editore).

Il libro dello scrittore romano è stato candidato al Premio Strega 2018. Il romanzo è ambientato nella Capitale e narra la stessa in parallelo con le vicende di tre famiglie. Queste si svolgono in un arco di tempo che va dai primi anni del dopoguerra al 1998, anno della morte di Lucio Battisti, la cui musica fa da sfondo. I De Santis, famiglia proveniente dall’Abruzzo e inseritasi nel ceto medo impiegatizio, i Leoni, commercianti ebrei, e gli Antei, “palazzinari” fascisti riciclatisi democristiani nel dopoguerra, vedranno le loro storie personali intersecarsi con quella della Roma della seconda metà del Novecento.

E proprio da questo aspetto è partito l’autore romano, concessosi a lanotiziaweb.it poco prima dell’inizio della presentazione: «Le storie di vita ordinaria delle tre famiglie vanno a fare la storia di Roma. Senza di esse e quelle di tante altre, non ci sarebbe stata la storia della Capitale del secondo dopoguerra». Come detto, sullo sfondo della storia c’è Lucio Battisti, un artista rivoluzionario, accusato di esserlo troppo negli anni in cui si è affacciato sul palcoscenico musicale nazionale: «Nel libro rappresenta una sorta di nume tutelare di uno dei tre protagonisti, Natale De Santis, che vorrebbe diventare come lui. Per quanto mi riguarda, rappresenta il più grande cantautore italiano che abbiamo avuto – spiega Angelini Sut -. Lo dico avendolo scoperto più tardi rispetto a Dalla, De Gregori, Venditti, in confronto ai quali, però, aveva una marcia in più. E lo dico a maggior ragione per la sua svolta elettronica degli anni ’80, dove lo trovo non solo coraggioso ma anche straordinario. Oggi non c’è proprio nessuno che possa essere suo erede».

È forte nel libro il legame fra la storia narrata e la musica: «È un rapporto simbiotico – precisa l’autore -. Senza la musica, questo romanzo non sarebbe potuto nascere. Anche perché io scrivo spessissimo ispirato dalla musica. Se non c’è una colonna sonora, è difficile che mi parta la penna. Cerco sempre di farci entrare un po’ di musica nei miei racconti». Ciò che caratterizza alcuni dei personaggi del romanzo è il loro rifiuto nel restare incasellati nei contesti sociali in cui le famiglie d’origine rientrano. Danno, quindi, atto ad una ribellione. Adriano Angelini Sut ci illustra il suo ideale di ribellione: «È un valore fondamentale, se praticata con intelligenza. Se la si usa per buttare alle ortiche tutto ciò che di buono è stato fatto in passato, no. Se serve a migliorare l’esistente, allora ben venga. Questo che lancio è un messaggio molto politico, che però non ha colore. La ribellione è sana. Come sono state sane tutte quelle ribellioni che sono andate dal Futurismo degli anni ’20 a quella del ’68. Il problema – prosegue – è cosa ne facciamo di questa ribellione. Serve solo a sostituire una classe dirigente con l’altra o a migliorare le condizioni dell’esistente? Questa è la grande domanda a cui oggi non siamo ancora riusciti a rispondere».

Sono diversi i temi toccati in sede di dialogo con il pubblico, moderato da Sara Giorgione. L’autore spiega come questo libro sia nato da una sorta di esigenza interiore di risolvere il proprio rapporto con Roma. Adriano Angelini Sut è un personaggio poliedrico. «Non volevo fare lo scrittore, ma la rockstar», scherza, ma facendo emergere con ciò che letteratura e musica siano due sacri fuochi che mai hanno smesso di ardere in lui. Il focus si sposta successivamente su Lucio Battisti, un rivoluzionario artista che con i suoi testi dirompenti terrorizzò il mondo delle cosiddette “canzonette”. Negli anni ’60, epoca nella quale il cantautorato doveva essere “sociale”, Battisti seguì tutt’altra strada, infastidendo non poco. Infine, viene posta al centro del dibattito Roma, con il rammarico di chi osserva lo stato odierno di quella che è storicamente la “Caput Mundi”. Gli anni in cui le vicende narrate nel libro hanno luogo sono anche quelli in cui a far la voce grossa sono i “palazzinari”, in un secondo dopoguerra nel quale si passa dalla dittatura fascista a un «sistema un po’ più liberale», come lo definisce l’autore, dove però certe dinamiche non sono poi così tanto cambiate.

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