Nella serata di giovedì 5 settembre, presso la libreria ‘L’albero dei fichi’ a Cerignola, ha avuto luogo la presentazione di «Una volta è abbastanza» (Rizzoli), il romanzo d’esordio di Giulia Ciarapica, scrittrice e nota book-blogger che già da tempo collabora con le testate “Il Foglio” ed “Il Messaggero”. Al centro del racconto vi è Casette d’Ete, una frazione di Porto Sant’Elpidio (Fermo), situata nell’entroterra marchigiano, luogo d’origine della scrittrice stessa: «Non è un nome inventato, giuro che esiste davvero», ironizza. In questo borgo, la vita è scandita da albe silenti e da tramonti che nessuno vede poiché sono tutti nei laboratori a lavorare le scarpe, la principale attività industriale della zona. A lavorare sodo in questo settore ci sono anche le protagoniste della storia, Annetta e Giuliana, due sorelle tanto diverse fra loro quanto unite da un legame radicale. Un legame la cui forza non muta neanche con il sopraggiungere nelle loro vite di Valentino, un affascinante uomo che prima si fa attrarre da Annetta per poi innamorarsi e sposare Giuliana, al cui fianco intraprende la strada imprenditoriale nel settore calzaturiero.

Poco prima della presentazione, condotta dalla book-blogger Sara Giorgione, è Giulia Ciarapica a narrare l’origine di questa sua opera d’esordio a lanotiziaweb.it, a cominciare dal titolo: «‘Una volta è abbastanza’ nasce dal fatto che ad esergo del primissimo capitolo, dove è contenuta una sorta di spiegazione generale che esula dalla storia, c’è una frase della scrittrice americana Mae West che dice: ‘Si vive una volta sola. Ma se lo fai bene, una volta è abbastanza’. Abbiamo voluto usare questa frase perché tutti i protagonisti, ma anche i personaggi secondari e gli abitanti di Casette d’Ete in generale, vivono la vita in maniera così intensa ed appassionata che forse una volta potrebbe anche essere abbastanza. L’idea del libro – aggiunge – nasce sostanzialmente dal voler raccontare le Marche, la provincia delle basse Marche. Siamo l’unica regione con il nome al plurale, ma di cui non parla quasi mai nessuno. Alcuni mi chiedono se esiste davvero, un po’ come succede per il Molise (sorride, ndr). Volevamo dare risalto ad un paesino come Casette d’Ete, semisconosciuto ai più, tranne che per Della Valle, che noi scherzosamente chiamiamo ‘il feudatario’ della zona, avendo dato con le scarpe tantissimo lavoro a tantissime famiglie. E si parla proprio anche di scarpe. Sì, è vero che è una saga familiare con intrecci amorosi, rancori, vendette e un rapporto fra sorelle molto importante, ma tutto è tenuto assieme dalla questione del lavoro. Le scarpe non sono semplicemente un oggetto, ma qualcosa con cui si costruisce il proprio futuro. Era l’unica via possibile nella Casette d’Ete del secondo dopoguerra: o si faceva gli agricoltori o si facevano le scarpe».

In queste pagine ci sono netti riferimenti al vissuto dell’autrice: «Questa è una storia di una famiglia che mi è particolarmente vicina, perché è la mia – afferma Giulia -. I protagonisti, Giuliana e Valentino, sono i miei nonni materni. Ho voluto prendere la storia della famiglia a me più vicina per raccontarla senza artificio, ma in realtà è la storia di tantissime famiglie della zona. È l’esempio di quello che hanno realizzato, cioè costruire un piccolo grande impero familiare che va anche a combaciare con la parte professionale. Le scarpe per me sono qualcosa di molto familiare. Tutti in famiglia ne hanno a che fare. Da generazioni, l’odore del mastice è qualcosa che mi appartiene molto». “Una volta è abbastanza” è il primo capitolo di una trilogia, in un progetto nato come tale: «Quando ho proposto questa storia, mi è stato detto di suddividerla in più epoche. Volevo parlare di uno sviluppo, partendo dalla seconda guerra mondiale per arrivare alla fine degli anni ’80, con la nascita del personaggio di Oriana, che sarei io, la quale racconta la storia all’inizio del libro e riprende le fila con il nonno morente, per chiudere un cerchio. Si vuole far vedere l’evoluzione di una regione, come cambiano le persone, in un piccolo centro che non sapeva guardare alla storia con la S maiuscola che accadeva in Italia, ma era focalizzato molto su sé stesso. Un’evoluzione personale e professionale».

Fra i diversi spunti d’interesse emersi in sede di presentazione, vi è l’indiscusso amore di Giulia per le piccole cose. Tutti i personaggi sono inoltre ben caratterizzati, anche quelli secondari, con descrizioni molto incisive. Anche il silenzio che avvolge la vita di quella provincia è raccontato in maniera particolarmente fededegna: «Si sente persino il rumore delle foglie che si staccano dagli alberi. È inquietante!», afferma, con il suo consueto fare ironico, l’autrice. Di non secondaria importanza, all’interno dell’opera, è l’uso del dialetto marchigiano, un espediente che contribuisce a rendere reale il racconto ma che, allo stesso tempo, non ne ostacola la comprensione anche per un pubblico non originario di quei luoghi. Come detto, questo libro è il primo capitolo di quella che promette di essere un’avvincente trilogia. Giulia Ciarapica ha anticipato che l’uscita della seconda parte non avverrà prima di settembre 2020. Non ci resta che augurarle buon lavoro, restando in curiosa attesa.

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