Settembre è un mese di cambiamento, non solo climatico, ma anche di abitudini. Lo è soprattutto per le migliaia di studenti fuori sede che, al termine delle vacanze estive, lasciano il loro paese natale per ritornare nella propria città universitaria. Un vero e proprio esercito in movimento che segue una tratta sempre più consolidata, quella che dal Mezzogiorno porta a Settentrione, con qualche rara ma significativa eccezione di chi ha fatto il percorso inverso.

Dietro i numeri e le statistiche ci sono tante storie di giovani che, se lette, ci possono fornire un punto di vista diverso sul nostro tempo e sulla nostra terra. Per questo abbiamo contattato quattro studenti universitari cerignolani e abbiamo chiesto loro di raccontare, in esclusiva per lanotiziaweb.it, la loro esperienza da fuorisede.

UNA NUOVA VITA

Un aspetto su cui tutti gli intervistati sono d’accordo, probabilmente quello più “umano”, è la difficoltà nell’adattarsi alla vita della città, un contesto totalmente sconosciuto e diverso da quello di partenza. «Il cambiamento più grosso che ho avuto è stato quello di ricominciare da zero dal punto di vista della vita sociale cercando di integrarmi in un ambiente del tutto nuovo ed inesplorato», dice Tea, 19 anni studentessa di Economia a Pescara. «Sicuramente la difficoltà maggiore è quella di doversi adattare a ritmi molto più frenetici – aggiunge Nicola, 21 anni, che studia Ingegneria Biomedica a Milano -. In città devi essere sempre sull’attenti, a differenza della vita di paese che è molto più tranquilla».

Tra le maggiori difficoltà che uno studente fuorisede incontra, ci sono senz’altro il costo della vita e le spese per lo studio. «La vita al Nord è molto più costosa, quindi mi è capitato di andare incontro a difficoltà economiche», spiega Marika, 20 anni, studentessa di Sociologia a Forlì. «Il costo della vita è molto elevato soprattutto per quanto riguarda gli affitti, troppo onerosi per studenti non lavoratori», le fa eco Valentina, che frequenta il corso di Lingue, culture e letterature moderne all’Università di Bari.

Ma ciò nonostante, le famiglie si dimostrano sempre molto resilienti e disponibili nel sostenere gli esborsi economici necessari per i propri figli: «Ho la grande fortuna di avere la mia famiglia, che riesce con sacrificio e impegno a mantenermi senza difficoltà dal punto di vista economico in questa nuova realtà – dichiara Tea -. Vorrei cominciare a trovare piccoli impegni lavorativi per raggiungere pian piano una mia autonomia finanziaria».

UNO SGUARDO AL FUTURO

Con i ritmi talvolta frenetici della carriera accademica è quasi d’obbligo per gli studenti doversi immaginare tra qualche anno nella veste di lavoratori o professionisti. Ma c’è disponibilità a reinvestire la propria formazione nel proprio territorio? Alla buona volontà si contrappone la realtà del mercato del lavoro locale che non offre molte possibilità. La maggior parte degli intervistati preferirebbe continuare l’esperienza altrove: «Mi piacerebbe moltissimo applicare quello che sto studiando qui nella mia terra – racconta ad esempio Nicola -, ma sono consapevole che dovrei lavorare da libero professionista e questo costituisce un deterrente».

IL RAPPORTO CON CERIGNOLA

Come vivono il rapporto con la propria città natale i fuorisede? Nella fattispecie, gli studenti si dividono in due fazioni; infatti c’è chi come Marika ha vissuto come una boccata di aria fresca il cambio di residenza, soprattutto per l’incontro con un modus vivendi diverso: «Per quanto io possa essere legata alla mia terra natìa, preferisco quella dove vivo per il semplice motivo che lì c’è una mentalità totalmente diversa e più aperta che noi qui non abbiamo o che meglio non ci sforziamo di avere. Siamo poco realisti e concreti ma soprattutto non sappiamo accettare un cambiamento». Poi c’è chi, pur apprezzando la vita della città, si sente ancora molto vicino a Cerignola: «Io mi sento e mi sentirò sempre cerignolano anche se mi sono ambientato molto bene nella mia città universitaria – commenta Nicola -. Sia quando sono qui che a Milano cerco sempre di tenere alto il nome della mia città».

Un’appartenenza che si manifesta a cominciare dalla cittadinanza attiva, in primis con l’esercizio del diritto al voto alle amministrative locali. Ha senso però per uno studente fuorisede votare per l’amministrazione comunale di un paese, talvolta lontano anche centinaia di chilometri, e in cui non passano la maggior parte del loro tempo? La risposta è in tutti i casi affermativa: «Penso che votare alle amministrative sia utile, nonostante siano stati rari i grandi cambiamenti nel nostro paese – sostiene Valentina -. Votare preserva i nostri diritti in quanto cittadini e ci permette di sperare in un futuro più florido».

Tuttavia, ciò che gli studenti rivendicano è il diritto a potersi informare e di poter esprimere il proprio voto anche dalla propria città universitaria. Poiché molto spesso, per motivi lavorativi o accademici, non si può effettivamente tornare e poter avere il diritto e il dovere di farlo.