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Parco rurale dell’Ofanto tra degrado e incompiute

Il Parco dell’Ofanto, dopo dieci anni, resta una incompiuta se non una beffa. A sostenerlo è l’associazione ambientalista «Italia Nostra» che, attraverso il presidente della sezione di Canosa, Sabino Lagrasta, sottolinea come la storia del parco naturale sia il resoconto di un doppio sfregio ai danni del fiume Ofanto.

L’ISTITUZIONE Con la Legge Regionale n. 37 del 14 dicembre 2007 fu istituito il Parco naturale del Fiume Ofanto. La legge fu votata a maggioranza dal Consiglio Regionale, con l’astensione dell’opposizione e nessuno contrario. «Ben presto però le associazioni degli agricoltori e dei cacciatori si fecero sentire lagnandosi a gran voce per i vincoli derivanti dal Parco, a loro dire troppo restrittivi. La protesta fu subito cavalcata dalle amministrazioni che chiesero un drastico ridimensionamento. Furono subito accontentati – ricorda Lagrasta – la superficie del Parco dell’Ofanto, dagli iniziali 24.823 ettari fu ridotta a 15.306 ettari. Il parco aveva subito il primo sfregio».

IL CONTROSENSO «Gli stessi sindaci che erano contrari alla istituzione del Parco, allo stesso tempo si mettevano in prima fila per accedere ai finanziamenti comunitari per la valorizzazione del Parco stesso. Il 28 gennaio 2008 i rappresentanti degli stessi undici comuni pugliesi, riuniti a Canosa, firmarono l’adesione al finanziamento con i fondi europei per un progetto chiamato “Le porte del Parco fluviale dell’Ofanto”; il Comune di Canosa fu nominato ente capofila per la sua realizzazione. Il 15 marzo 2010 la Regione approvò un finanziamento di 1,8 milioni di euro».

LE ALTANE Il progetto prevedeva l’installazione di 10 altane (torri) di osservazione situate in posizione panoramica lungo il corso del fiume; la messa a dimora di piante adulte e di siepi lungo i percorsi carrabili, ciclabili e lungo i tracciati interpoderali che conducono al fiume; la costruzione di un impianto di fitodepurazione delle acque reflue urbane dell’abitato di Canosa, in prossimità dell’innesto nel fiume Ofanto, del canale Lamapopoli. I lavori furono ultimati nel settembre 2014 e nel febbraio 2016, le altane furono consegnate ai rispettivi comuni; solo Barletta era stata esclusa per difficoltà tecniche e burocratiche. «Ma queste opere non hanno dato nulla al Parco dell’Ofanto – continua Lagrasta – sotto il profilo paesaggistico, le altane sono dei manufatti costruiti in serie, tutte malamente inserite nel contesto ambientale che le circonda. Emblematica è la posizione di quella col- locata a Canosa davanti al cosiddetto Ponte romano. Si tratta di un elemento estraneo e deturpante, perché situata troppo vicina al manufatto antico e perché interrompe la continuità visiva verso la collina del castello di Canosa; inoltre, per realizzarla, sono stati effettuati lavori di scavo in un’area sottoposta a vincolo archeologico (Regio Tratturo), senza il relativo nullaosta. Purtroppo, nonostante le ripetute segnalazioni, l’atteggiamento della Soprintendenza ai Beni Archeologici e Belle Arti pare essere di totale indifferenza». «Ma la situazione non è migliore per le altre altane che abbiamo visitato, per lo più collocate in posti difficili da raggiungere, senza alcuna segnalazione e quasi sempre sovrastanti il paesaggio fluviale naturale – denuncia Lagrasta -. Tutte le altane sono abbandonate, monumenti alla bruttezza e allo sperpero dissennato del denaro pubblico, già saccheggiate delle pesanti assi di legno che le rivestono. Particolarmente desolante è la situazione delle altane a Margherita, Trinitapoli e Ascoli Satriano: restano solo i ruderi carbonizzati o sradicati. Ma i comuni alle quali erano state affidate e che avevano il compito di custodirle?».

ESSENZE ASSENTI La «distrazione» riguarda però anche le essenze arboree che dovevano valorizzare le vie d’accesso: «anche quelle sparite o ridotte a scheletriche presenze, in via di essiccamento, per totale mancanza di cure – aggiunge Lagrasta – Analogo è lo sconforto per la vasca di fitodepurazione posta in prossimità della confluenza del Canale Lamapopoli, un’infrastruttura finalizzata alla depurazione delle acque reflue urbane e quindi a migliorare la qualità dei processi biologici fluviali. A patto che funzioni. Perché anche qui servirebbe la manutenzione, operazione per la quale l’Acquedotto Pugliese pare chieda un canone annuo di 60mila euro. Al momento, non si sa quale ente debba farsi carico della somma, se il Comune di Canosa o la Provincia Bat, in qualità di Ente a cui è affidata la gestione del Parco dell’Ofanto». Il presidente di Italia Nostra conclude: «non risulta che l’opera, da quando sia stata ultimata, settembre 2014, abbia mai ricevuto ripulitura. Un problema ulteriore, che in fase progettuale pare non abbia minimamente sfiorato nessuno. È una storia di sperpero di risorse con il risultato che l’ambiente fluviale anziché migliorare è stato ulteriormente degradato».

Paolo Pinnelli
La Gazzetta del Mezzogiorno

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