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“La rivoluzione delle Province a fine mese, poi tocca alle Regioni”

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Stiano tranquille le Regioni, le modifiche alla riforma del Titolo V della Costituzione non sono un attacco alla loro autonomia né una controriforma». Però, «i cambiamenti vanno fatti» sostiene il ministro per la Pubblica amministrazione delegato alla Riforme, Filippo Patroni Griffi, e «nel contesto storico e socio-economico che vive il Paese si declinano in opportunità anche per la politica».

Che però in molti casi le avversa… «Ed è per questo che serve un colpo di reni. Anche se siamo alla fine della legislatura la politica può dimostrare, che quando c’è un’opportunità, sa cogliere le sfide nell’interesse del Paese». Già, ma Regioni e Province sono sul piede di guerra per eludere le maglie della legge: come se ne esce? «Beh, intanto il Tar ha sminato questo percorso dai ricorsi di quattro Province, confermando che si può andare avanti».

È l’appello anche del Presidente Napolitano che ha chiesto un «rapido e tempestivo completamento del riordino». Ma fatto il riordino, che gestirà il nuovo Ente? «A fine mese ci sarà un decreto che stabilirà modalità e tempi. Quindi, saranno nominati dei commissari, e si andrà al voto. Per il riordino, infatti, non è che si potesse attendere la naturale scadenza della consiliatura provinciale. Fatta la riforma bisogna partire con il nuovo assetto quanto prima».

Contestualmente alle Province tocca alla Regioni. Alcuni ritengono che il Ddl costituzionale occorra per «salvare» dai rischi di incostituzionalità il decreto «taglia sprechi», è così?  «Assolutamente no. Non c’è nessuna norma del disegno di legge che “copra” i tagli antisprechi. Di più, la nostra iniziativa non nasce sull’onda dell’emotività per gli scandali di questi giorni, ma dall’esigenza di colmare lacune della riforma del titolo V che sia il dibattito politico che alcune sentenze della Consulta aveva evidenziato in questi dieci anni. Tant’è che all’epoca sia Amato che Bassanini avevano manifestato su alcuni aspetti delle perplessità».

Aspetti strategici per il governo, che «minano» l’autonomia secondo le Regioni… «Il nostro intervento non attacca l’autonomia regionale. L’obiettivo è quello di semplificare il rapporto tra Stato e cittadino. Tanto per fare un esempio, oggi le regole per ottenere un permesso per costruire variano da regione e regione e questo non ci rende un Paese moderno. Ecco, con la riforma lo Stato farà le leggi nazionali e dentro quelle cornici le Regioni indicheranno le modalità amministrative. Inoltre anche negli stati federali materie come energia e grandi infrastrutture sono di competenza esclusiva dello Stato centrale».

E crede che con i pochi mesi che ha davanti questo esecutivo, il Ddl costituzionale diventerà legge? «Ci voglio credere; anche nei colloqui con le forze politiche ho colto la consapevolezza che questo cambiamento è necessario e avviato».

Un cambiamento semmai solo ideologico per ora, viste le inchieste giudiziarie: cosa ne pensa? «Penso che Monti abbia riassunto al meglio il comune sentire di tutto il governo: sono situazioni inqualificabili. Voglio aggiungere che per combattere efficacemente e stabilmente la corruzione occorre la repressione ma anche la prevenzione. Tutti i nostri provvedimenti vanno in questa direzione: semplificazione e soprattutto dare maggiore trasparenza possibile. Per esempio, è necessario pubblicare periodicamente le dichiarazioni patrimoniali dei politici e degli amministratori in modo che i cittadini possano giudicare che quel loro rappresentante non si è arricchito ingiustificatamente nello svolgimento dell’incarico».

Crede che possa essere sufficiente? «L’approccio prima che giuridico è di carattere etico. Ogni norma può essere elusa. Ma se si eliminano i troppi centri di spesa forse il percorso è più semplice. E le nostre riforme, ma anche quelle che lasceremo per l’avvenire sono tasselli importanti di questo processo. Le modifiche al titolo V della Costituzione vanno in questa direzione».

Sì, ma riordinate le Province non crede sia l’ora anche delle Regioni? «Il riordino dei territori dovrebbe riguardare tutto. La nostra è una riforma mirata a ciò che in questa fase è possibile realizzare. È l’inizio di un percorso».

Anche lei quindi pensa a tre macro regioni? «No. Io credo che per il futuro si possa ripartire da un studio della Fondazione Agnelli di circa venti anni fa e che ipotizzava dodici Regioni. In realtà le Regioni devono tornare ai compiti per le quali erano state create: attività legislativa e di programmazione. Inoltre, sempre in prospettiva, le funzioni amministrative andrebbero affidate prevalentemente ai Comuni. Ma 8100, di cui i due terzi sotto i 15 mila abitanti, sono troppi. E quindi è chiaro favorirne l’aggregazione. È in questa logica che abbiamo attribuito alle Province funzioni di “area vasta” intermedie tra quelle delle Regioni e dei Comuni. Le prossime settimane sono decisive per il processo di modernizzazione del Paese». (tratto da lastampa.it – di Paolo Festuccia)

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