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    Fiera, Vendola a Monti: «Dobbiamo offrire un futuro migliore!»

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    “Molte delle cose fatte credo abbiano sofferto di angustia se prese tutte insieme, ma hanno permesso di evitare che l’Italia avesse un tracollo forse per lungo tempo irreversibile, e con essa l’Europa”. Lo ha detto Mario Monti nel suo discorso alla Fiera del Levante a Bari. “Preferisco – ha sottolineato il presidente del Consiglio – che l’Italia abbia conseguito l’obiettivo di schivare il precipizio ed essere una forza viva a creduta, non so se credibile, dell’Europa anche a prezzo di grandi, severi sacrifici per i cittadini e le imprese”. Alcune “espressioni di critica che vengono rivolte all’azione del governo in parte le condivido io stesso – ha affermato tra l’altro il premier – O meglio, le condividerei se dimenticassi per un momento quale era, e tuttora in parte è, la sfida che ci siamo trovati ad affrontare”. “E’ vero che la ripresa non si vede nei numeri, salvo qualche barlume – ha osservato – ma invito a constatare che la ripresa, se riflettiamo, è veramente dentro di noi ed è alla portata del nostro Paese”. “L’Italia è già ripartita”, ha evidenziato il presidente del Consiglio invitando però la stampa a non prendere l’affermazione come “bollettini di istituti di statistica”. Ed ha spiegato: “Se guardiamo ad un anno fa, all’inaugurazione della Fiera del Levante, rischiavamo di essere travolti da una crisi come è avvenuto al di là del mare. Questa prospettiva quest’anno è stata allontanata decisamente”.

    “La crescita è l’obiettivo centrale del governo” ha scandito il professore, indicando quali sono le direttrici sulle quali ha agito l’esecutivo fin dall’insediamento. “Si è sostituita alla pioggia di finanziamenti di natura emergenziale una ragionata individuazione di poche priorità. Sul punto dell’assistenzialismo nefasto, voglio essere chiaro: la crescita non nasce nel Sud, come in qualsiasi altra parte del mondo, da soldi pubblici pompati in un tubo”, ha messo in chiaro. La crescita “è il frutto di un’economia e di una società che funzionano. Bisogna abituarsi alla competitività, a investire in innovazione e ricerca. Quello che facilita la crescita è certamente l’istruzione, come la qualità dei servizi sociali e welfare. Questi elementi, nel Mezzogiorno, non sono particolarmente presenti. Attuare questi processi è ancora più importante che mettere soldi”. Ed ha avvertito che “non sarà possibile innescare una crescita duratura” senza contare sul “potenziale immenso” e sulle “conoscenze possedute dai giovani”. Giovani che oggi sono “una componente inutilizzata o sottoutilizzata, demoralizzata, del capitale intellettuale del Paese, specie qui nel Sud”. (ADN)

    E sul tema Puglia e sulla sua storia recente invece, Nichi Vendola indica la strada percorsa e da percorrere. Di seguito il discorso integrale del Governatore.

    “Il silenzio del Sud e i rumori del Nord hanno accompagnato anni di scomposizione del corpo civile e sociale del Paese, lo sfibramento di un racconto condiviso, di un’ambizione comune, di una missione capace di dare all’Italia e alla sua collocazione geopolitica la cifra culturale di un grande progetto euro-mediterraneo. Qui, come altrove nel vecchio continente, è andato in scena il copione delle piccole patrie, di un moderno tribalismo alimentato dalla paura della globalizzazione e delle sue incognite. Il sogno di Altiero Spinelli si è ridotto alla forma prosaica di una moneta oggi sotto assedio. Ma un Euro senza Europa, senza una forte soggettività politica continentale, senza istituzioni democratiche robuste, non ha potuto farsi scudo e ripararci dagli artigli degli speculatori. La fragilità politica si è presto trasformata in vulnerabilità economica. La retorica dell’Unione ha lasciato rapidamente il posto all’egoismo miope degli Stati nazionali e agli effetti regressivi delle predicazioni nazionalistiche. In questa scena siamo collocati, qui dobbiamo svolgere la nostra parte. Certo, stenta a nascere quella “nuova stagione del dovere” evocata proprio da chi con i piedi ben piantati sulla terraferma di Puglia cercava di scrutare oltre i confini del mare, per cominciare ad elaborare una idea più evoluta delle relazioni tra i popoli e le culture. Da chi proponeva la politica come antidoto alla barbarie. Oggi viceversa troppo spesso la politica seppellisce le proprie ambizioni o cercando la scorciatoia dell’urlo populista o nella gestione elettorale dei localismi, dei corporativismi, dei conservatorismi, tanto da proporsi talvolta obiettivi illusori e assai pericolosi: non si tratta di disfare l’euro, bensì di salvare e rifondare l’Europa, di costruirla non secondo le ricette di un monetarismo asfittico, sotto dettatura di quella finanza opaca che cerca di etero-dirigere le istituzioni politiche e che sta divorando come un cannibale l’economia reale e il mercato, ma di tessere la tela culturale e istituzionale di un immenso e ricchissimo crocevia di storie di emancipazione e di libertà: l’Europa che amiamo è quella sgorgata dalle viscere di guerre e rivoluzioni, quell’idea di convivenza matura fondata sullo Stato di diritto e sulle libertà individuali, sulla solidarietà e sul culto dei diritti umani, sul Welfare e sulla civiltà del lavoro. Noi abbiamo cercato di essere, in questo lembo di Mezzogiorno, un luogo che si percepiva e si narrava come Euro-mediterraneo, fuori da ogni tentazione di secessione nella demagogia di una periferia che gonfia il petto e maledice il diavolo del centralismo. Abbiamo cercato di ricordare all’intelligenza del Paese, spesso inquinata dai leghismi, che il Sud è più complesso e più ricco di quanto non dicano le rozze caricature o i luoghi comuni un po’ razzisti che hanno fatto breccia in settori significativi della cultura dominante. Il Sud non è un tutto omogeneo, non è un ciclopico cono d’ombra che risucchia e oscura civismo e senso dello Stato, non è solo mafia e parassitismo. Abbiamo potuto costatare quanto pernicioso sia indulgere in questi stereotipi, per poi avere l’amaro risveglio di un Nord infiltrato in lungo e in largo dai clan e dalla violenza criminale. C’è un Sud che vuole usare persino la crisi come occasione per ripensarsi e scommettere sull’innovazione, sul cambiamento necessario, sul bisogno di scrollarsi di dosso vecchie mentalità e indolenze culturali. C’è un Sud che sente il dolore sociale, la fatica di vivere, la domanda persino disperata di lavoro di quelle giovani generazioni ingabbiate nei circuiti lividi della precarietà, ma che non chiede elemosine o ammortizzatori sociali: non si può e non si deve ammortizzare il futuro come se fosse una minaccia, lo si deve accogliere come una promessa. Ciò significa tornare ad investire quantitativamente e qualitativamente su formazione, educazione, cultura, ricerca, recuperando capacità di ascolto delle competenze e delle passioni di chi vive nella scuola e nell’Università. Nella mia regione lo abbiamo fatto con risultati straordinari, promuovendo esperienze d’avanguardia che hanno riguardato ogni ordine e grado degli apparati formativi. E se capita che il Politecnico di Bari risulti al primo posto nella classifica delle eccellenze accademiche, non si cancelli questa notizia dalle cronache. Contro la crisi noi chiediamo politiche pubbliche di sostegno alle imprese, in un nuovo disegno di politica industriale che sappia fare i conti con il diritto alla salute e all’ambiente: sulla scena dell’Ilva non c’è solo Taranto e i suoi affanni, ma il rendiconto di una lunga storia sociale che riguarda l’intera nazione. Se il confronto fosse tra industrialismo cieco e ambientalismo fondamentalista, non si riuscirebbe ad intravvedere alcun vincitore all’orizzonte: perderebbero tutti, in una tragica giustapposizione tra lavoro e ambiente. Su questa sfida la Puglia ha visto l’unità e lo spirito di collaborazione di un’intera classe dirigente, senza distinzioni tra le coalizioni politiche e con il contributo prezioso della concertazione con i sindacati e con le forze sociali. Non posso non sottolinearlo come un fatto straordinario: in questa nostra regione una contrapposizione elettorale di speciale veemenza non ci ha impedito di concentrarci, insieme, sul bene della nostra comunità. Dico grazie ai miei compagni e dico due volte grazie ai miei avversari. Nel vuoto del legislatore nazionale abbiamo qui, fin dal 2008, prodotto innovazioni normative di rilievo: per l’abbattimento delle diossine, del benzopirene, delle polveri sottili, abbiamo imposto, primi e unici in Italia, un parametro inedito quale quello della “valutazione di danno sanitario” con cui occorre monitorare le aziende affinché siano obbligate ad adeguare i propri impianti. Ora tocca all’Ilva giocare in prima persona la partita decisiva, quella della vita: la vita di una città che ha diritto di respirare, di lavorare, di raccontare al mondo non più i propri incubi ma la propria bellezza. Insomma, l’ecologia non è un congedo dall’economia – questo penso io: ma è la sfida di una nuova economia che usa gli strumenti dell’innovazione per coniugare profitto privato e profitto collettivo, i bilanci aziendali con i bilanci della qualità dell’aria, dell’acqua, del cibo, della salute. Per questo esprimiamo il nostro dissenso radicale contro l’autorizzazione delle prospezioni geofisiche nei fondali adriatici e siamo pronti a tutto per impedire che le Isole Tremiti e la nostra costa possano conoscere lo sfregio delle trivelle. Noi qui siamo i primi produttori nazionali di energia da fonti alternative, con 2.186 megawatt di fotovoltaico, 1.393 megawatt di eolico, 228 megawatt di bioenergie: e dunque noi non siamo quelli della “sindrome di Nimby”, ma no