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    Francesco Baccini si racconta a Lanotiziaweb | Video

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    Ha scritto canzoni ironiche, ficcanti, taglienti. Per lui potremmo coniare la definizione di cantautore satirico, visto il grande successo dello storico album “Nomi e cognomi“ del 1992. Ma Francesco Baccini non è solo questo. E’ uno che ha saputo e sa ancora trattare i sentimenti con verità: da “Le donne di Modena” a “Maschi contro femmine”, è riuscito a dipingere il proprio pentagramma, senza mai scadere nel banale. Lo incontriamo a cavallo tra le soddisfazioni americane e la vigilia di un viaggio lungo la muraglia cinese nel caffè letterario di ExOpera, dietro le quinte della “IV Fiera del libro, dell’editoria e del giornalismo” in cui, ospite della serata di chiusura, si è esibito in una conversazione parole e musica “Da De Andrè a Tenco” con il regista Cosimo Damiano Damato. Ci confida di essere alle prese con il secondo capitolo del disco che nel ‘92 gli regalò il grande successo commerciale grazie a brani scomodi come “Giulio Andreotti” e “Radio Maria” e si prepara a duettare con Cui Jian, il Bob Dylan d’Oriente. Prima di lui era toccato a Mick Jagger. Cantautore, forse l’ultimo della scuola genovese, tra i più eclettici nel panorama musicale italiano, con il suo  primo album “Cartoons” venne premiato con la “Targa Tenco” come miglior opera prima ma è il secondo album “Il pianoforte non è il mio forte” che inaugura il periodo delle collaborazioni con altri artisti grazie al suo amico De Andrè e nel 2012 con il cd “Baccini canta Tenco” vince il premio Lunezia e riceve la seconda Targa Tenco.

    Quanto hanno contato nella tua carriera artisti del loro calibro?  

    «Ho incontrato De Andrè e Tenco lungo il mio percorso, per caso, da bambino. Avevo 12 anni quando dei miei cugini più grandi mi prestarono dei loro album. E lì fu amore a primo ascolto. Sono stati per me maestri, amici, ispiratori. Ho cominciato a frequentare la casa di Fabrizio quando era ancora considerato un artista di nicchia, quando “stava sotto” gente come Nilla Pizzi e Claudio Villa (senza offesa eh…), quando mi telefonava depresso per dirmi che per la prima volta nella sua carriera avevano cancellato alcune date del suo tour per carenza di pubblico. E’ stato solo dopo la sua morte che è diventato improvvisamente ‘”nazional-popolare”. Tutti si vantano di essere stati suoi amici, anche se a frequentare la sua casa eravamo in pochi, pochissimi. Anche il suo celebratore per antonomasia, Fabio Fazio, uno di quelli a cui Fabrizio quando vedeva in tv lanciava le ciabatte contro».

    Cosa significa per te essere cresciuto a Genova?

    «Tanto, tantissimo. Noi genovesi l’arte, la passione, la voglia di andare controcorrente e di smontare tutto ce l’abbiamo nel sangue. Genova è una terra fertile di artisti. Penso a Paolo Villaggio, a Grillo quando faceva ancora il comico, a Gilberto Gobi, Alessandro Gassman, Alberto Lupo, a quel Pietro Germi che vinse l’Oscar. Da loro ho ricevuto un’eredità artistica enorme e soprattutto la capacità critica, la tendenza a non prendere niente come ti viene dato».

    Una delle più importanti compagnie di danza a livello mondiale (Broadway Fusion Contemporary Dance, ndr) ha scelto alcune tue canzoni e se l’è portate in tournée!

    Una grossa soddisfazione che mi ha permesso di farmi conoscere in giro per il mondo con tre miei brani, anche nella veste di pianista e, quindi, di compositore. La cosa più bella è che ancora oggi tante compagnie mi chiamano per poter utilizzare “Lunatika”, una di quelle tre canzoni.

    Come è cambiata la musica oggi?

    «In peggio, o forse poi non è così cambiata. C’è sempre stata da un lato la musica nazional-popolare, le belle canzonette di scarsa qualità, e dall’altra la musica indipendente, impegnata, considerata di nicchia. Anche negli anni ’60 era così. Tenco e De Andrè non se li filava nessuno mentre a vincere Sanremo erano Nilla Pizzi o Jonny Dallara. Le cose sono cambiate solo negli anni ’70 con le radio libere che hanno permesso di far conoscere il cantautorato di qualità ad una platea più vasta. I cantautori erano un fronte contro il potere. Oggi sono prodotti commerciali sfornati dai talent. Degli ‘usa e getta’ asserviti al potere. Ecco si è tornati in una parabola discendente in cui a decretare il successo di un brano o di un artista piuttosto che di un altro non è il pubblico ma le radio. Sono loro a decidere quali canzoni passano. Su 30 brani, 15 sono straniere e solo il resto sono italiane e di certo non sono solo la Pausini o Jovanotti a fare musica. Ormai far passare una canzone in radio è come comprarsi una pagina del Corriere della Sera. Basta pagare».

    Talent Show: quali segui e cosa non ti piace?

    «Non mi vanno molto a genio ma credo che ci debba essere spazio per tutto, il problema vero è che quel tutto, nei fatti, non c’è. In giro c’è tanta gente che non si conosce, perché in Italia è tutto ancora governato dalla tv. E’ l’immagine che conta non la musica».

    Però un talent l’hai fatto. Oggi rifaresti “Music Farm”?

    «No. Per me è stato un errore che non mi ha dato nulla né artisticamente, né umanamente. Credevo di usare la tv, invece la tv ha usato me. Certo ho guadagnato dei soldi e visibilità, ma credevo potesse essere un’esperienza più interessante, stimolante. Era una vita in cattività in cui c’era spazio per tutto tranne che per la musica. Anche la storia con Dolcenera di cui si è parlato fino allo sfinimento è tutto falso. Con lei non ci ho mai preso manco un caffè. Ricordo che gli autori mi suggerivano che mi fissava e parlava sempre di me interessata ed io come un bambino ho finito col crederci. Da lì ci hanno ricamato il resto».

    Hai vinto la Targa Tenco nel 1989 e nel 2012: adesso quel Premio va ad un orientale, tale Cui Jian.

    «Cui Jian è un grande artista: ha portato il rock in Cina, oggi può essere considerato il Bob Dylan cinese. Ha scritto un pezzo che nella versione inglese s’intitola “Nothing in my name“ che è diventato l’inno di Piazza Tienanmen. Un suo concerto riuscì a radunare circa un milione di persone, una sorta di Woodstock cinese, andando contro il governo cinese e subendone le conseguenze e nel 2006 ha addirittura duettato con i Rolling Stones, nel primo concerto in Cina di una una rock band».

    Adesso cosa farai?

    «Dal 20 al 30 ottobre farò cinque concerti in Cina, mentre il 4 dello stesso mese sarò con Cui Jian al Premio Tenco: duetteremo sul brano che ho citato prima, io canterò in italiano e lui nella sua lingua».

    Nel primo volume di “Nomi e cognomi” hai raccontato Venditti, Maradona, Andreotti, Radio Maria: adesso chi dovrà tremare?

    «Non posso anticiparti nulla. Il nuovo album credo uscirà nel 2014, ma non parlerò di cantanti, i miei colleghi stavolta possono stare tranquilli. Sto scrivendo tanta roba. C’è tanto da dire!».

    2 COMMENTS

    1. Scusate, ma come potete scrivere Gilberto Gobi e Jonny Dallara? Sono pezzi importanti del teatro di varietà e della musica italiana. E’ assurdo sbagliarne i nomi così!

      • Mea culpa. Mi scuso sinceramente. Ma credo sarebbe stato più grave, per una che nella vita vorrebbe fare la giornalista, sbagliare un congiuntivo o, peggio, distorcere e travisare le dichiarazioni dell’intervistato.

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