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    Michele Vino e il suo Vietnam | Intervista

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    Da sempre l’arte affascina per le sue naturali capacità di comunicazione e gli scatti fotografici di Michele Vino, esposti in una mostra all’ExOpera fino al 13 ottobre, mettono in luce, con la loro immediatezza, un volto alternativo del Vietnam. I colori vivaci, i volti sorridenti pieni di luce catturati nella loro quotidianità, testimoniano come questo paese non sia soltanto il triste ricordo di uno degli orrori che nell’ultimo secolo ha tormentato il nostro pianeta, ma anche un paese che ha saputo riscattarsi e rialzarsi con fierezza. Questo è ciò che raccontano le 22 fotografie esposte, “L’altro Vietnam”. L’allestimento della mostra, curato dall’architetto Raffaele De Filippis e dal designer Giuseppe Schiavone, si concretizza in una camera oscura riadattata al concetto di tenda, ritrovando sulle pareti nere le fotografie messe in risalto da punti luce. Queste fotografie non hanno bisogno di particolari introduzioni da parte dell’autore, si raccontano da sole, è come ritrovarsi in una sorta di verismo letterario. In tanti hanno partecipato alla realizzazione della mostra partendo dai numerosi sponsor fino ad arrivare a ragazzi che hanno partecipato alla sua realizzazione pratica. «Senza di loro non sarei mai riuscito ad organizzarla», ammette l’autore ringraziando tutti coloro che hanno partecipato e appoggiato questa iniziativa. Le fotografie sono in vendita e il 25% del ricavato sarà devoluto all’associazione no profit “Care The People” che si occupa di progetti internazionali in paesi come la Cambogia, il Laos, il Vietnam.

    Come è nata la tua passione per la fotografia? «Appassionarsi alla fotografia è molto semplice, ma la fotografia sa essere anche complicata perché diventa una ricerca infinita dell’obiettivo giusto, della fotocamera giusta. Sono per lo più autodidatta anche se ho frequentato un corso di fotografia a Pesaro. Non mi sono mai interessati i paesaggi o i tramonti, ciò che mi è sempre piaciuto fotografare è la gente con i loro sguardi».

    Cosa vuoi comunicare con questa mostra? «Spero che la fotografia che faccio non sia una forma d’arte da comprendere o da decodificare. Sono immagini abbastanza immediate, anche abbastanza semplici a livello di messaggio, di composizione. Non è un’arte concettualista, è abbastanza verosimile. Mi è piaciuto molto che a Cerignola le mie fotografie siano state viste e apprezzate non solo dagli intenditori, ma anche da chi ho incontrato per strada e magari ha solo la prima elementare. Questa è stata la mia soddisfazione più grande perché penso che la cosa importante sia comunicare un messaggio universalmente comprensibile. Mi piacerebbe che avesse un fine didattico, ma per essere didattico deve essere compreso da tutti, altrimenti che didattica c’è dietro la fotografia?».

    Perché la scelta è ricaduta sul Vietnam? «Io volevo viaggiare, questo desiderio lo avevo da un po’ di tempo. Il Vietnam l’ho scelto perché, rispetto a tanti altri posti come la Cambogia o il Laos, conoscevo la parte storica di questo territorio e la grande resistenza bellica del suo popolo. Ho scelto il titolo “L’Altro Vietnam” in base alla presentazione del giornalista Michele Cirulli per questa mostra, l’ho scelto perché si allontana dall’immagine di questi bianchi e neri abbastanza drammatici che raccontano e presentano la guerra. Anche in questa mostra ho inserito delle immagini in bianco e nero, però sono solo tre su ventidue, e le altre risultano molto colorate. Il colore è un mezzo per presentare un Vietnam diverso che non è fatto di dolori e stragi, ma immagini di vita come ad esempio la fotografia dell’allattamento».

    Ti piace fotografare le persone e i loro sguardi. A te cosa hanno suscitato? «Molte volte alcune cose ci affascinano, ma non sappiamo neanche il perché. Il filo conduttore degli sguardi è una cosa che ritrovo, ma non ho ricercato. Mi sono fatto affascinare sul campo, non sono partito con quest’idea. Una volta lì, però, ricercavo i loro sguardi perché una cosa che mi è piaciuta molto è la loro fierezza. Sono persone fiere, infatti come si può notare dalle foto loro guardano senza paura dell’obiettivo, anzi spesso erano contenti di essere fotografati. Se penso a come siamo diversi noi, a tutte queste leggi sulle liberatorie, alla privacy assoluta, a questa nostra estrema chiusura. Noi abbiamo sempre la paura di come possa essere usata la nostra immagine che in Vietnam non c’è. La non chiusura si vede anche nell’essere ospitali con chi non si conosce, ad esempio questa signora (riferendosi ad una sua fotografia in mostra) mi stava invitando in casa sua a prendere un the».

    Quanto la guerra ha segnato e segna ancora la quotidianità di un vietnamita? «Non ho trovato grandi segni della guerra. Io li avrei potuti ritrovare da turista nel carattere della gente, ma mai nessuno mi ha allontanato nonostante per loro fossi un “americano”, in quanto non vedono differenza tra gli occidentali. Nessuno ha mai parlato della guerra e quelle poche volte che ho chiesto mi hanno accennato qualcosa senza mai raccontarmi nulla di approfondito. Se proprio devo trovare un segno della guerra, questo segno è sempre la loro estrema fierezza. Vogliono mostrare chi sono e cosa sono riusciti a fare contro nemici che possono essere definiti mastodontici».

    Per cinquanta giorni ti sei immerso in una nuova cultura. Sapresti mettere a confronto la cultura italiana con quella vietnamita? «In Vietnam vivono ancora degli aspetti che abbiamo vissuto anche noi se andiamo indietro nel tempo. L’uomo rispetto alla donna ha dei privilegi. Lavora meno, mentre la donna lavora molto nelle campagne. Puoi trovare spesso un uomo seduto al bar che beve qualcosa, ma è praticamente impossibile trovare una donna. La donna non può fumare e non può bere perché culturalmente non risulterebbe una “buona donna”».

    Quali emozioni e esperienze hai portato con te in Italia? «Mi ha fatto rivalutare le numerose relazioni umane che avevo intrapreso superficialmente, infatti sto cercando di impegnarmi seriamente nel rafforzare quelle più importanti, che si tratti di famiglia, amicizia o amore. Ho portato con me anche la tranquillità, le cose pesano di meno quando penso che lì i bambini di 5 anni portano a pascolare i bufali».

    Prossimo viaggio? «Purtroppo i viaggi costano. Sicuramente vorrei vedere il Medio Oriente, prima di ritornare nella parte orientale. Sono quei posti che ancora consideriamo pieni di soli estremisti, i cosiddetti kamikaze. Le loro bellezze ancora non le conosciamo per via di questa nostra cultura un po’ parziale».

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    2 COMMENTS

    1. Bravissimo Michele, le tue foto sono molto eloquenti e suscitano grandi emozioni.
      Sei grande! Continua ad emozionarti e ad emozionarci.

    Comments are closed.

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