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Cerignola, Franco Metta condannato ad un anno

Franco Metta
Franco Metta

Franco Metta condannato. Questa la notizia che sta facendo parlare la città dopo che lo stesso leader del MP La Cicogna l’ha resa nota nella serata di domenica scorsa durante il comizio del movimento e dopo che diverse indiscrezioni sulla sentenza sono state diffuse sul web. Un racconto edulcorato quello che Metta ha offerto agli ascoltatori, rendendo noto di esser stato giudicato per aver detto («credo fosse il 1993/1994» afferma Metta, invece si tratta del 2009, ndr) ad un magistrato di non esser disposto a prendere da lui lezioni di diritto. La sentenza però, la n. 1165 del 17 dicembre 2013, dice altro. E precisamente condanna ad un anno di carcere (con pena sospesa) più pagamento delle spese processuali, il leader cicognino per «comportamento intemperante nei confronti del Presidente del Collegio e del P.M. (si tratta di Elena Carusillo e Giuseppe Gatti, ndr)» perché ha offeso «l’onore e il prestigio degli stessi, alzando la voce in tono particolarmente aggressivo e sovrapponendo la propria voce a quella degli altri; in particolare rivolgendosi al presidente affermava “lei ha consentito al Pubblico Ministero di fare tante volte la domanda fino a quando quel signore (l’assistito dell’avv. Metta, ndr) non ha detto il nome di [] e io ho avuto la fortuna di anticiparlo».

I FATTI Pomo della discordia sarebbe il modus di condurre l’interrogatorio, per Metta «inteso a favorire il Pubblico Ministero», «tutt’altro che irrituale» a leggere la sentenza. L’avvocato cerignolano incalza: «Presidente non intendo essere svillaneggiato da questo modo di condurre il dibattimento. Veramente mi oppongo a  questa cosa. Faccio tutte le proteste di questo mondo, il Pubblico ministero ci sta provocando». Il P.M. invece, a legger la sentenza, ha semplicemente svolto, come da prassi, il suo compito. «L’aver poi rivolto il P.M. al teste più volte la domanda sino ad ottenere il nome del Omissis quale implicato, integra una condotta processuale tutt’altro che irrituale, essendo certamente consentito alle parti di soffermarsi a stimolare la memoria dei testi, con il solito limite, qui certamente non violato, della suggestività». Ma i fatti non terminano qui. Metta aggiunge: «se Lei – all’indirizzo del Giudice – rifiuta di rimproverare e mettere al suo posto il Pubblico Ministero perché ha dei problemi particolari, me lo deve dire. Io la ricuso. Va bene? Se lei non è in grado di dire al P.M. di rispettare il codice io le chiedo di abbandonare questo dibattimento». A far da corollario poi tutto quanto accaduto in quegli istanti. «Dapprima – sempre Metta – invitava urlando […] tutti i difensori ad abbandonare l’aula in segno di protesta e successivamente non avendo sortito tale effetto offendeva gravemente gli avvocati presenti, accusandoli di non svolgere in modo adeguato il loro compito, di non ribellarsi affermando, in modo da essere udito dagli imputati e dai loro familiari, “se non ci sto io qua fanno quello che vogliono”».

metta_sentenzaIl secondo tempo della partita è rappresentato da ciò che afferma Metta davanti al giudice: «L’odierno imputato, nel corso del proprio esame in questo dibattimento, ha esplicitamente ammesso tali circostanze riconoscendo espressamente di aver in tal frangente perso la padronanza del linguaggio, di aver avuto torto marcio nel modo di esprimersi e di aver avuto una reazione eccessiva rispetto all’andamento di quel dibattimento», mentre il 3 settembre scriveva in una nota comparsa sul sito web del movimento «sono tuttora convinto di non averlo offeso, ma di aver espresso una mia convinzione».

IL PERCHE’ DELLA CONDANNA Si legge: «Egli insultò in primo luogo le funzioni, la professionalità e la persona del Magistrato e del P.M. presente in aula, tacciato di agire al di fuori e contro le norme del codice di rito e, per di più, di adottare una condotta deliberatamente provocatoria nei confronti dei difensori, nonché trattato come una sorta di  domestico ‘da mettere al suo posto’. Tali offese, inoltre, furono ulteriormente aggravate dal mezionato espresso riferimento effettuato nell’occasione dal Metta all’asserita villaneria della condotta dei magistrati di quel dibattimento, così da coinvolgere anche la stessa educazione personale. In secondo luogo, egli insultò le funzioni, la professionalità e la persona del Presidente del Collegio giudicante, tacciato espressamente di vera e propria incompetenza ed incapacità di gestione dell’udienza, con esplicito riferimento ad eventuali e non meglio specificati”problemi particolari” ostativi in tal senso, nonché tacciato esplicitamente di avallare la succitata condotta del P.M. di asserita violazione del codice di rito e, per conseguenza, invitato expressis verbis dal Metta addirittura ad abbandonare il dibattimento». Inoltre si fa riferimento all’inizio dei fatti «allorquando il Pm, lungi dal rivolgere più volte la medesima domanda al teste, gli aveva semplicemente chiesto un chiarimento: ciò dimostra la gratuità e l’infondatezza della sterile polemica del Metta sin dal suo inizio». E si definisce «sceneggiata» e «sfuriata» quanto messo in scena dall’avvocato: «un chiaro, consapevole e deliberato tentativo di mettersi in mostra, davanti ai vari imputati detenuti, come unico avvocato agguerrito e capace a scapito di colleghi e magistrati».

LA REPLICA DI METTA «Racconto pubblicamente questo fatto, del tutto privato – scriveva Metta lo scorso 3 settembre -, perché un importante (im)prenditore di Cerignola e alcuni suoi servitorelli sciocchi del centro destra sperano che questa vicenda porti alla mia incandidabilità a Sindaco. La legge, se sapessero leggere, non prevede una conseguenza del genere e, dunque, io mi candiderò a Sindaco […]. Non mi pare che questa disavventura del tutto personale e professionale mi neghi agli occhi dei Cittadini della mia Città la dignità di rappresentarli, se lo vorranno, quale Sindaco. Non ho rubato, nè truffato, nè imbrogliato, nè tenuto condotte che mi rendano indegno. Ho semplicemente polemizzato con un Giudice. Sono tuttora convinto di non averlo offeso, ma di aver espresso una mia convinzione. Porto a pubblica conoscenza questo evento, perché non credo di aver nulla da nascondere e tanto meno di cui vergognarmi».

LA ‘VANA’ TEORIA DELL’INCANDIDABILITA’ Una teoria piuttosto fantasiosa quella che vorrebbe Franco Metta, a seguito di tale sentenza, incandidabile. Nessuna connessione con la Legge Severino, né tantomeno la presenza di un reato strettamente legato alla politica. Ha ragione Metta quando afferma di non aver «tenuto condotte che mi rendano indegno» nel svolgere il ruolo il Sindaco. Di contro però viene da chiedersi come mai l’avvocato non racconta dal palco e dal web tutta la verità sulla sentenza. Così come è giusta pratica per Metta mostrare i documenti ufficiali a prova di quanto dice, sarebbe stato forse il caso di raccontare i fatti realmente accaduti (o di pubblicare la sentenza o parte di essa, ndr) e non sminuire l’accaduto nascondendosi dietro la storia delle ‘lezioni di diritto’.

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