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La jihad in casa: tra indizi, suggestioni e contromisure

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Stefano Campese
Avvocato e giornalista. Già corrispondente da Cerignola per 'il Corriere del Sud' e per 'il Quotidiano di Foggia'. E' tra i fondatori dell'associazione OltreBabele e coordinatore del locale sportello di Avvocato di strada. La rubrica "Articolo 3" è ospitata anche sul sito web www.avvocatostefanocampese.it

L’ospitalità che diventa avversità, l’accoglienza che fa rima con diffidenza, lo straniero che passa per nemico. Il nemico in casa. Sono tutte costruzioni, dinamiche e sovrastrutture che le società di ogni tempo e di ogni luogo hanno vissuto. Già dal punto di vista etimologico l’ambivalenza dell’ospitalità viene sancita dall’ambigua radice: la parola “ospite”, infatti, deriva dal latino hospes, che a sua volta condivide la radice con hostis, nemico. Ospite e nemico allo stesso tempo. Sembra aver trovato nuova linfa, negli ultimi tempi, una tale radice semantica: la pietas umana, naturalmente scaturita a seguito di alcuni tragici eventi, come le morti dei migranti nel Mediterraneo, lascia presto lo spazio alla paura e alla diffidenza. Il tutto mentre alcuni fatti di cronaca alimentano un senso d’insicurezza, oggettivo e per certi versi comprensibile. Se le società moderna ha come suo tratto distintivo quello dell’insicurezza, è altrettanto vero che l’insicurezza che si trasforma in paura rischia di far sprofondare l’era moderna negli abissi di un Medio Evo politico, culturale e relazionale. Ma cosa è accaduto, a cominciare dal nostro territorio, in questi ultimi tempi, per farci sentire, sempre più, assediati e vulnerabili, tanto da avere la percezione di esserci portati la jihad in casa?

Andria: la condanna di un giudice scortato.  Una cellula del terrorismo islamico internazionale nel grande centro del Tavoliere pugliese. Questa volta la verità storica non è frutto di suggestioni o dicerie: viene suggellata da una sentenza del Gup di Bari del settembre del 2014. Cinque le  condanne totali, emesse a seguito di un giudizio abbreviato che ha visto come imputato principale l’Imam tunisino della moschea di Andria, condannato a 5 anni e due mesi di reclusione, mentre agli altri quattro sodali veniva inflitta una pena pari ad  anni 3 e mesi quattro.  Secondo l’accusa gli imputati «cooperavano nell’attività di proselitismo, di finanziamento, di procacciamento di documenti falsi, tenevano i contatti con altri membri dell’organizzazione, disponibili al trasferimento in zone di guerra per compiervi attività di terrorismo». Stando alle indagini dei carabinieri del Ros, coordinati dai pm Renato Nitti ed Eugenia Pontassuglia, il gruppo terroristico islamico incitava alla jihad e al suicidio e aveva organizzato campi di addestramento militare lungo le pendici del vulcano Etna, in Sicilia. In virtù di quella sentenza, al giudice estensore della sentenza, Antonio Diella (originario di Margherita di Savoia), presidente della sezione Gip – Gup di Bari, a seguito dell’attacco alla rivista francese Charlie Hebdo, la Prefettura assegnava la scorta e aumentava le misure di protezione.

La cellula sarda e l’arresto “foggiano”. Il 24 aprile è la Sardegna a finire nel mirino degli uomini dell’antiterrorismo che, nella città di Olbia, sgominano una presunta cellula di al – Qaeda composta da 18 persone.  Al suo vertice, secondo l’ipotesi accusatoria, l’imam di Bergamo, mentre un arresto viene eseguito anche nella città di Foggia, a danno di un cittadino afgano. Gli indagati rispondono di atti terroristici all’estero e favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, mentre le intercettazioni sembrerebbero delineare un quadro in cui, alcuni membri dell’organizzazione, avrebbero prestato assistenza e ospitalità addirittura a Osama Bin Laden in Pakistan, durante il periodo di latitanza dello sceicco.

Il reclutamento tra gli invisibili. Qualche giorno dopo l’operazione della Digos di Sassari il quotidiano foggiano l’Attacco pubblica una lunga e interessante intervista a Habib Ben Sghaier, presidente dell’ACSI (l’associazione comunità straniere in Italia). «Innanzitutto parliamo di un fenomeno non nuovo – si legge nell’articolo -. Funziona così da sempre. Ci sono associazioni benefiche che girano l’Italia dappertutto per incontrare gli immigrati che sopravvivono in precarie condizioni. Questa gente, che ha bisogno di denaro tanto da non poter far rientro nel proprio paese d’origine, ha bisogno di soldi. Succede in villa comunale, sui vagoni dei treni, in stazione. Cercano persone che non hanno troppi legami familiari. In cambio di una somma di denaro vengono portati via». Tra i centri di reclutamento Habib Ben Sghaier cita anche Foggia, Cerignola e San Severo.

L’organizzazione dei magistrati. Anche l’organizzazione della Giustizia, nel frattempo, ha fatto fronte alle specificità dei reati legati al complesso fenomeno migratorio. Basti pensare che nel luglio del 2014, dopo Catania, anche la Procura di Palermo si è dotata di  un “pool” che si occupa specificamente di indagini in materia di immigrazione, coordinato dal procuratore aggiunto Maurizio Scalia e composto da sei magistrati, tre dei quali della Direzione distrettuale antimafia.

Se e quanto i fatti di cronaca sin qui citati (che come nel caso della retata sarda, son fermi ancora allo stato delle indagini preliminari e, dunque, in attesa di giudizio), abbiano instillato nella nostre comunità sentimenti di diffidenza e sfiducia verso l’altro è dato ancora da verificare. La sfida, culturale prima ancora che politica, sarà proprio questa: saper convivere con il pericolo, accettare l’insicurezza come tratto distintivo dell’era moderna. Un’era veloce, mobile e libera. E proprio per questo terribilmente insicura.

 

 

 

 

 

 

 

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