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Articolo 3 | Un ex terrorista è la persona più adatta per parlare di giustizia riparativa

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Stefano Campese
Avvocato e giornalista. Già corrispondente da Cerignola per 'il Corriere del Sud' e per 'il Quotidiano di Foggia'. E' tra i fondatori dell'associazione OltreBabele e coordinatore del locale sportello di Avvocato di strada. La rubrica "Articolo 3" è ospitata anche sul sito web www.avvocatostefanocampese.it

La giustizia riparativa è stata teorizzata, studiata, (solo in parte) applicata. Nata nella seconda metà degli anni ’70 del secolo scorso negli Stati Uniti, è arrivata soltanto il decennio successivo nel Vecchio Continente e ancora più tardi in Italia. Si fonda sull’idea che un comportamento non legale violi le relazioni umane prim’ancora che una norma ordinamentale. Offenda le persone, prim’ancora che un codice. Per questo, considerando la norma soltanto come espressione formale di un patto di corresponsabilità tra gli uomini, tenta di “riparare” l’umanità infranta venendo incontro innanzitutto alle  esigenze della vittima, facendone emergere sentimenti e bisogni. In questa  opera di risarcimento collettivo, in cui l’intera comunità umana si è sentita offesa perchè un suo consociato è venuto meno ai patti, un ruolo fondamentale assume l’autore del reato, chiamato a riparare fattivamente alla sua condotta, a prendere coscienza del danno procurato, ad intraprendere, assieme alla vittima, un percorso comune di ricostruzione della verità storica, di ri – costruzione di una relazione e di riflessione per l’intera società.  E’ di ieri la notizia che la Scuola della Magistratura con sede a Scandicci ha annullato l’incontro di formazione rivolto ai magistrati in cui era prevista la presenza , tra gli altri, di Adriana Faranda, ex brigatista rossa, con un ruolo attivo (quello di “postina”) nel sequestro e poi nell’uccisione di Aldo Moro. L’annullamento, avviene dopo la levata di scudi innalzata da alcuni operatori e commentatori, con il comunicato ufficiale della Scuola che così si giustifica:

 “Pur dovendo precisare che l’incontro non configurava un’attività didattica dei signori Bonisoli e Faranda, ma solo la testimonianza di un percorso riparativo, i cui protagonisti sono le vittime dei reati, e pur riconfermando la volontà della Scuola di investire nella formazione della giustizia riparativa”, il Comitato direttivo ha deciso di annullare l’incontro, ritenendolo inopportuno, e di mantenere inalterato il programma residuo del corso affidato a magistrati e docenti universitari”.

Un errore. Madornale. Un atto che, sotto un mal inteso senso di civiltà, nasconde una barbarie infinita. Perchè si può essere o meno d’accordo con l’impostazione di fondo della giustizia riparativa, ritenerla più o meno efficace, preferirle la giustizia retributiva (fondata sulla proporzionalità tra l’offesa e la sanzione), ma non si può falciare il dibattito scientifico sul tema, ritenendo inadeguata il contributo di una persona che, proprio per il suo excursus, presenta, al contrario, il profilo più adeguato per parlare di giustizia retributiva. Se, infatti, il terrorismo rappresenta la più alta ed estrema negazione della natura sociale dell’essere umano, perchè nega la relazione con l’altro fino al punto di eliminarlo anche fisicamente, ingabbia le relazioni umane sotto la cortina della paura, nega persino il conflitto sociale che di per sè è già una forma di relazione… beh se tutto questo è vero allora il percorso di Adriana Faranda, ormai dissociatasi dalla lotta armata e decisiva nel contribuire a individuare tutti i componenti del gruppo dei sequestratori di Moro, non poteva rappresentare altro che un valore aggiunto per un corso di formazione dedicato ad operatori del diritto e con oggetto la giustizia riparativa. Peccato, invece, che a vincere sia stato il populismo, la strumentalizzazione, la paura. Ha vinto l’ostracismo (dal greco ostrakismós), ovvero l’allontanamento del nemico. Certo, anche quella una forma di giustizia. Del 500 a.C.

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